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Expo. Il bilancio e il futuro.

Expo 2015 è ormai conclusa. Si può valutarla da molti punti di vista. Come si dice oggi, più dei fatti conta lo storytelling, o “narrazione”, insomma come si voglia interpretare quest’evento e se si voglia inserirlo in una spiegazione più generale, ottimistica o pessimistica a seconda dei gusti. Che le interpretazioni contino, si vede anche dal balletto delle cifre: ufficialmente, Expo è stata visitata da 21 milioni e 500mila persone, di cui sei milioni e mezzo di stranieri. Le lunghe file fuori dei padiglioni hanno spesso reso la visita faticosa, ma hanno marcato il suo successo. I critici hanno subito segnalato che in questa cifra rientrano invitati, biglietti scontati, e insomma il numero di coloro che hanno pagato il biglietto intero, di circa 40 euro, sono abbastanza di meno. Quest’obiezione non ha molto senso per misurare l’interesse e il successo di pubblico, ma ce l’ha per una valutazione dei costi: dovrebbero essere stati incassati 450 milioni di euro, mentre molto più complessa è la valutazione delle spese, in parte coperte dalle sponsorizzazioni, per 380 milioni. Bisogna poi vedere quali spese sono attribuibili allo Stato e agli altri enti pubblici, e quali ai privati coinvolti a vario titolo. La Regione Lombardia ci ha messo 477 milioni, il governo 737. Il ministero della pubblica istruzione, per suo conto, ha speso 3,5 milioni di euro per le scolaresche in visita, ed è già un aspetto diverso. Comunque, questi grandi eventi sono anche e soprattutto un investimento che un Paese fa: il conto del dare e dell’avere deve prevedere anche cifre non ben calcolabili, quali l’indotto sull’economia dei sei milioni e mezzo di turisti, e il ritorno immateriale, in termini di immagine, relazioni, comunicazione. Expo stessa si era data un obiettivo, almeno 20 milioni di visitatori. Si tratta di una soglia psicologica, considerato che l’ultima Expo, quella di Hannover nella Germania locomotiva d’Europa, era finito un poco sotto, a 18 milioni, e con i conti in rosso. L’Expo di Hannover è considerata un poco quella andata male, anche se, per la verità, si tratta sempre di numeri giganteschi, parlare di fallimento quando si muovono 18 milioni di persone non è certo razionale. Le grandi esposizioni del Ventesimo secolo ebbero altri e maggiori numeri (Siviglia 1992 furono 42 milioni di persone), e Shangai 2010 ben 73 milioni, ma l’Europa non può avere i numeri cinesi. Se mai, c’è da riflettere sul fatto che maggiore successo hanno avuto le Expo in altre epoche storiche, quando sicuramente questi eventi hanno vissuto la loro epoca d’oro, perché erano davvero il riassunto del progresso mondiale. Oggi, un’Expo non basta, non si può dire che la gigantesca dimensione dell’economia e del progresso globali possa essere riassunta in una pur grande esposizione a padiglioni, e in ogni caso il pubblico ha cento altri modi per informarsi, magari più sofisticati e specialistici. E qui veniamo alle critiche di tipo, così dire, qualitativo e persino estetico: se non siamo più nel secolo scorso, quando folle meravigliate venivano all’Esposizione Universale per ammirare i progressi dell’energia elettrica e del motore a scoppio, e insomma l’informazione scientifica ha altri canali, magari comodamente accessibili da casa, l’Expo oggi a cosa serve? Secondo alcuni, è ormai solo una grandissima fiera, il mercato del villaggio più grande che c’è. Obiezione forse snob, perché comunque tanti hanno avuto da Expo un’occasione di arricchimento culturale, nonostante qualche sciatteria, qualche padiglione brutto o inadeguato, e un calendario di eventi non sempre di livello internazionale. La questione che è stata messa la centro dell’Expo, la disponibilità di cibo, è sicuramente fondamentale. Non per caso un attenzione speciale è stata dedicata al riso, il cibo fondamentale per la sicurezza del continente asiatico, con aree appositamente dedicate, e a quelle colture che ancora definiscono la partecipazione dei continenti poveri al mercato globale: caffè, cacao, spezie. E un’attenzione speciale è stata rivolta all’agricoltura delle zone aride, minacciata dalla sovrappopolazione e dal riscaldamento globale. Il tema di “Nutrire il pianeta” era senza dubbio valido. Neppure i nostri bisnonni si sarebbero stupiti di un’Expo centrata sull’agricoltura, invece che sull’industria come la storica prima edizione, quella del 1851 a Londra, che venne intitolata appunto al progresso industriale. Ma già quella del 1855 a Parigi era nel nome dell’agricoltura, dell’industria e delle belle arti: vi parteciparono, tra gli altri, il Granducato di Toscana, il Regno di Sardegna, e lo Stato Pontificio. Assai antica, è l’idea di progresso.

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