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Servono più studenti, professori e cultura, senza distinzioni tra saper fare e pensare

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Gli studi umanistici servono nel 21° secolo ? In tutto il mondo, e specialmente nel mondo anglosassone,  c’è una discussione furiosa a proposito di un apparente “attack on humanities”, cioè un’offensiva per mettere da parte la cultura umanistica, perchè poco utile economicamente. Partiamo dall’Italia, prima: in effetti da lungo tempo gli studi umanistici, specialmente declinati secondo la tradizione del liceo classico, cioè latino, greco antico, molta letteratura e filosofia, sono accusati di essere qualcosa di polveroso, in un Paese dove invece l’istruzione tecnica, quella che dovrebbe formare i quadri intermedi che poi mandano avanti le aziende l’amministrazione, è stata a lungo considerata di serie B, priva di prestigio sociale: “fare le tecniche”, per uno studente, è ancora, spesso, un marchio di scarse capacità. Ma se ci pare oggi obsoleto ed eccessivo discriminare i saperi e le competenze secondo la gerarchia a piramide pensata dal ministro della pubblica istruzione Giovanni Gentile negli anni 30 (al vertice il liceo classico, la materia più nobile la filosofia, poi latino e greco; un gradino sotto il liceo scientifico; molto sotto le “tecniche” e i “professionali”), sarebbe altrettanto assurdo discriminare all’inverso gli studi filosofici e letterari, perché “poco produttivi”. Se la retorica della superiorità dell’intellettuale chiuso nella sua torre d’avorio è stucchevole, anche l’esaltazione dell’uomo pratico, di poche letture e molte competenze tecniche, non è meno sdolcinata e, in verità, del tutto disutile allo sviluppo, sia in termini di produttività economica che di progresso sociale. Ricordiamo innanzitutto che l’Umanesimo, che è una tradizione culturale molto italiana, non ha mai messo la teoria contro la pratica, o l’arte contro la scienza. I nostri grandi umanisti, a partire dal più grande, Leonardo Da Vinci, trovavano che il Sapere fosse uno solo: passavano dal pennello del pittore al calamaio del poeta ai calcoli matematici, all’architettura, allo studio della natura. Michelangelo era uomo di genio teorico e di fatica fisica (non si scolpisce il marmo senza muscoli). E anche oggi, in forme anche diffuse sul territorio, questa tradizione si ritrova nell’artigianato italiano, nell’eccellenza nell’arredamento e nella moda, tutti settori “pratici” che però non si reggerebbero senza una radice culturale profonda nell’arte, nella cultura e nella storia. Peraltro, stiamo assistendo ad una caduta di iscrizioni al liceo classico: 148mila iscritti nel 2016, in leggera crescita, ma erano 170mila nel 2013, mentre gli iscritti allo scientifico risultano stabili sopra le 500mila unità, e invariati anche i numeri per gli istituti tecnici e professionali. La crisi del classico sembra senz’altro dovuta alla caduta non solo di opportunità, ma anche di prestigio delle materie letterarie e filosofiche, che sono avvertite come poco interessanti per le aziende, e quindi per trovare lavoro. Questo si riflette anche nell’università, dove gli indirizzi scientifici, compresa ingegneria, raccolgono il 36% degli iscritti (dati Miur), a cui va sommato il 10% di medicina e farmacia, mentre quelli letterari solo il 19%, mentre il 34% va al cosiddetto indirizzo “sociale”, che comprende sia giurisprudenza che economia e le altre scienze sociali, ed è quindi per definizione “ibrido” tra metodo scientifico e studio dei valori etici. Andiamo ora dall’Italia al mondo: che cos’è questo “attacco alla cultura umanistica” ? Il più clamoroso esempio è quello del nuovo presidente Trump, che è stato eletto con un programma che promette maggior sviluppo industriale e più posti di lavoro, e che poche settimane fa ha annunciato bruscamente il taglio dei fondi alla Pbs, la televisione pubblica americana che si distingue per i suoi programmi culturali, e ai fondi nazionali per le Arti e le Humanities. E’ significativo come Trump abbia sostenuto questa decisione: secondo il nuovo presidente americano, queste cose interessano solo a pochi snob, che possono benissimo pagarsi le mostre d’arte senza fodni pubblici, e non alla gente comune, che ha altri interessi. E’ evidente che un ragionamento del genere, che suona dalla parte del popolo, avrebbe fatto scuotere la testa a uno statista e uomo pratico come Lorenzo il Magnifico: per noi italiani, l’arte è un patrimonio di tutti, e in tempi di ben maggiore povertà, come quelli dei Medici, die Dogi e dei Papi, i fiorentini, i romani, i veneziani erano orgogliosi delle loro chiese e dei loro monumenti, e anche oggi (oltre ad averli resi redditizi col turismo).  La cosa più grave, del ragionamento di Trump, è che soltanto in apparenza è dalla parte del popolo, in verità lo disprezza, perché ritiene che un operaio o una casalinga siano per forza disinteressati alla cultura, come ha denunciato, per esempio, l’intellettuale americano William D. Adams, che ha ricordato come persino nella regione più povera degli Stati Uniti, quella dei Monti Appalachi, la gente va alle mostre e ama che la propria storia venga conservata. Anche in Giappone, dove pure c’è un’antica tradizione umanistica e persino i guerrieri Samurai amavano scrivere versi, il primo ministro Abe ha spinto per concentrare i fondi sugli studi considerati “più utili”. Le critiche sono state roventi: cosa sarebbe il Giappone senza tante cose “inutili” che però portano grande prestigio (e, sorpresa, anche grandi profitti) ? E’ il caso dell’arte, con il successo mondiale del cinema, della letteratura  e dei fumetti giapponesi, è il caso del turismo, con milioni di turisti da tutto il mondo che vanno in Giappone per godere di cose “inutili” come i giardini Zen. E, si è anche osservato, sarà difficile misurare il successo dell’economia giapponese senza finanziare gli studi di economia, che anche se richiede calcoli e statistiche, è comunque una scienza che è inseparabile dagli studi sociali e umanistici. E’ probabile che in questo attacco alla cultura umanistica ci sia molto di politico: filosofi e artisti hanno fama (non sempre meritata) di contestatori, e Trump e Abe non sono amati dagli intellettuali nei loro paesi. Tagamitsu Sawa, rettore dell’Università Shiga, ci è andato giù pesante: di solito, ha scritto, ingegneri e tecnici vanno al potere nelle dittature comuniste: è quello che accade oggi in Cina, e che accadeva nell’Unione Sovietica, dove si faceva carriera nel partito se si poteva vantare, o almeno millantare, grandi meriti e competenze nella produzione industriale, ma nelle democrazie è bene che governi chi ha meglio conosce la storia e la cultura. Anche se ci si può vedere una certa ruggine di un’intellettuale umanista verso gli ingegneri, il professo Sawa ha ragione nel ricordare al suo primo ministro che le più prestigiose università del mondo, Oxford, Cambridge, Stanford, Harvard, La Sorbona, sono anche delle grandi università umanistiche. Se mai, tornando da noi,  il problema vero non è nel dividere “materie utili” o “inutili”, ma è nel fatto che il passaggio dalla scuola all’università è oggi al 49,10% (dati 2016), mentre nel 2004 era 73%, e che gli immatricolati all’università erano 334.500 nel 2004 e solo 270.145 oggi, in tutti gli indirizzi di studio. Questo è un grande campanello di allarme: nella competizione globale, i nostri studenti, e i nostri futuri laureati, sono pochi, davvero pochi per reggere la corsa allo sviluppo, le richieste delle aziende e della società. Le ragioni di questo calo sono molte, e hanno a che fare con ragioni pratiche (una certa idea di “meritocrazia” che ha fatto aumentare tasse universitarie e numero chiuso più che la qualità degli studi), ma anche con ragioni psicologiche, nella mancanza di fiducia nel futuro di tanti giovani, e nell’assurdo calo di prestigio sociale degli studi, quando la cultura non serve “a fare soldi”, e gli esempi di successo proposti ai ragazzi e alle ragazze sono a volte più legati all’effimero dello show business che a ideali di fatica, fisica o intellettuale non importa. Insomma, servono più studenti, più professori, più cultura, in tutti i campi, senza distinzioni, saper fare e saper pensare. Questo ci insegna, del resto, la migliore tradizione italiana, quella degli Adriano Olivetti, dei Giorgio Armani, se proprio non vogliamo disturbare Leonardo e Michelangelo.

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