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Il futuro dell’economia? È sicuramente verde

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Il futuro dell’economia è verde. L’economia “green” non è un ritorno al passato, cioè non prevede una riduzione della tecnologia e della qualità della produzione. Al contrario, se è sporco e inquinante, è vecchio e superato. Per avere un sistema produttivo ecologicamente sostenibile occorre più, non meno, tecnologia.

Il primo concetto da tenere in mente, quindi, è che “verde” non significa riprendere il “buon tempo andato”.  In verità, la storia dell’uomo sin dai tempi più antichi è la storia dell’impatto sull’ambiente di una specie di scimmie evolute che riesce a sfuggire ai limiti imposti dall’ambiente, che non si adatta alle condizioni esterne come avevano fatto gli altri animali per milioni di anni, ma che riesce a cambiare queste condizioni a suo beneficio.  Dall’estinzione dei mammuth (i bestioni non ressero all’innovazione tecnologica della caccia con lancia e trappole) in poi, la storia dell’umanità è anche la storia del suo impatto sull’ambiente.

Un percorso anche costellato di fallimenti: si ritiene che intere civiltà, da quelle antiche della valle dell’Indo ai Maya, siano crollate per problemi ambientali: per l’incapacità di mantenere una produzione di cibo adeguata alla crescita demografica, in pratica. Quanto al clima, elemento non controllabile dall’uomo, ha sempre fatto la sua parte: dall’inaridimento del Sahara ai periodici cicli di clima più mite e più rigido nell’Europa settentrionale, il clima ha provocato migrazioni di popoli e mutamenti importanti nella storia umana.

Ecco quindi che la gestione delle risorse ambientali, acqua, terra coltivabile, foreste, e il mutamento climatico sono problemi di eccezionale importanza, che costringono a rivedere anche filosoficamente tutta l’impostazione dell’economia. Il primo concetto da affermare è quello della sostenibilità: la produzione e il consumo devono tener presente che le risorse del pianeta Terra non sono illimitate, e quello che si consuma deve essere compatibile con la disponibilità di risorse. Viene poi il concetto di circolarità: mentre il sistema di produzione cui siamo abituati da sempre è sostanzialmente lineare (prendi la materia prima, produci, elimina gli scarti), l’economia circolare prevede la riduzione dello scarto da abbandonare, attraverso il riciclo dei materiali e il reimpiego di energie rinnovabili. Tutto questo non significa rendere i prodotti più poveri e spartani, ma piuttosto renderne più economica, cioè più razionale, la produzione, creando maggiore valore. Il più evidente esempio è il ciclo dei rifiuti: da “monnezza” con i suoi costi scaricati sulla collettività in termini di inquinamento del territorio, a risorsa differenziata e riciclata.

La sfida dell’energia rinnovabile è l’altro grande fronte di questi anni: il passaggio dall’uso primario di energie fossili (petrolio e carbone) a quello delle rinnovabili (solare ed eolico in primo luogo) affronta alla radice i due punti deboli della nostra economia: la dipendenza da fonti energetiche limitate, perché petrolio e carbone tendono a esaurirsi mentre la nostra richiesta di energia è sempre crescente, e l’urgenza di ridurre le emissioni di anidride carbonica che provocano l’effetto-serra, e insomma sostengono un cambiamento climatico potenzialmente disastroso. Oggi, soltanto in Italia, stiamo assistendo a una vera e propria esplosione della produzione di energie da fonti rinnovabili: nel 2014 ha raggiunto l’8% della produzione di energia complessiva da fotovoltaico, una percentuale che può sembrare bassa, ma stiamo parlando di qualcosa che non molti anni era considerato uno strumento da fantascienza; complessivamente la percentuale di energia rinnovabile sul consumo era del 6,3% nel 2004, del 15,4% nel 2012, del 17,5% nel 2015%.

L’obiettivo europeo è del 20% nel 2020 e del 30% nel 2030. Il motto dell’Europa è appunto “20/20/20”, che vuol dire meno 20 per cento di emissione dei gas a effetto serra; più 20 per cento di energia da fonti rinnovabili; meno 20 per cento di consumo energetico: questa strategia europea prevede anche che il cambiamento tecnologico necessario per raggiungere questi obiettivi produca più lavoro e soprattutto miglior lavoro; deve necessariamente aumentare, cioè, il livello di qualifica dei tecnici, dei collaudatori e installatori, degli stessi commercianti di elettrodomestici, oltre che il livello della produzione industriale, e serviranno più operatori qualificati in molti settori. Naturalmente, non tutto è semplice: il meccanismo del “conto energia” che ha portato a incentivi pubblici per la produzione di rinnovabili è stato criticato per la sua natura di sostegno pubblico a spese del contribuente per coprire i costi del lancio del fotovoltaico, ma certo è difficile fare un salto tecnologico di questa portata senza investimenti pubblici. Ci sono poi paradossi tecnologici: l’uso dei biocarburanti, per esempio, anche se tecnicamente “rinnovabile” a ogni raccolto, toglie terra alla produzione di cibo, e anche se i suoi sostenitori indicano che l’anidride carbonica liberata dalla combustione dei biocarburanti non libera “nuova” anidride carbonica compressa per millenni sottoterra come per il petrolio ma piuttosto ricicla parte di quella già presente nell’atmosfera e momentaneamente catturata con la fotosintesi dalle piante poi impiegate per i biocarburanti, ma in pratica la combustione dei biocarburanti comunque rimette in circolo Co2 che era meglio lasciare dove stava, specialmente quando per le coltivazioni da biocarburante si abbattono foreste che imprigionerebbero quell’anidride carbonica per lungo tempo.

Un altro paradosso è quello dell’energia nucleare: il nucleare non brucia carburante, e quindi il suo impatto sul clima è, in senso stretto, sostenibile; ma al tempo stesso produce scorie nucleari dallo stoccaggio arduo e costoso, e richiede la costruzione di impianti in cemento molto grandi, l’estrazione mineraria di uranio e l’impiego di grandi quantità d’acqua per il raffreddamento: il bilancio ambientale del nucleare quindi rimane problematico, a dir poco. Questi rapidi accenni alle contraddizioni e ai problemi del passaggio a un’economia davvero “verde”, che garantisca la salvaguardia della Terra, la salute delle persone e assieme l’economicità dei processi produttivi, servono essenzialmente per far capire come la ricerca e la scienza sono inseparabili dal passaggio all’economia sostenibile, che funziona solo se si verifica un aumento del valore e della qualità dei prodotti grazie al loro contenuto tecnologico. Questo avviene a livello “macro”, con in grandi programmi europei, ma anche a livello “micro”.

E’ infatti economia “verde” la ristrutturazione degli edifici per riqualificarli dal punto di vista del consumo energetico; così come cambiare gli elettrodomestici di casa per portarli almeno alla classe A+. Tutti questi piccoli interventi, che riguardano la gestione della casa di famiglia e dell’azienda, moltiplicati per migliaia di casi rendono l’idea del passaggio cosiddetto “molecolare”, cioè diffuso in ogni piccola realtà locale, a un nuovo modo di produrre.

Luca Cefisi

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