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Titolo Prevenzione: il ruolo di frutta e verdura contro il cancro.

frutta_verdura_cereali_inteDi tutti i consigli che circolano, spesso inattendibili, per prevenire il cancro, ce n’è uno che risulta comprovato: cinque porzioni di frutta o verdura al giorno, come riportato dalle linee guida della buona nutrizione in tutto il mondo. Ma oggi, secondo l’autorevole quotidiano inglese Guardian, ne sappiamo qualcosa di più, e possiamo dire che contro il cancro ci vogliono “almeno” cinque porzioni di frutta e verdura al giorno, ma sarebbe meglio di più. Uno studio dell’Imperial College London, spiega infatti che, calcolando 80 grammi a porzione, se quei 400 grammi al giorno di cibo vegetale fresco indicati ufficialmente fanno bene, il doppio farebbe anche meglio, fino ad arrivare a ridurre di un terzo le morti premature, e abbattendo anche i rischi di infarto. Non sarebbe tanto difficile: sono in fondo soltanto 800 grammi al giorno, niente di arduo da mandar giù per una persona adulta. Mele e pere, insalata e tutto il “verde”, tipo spinaci e broccoli, funzionano meglio per il cuore; per il cancro, ci vuole anche il “giallo” e l’”arancio”, cioè peperoni, carote, zucca. Ma, ecco la parte più affascinante, anche se non si capisce bene perché, sappiamo che assumere vitamine, antiossidanti e insomma i vari princìpi attivi in pillole non funziona, insomma gli integratori alimentari non danno gli stessi benefici. A quanto pare, frutta e verdura fanno bene davvero se sono fresche e intere, probabilmente perché è l’associazione delle sostanze contenute nell’intera pianta, non tutte conosciute, e soprattutto prese tutte assieme (sinergicamente, direbbe un medico) che fa effetto. E non parliamo affatto, come spesso succede quando si leggono notizie su qualche farmaco più o meno miracoloso, di studi a campione su pochi casi. The International Journal of Epidemiology ha messo insieme qualcosa come 95 studi, 2 milioni di casi. Il risultato è sempre lo stesso: più frutta, più verdura. I nutrizionisti dicono cinque porzioni ? Non date retta, esagerate. Questi dati scientifici, che vengono da grandi istituti di ricerca, hanno anche evidenti conseguenze economiche e sociali. La prima riguarda l’agricoltura e l’agroalimentare: il cibo fresco deve essere preferito, nell’acquisto e nel consumo. La crisi economica ha un impatto sui consumi: la gente tende a rinunciare a quella parte della spesa che avverte come meno indispensabile, quindi sovente si rinuncia alla frutta, ai contorni, sentiti come gli elementi del pasto a cui, specialmente nei rapidi pasti dei giorni lavorativi, si può rinunciare più a cuor leggero. C’è qui anche un importante fattore culturale: cibi conservati, industriali, costano meno e saziano di più, magari hanno anche un sapore più “eccitante”. Questo fa sì che nelle nostre società, la povertà non si segnala più con la fame, ma con una dieta malsana, troppo calorica e troppo ricca di composti chimici, sale, coloranti, cioè quello di cui sono fatti i cibi industriali a buon mercato, e anche, purtroppo, i cibi che piacciono di più ai bambini, che devono essere educati al gusto, e a quegli adulti che quest’educazione, tanto importante, non hanno potuto avere, e sono meno preparati ad un consumo consapevole, più ingenui ed esposti alle suggestioni della pubblicità delle grandi aziende del cibo conservato. Non è un segreto che il peso eccessivo, che nei tempi antichi, dominati dalla fame, era il segno dei ricchi, sia oggi, come malattia sociale dell’obesità, un male delle classi meno scolarizzate, che hanno dimenticato, sotto il bombardamento pubblicitario, la saggezza antica e gli usi del passato. Ecco quindi il ruolo sociale importante dell’agricoltura: nel recuperare le tradizioni del passato, un tempo cultura quotidiana del popolo, oggi bisognose di “riscoperte” colte e istruite; nel difendere i consumatori, e specialmente i bambini, dai cibi “drogati” di grassi, zucchero e sale. Gli agricoltori italiani hanno quindi un grande compito, che non è soltanto economico, ma anche educativo e sociale.

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