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Migranti e sbarchi: le cifre per capire.

migrantiLa crisi dei migranti tiene banco. Come tutte le crisi, va scomposta nelle sue diverse cause : il flusso dalle coste libiche alla Sicilia e agli altri porti italiani è lo sfogo della grande crisi africana, che è composta di tante crisi locali: in Eritrea, una dittatura militare fa scappare i suoi giovani; in Somalia, uno Stato fallito da anni ha tolo la speranza; in Nigeria e Niger, terrorismo e problemi economici spingono la gente a mettersi in cammino, e così via. Poi va affrontata nelle sue possibili soluzioni: l’Italia lo sta facendo con le sue commissioni di riconoscimento per lo status di rifugiato, che esaminano le richieste di asilo e di protezione: i “migranti” non sono tutti uguali. Quelli che passano dal Canale di Sicilia non sono dei “clandestini” all’arrivo in Italia, perché vengono tutti identificati e inseriti in strutture d’accoglienza, dove rimangono fino alla fine della procedura di asilo, e devono affrontare un setaccio piuttosto stretto: su 91mila esaminati nel 2016 (dati Ministero Interno), hanno ricevuto un permesso di soggiorno, per asilo o protezione umanitaria, soltanto il 40% (18979 protezioni umanitarie, 12.873 protezioni sussidiarie, 4808 rifugiati secondo la convenzione di Ginevra, che è il livello massimo di protezione che si dà a chi è vittima di una persecuzione diretta e personale).

Il numero degli esaminati è più basso del numero degli arrivati, perché c’è un certo ingorgo nelle procedure, e si rimane in attesa per diversi mesi, e perché c’è una dispersione di stranieri, specialmente giovani, che non attendono la risposta e si buttano all’avventura, verso la Scandinavia, la Gran Bretagna, la Germania, anche perché per il regolamento europeo (Convenzione di Dublino) prevede che ogni richiedente sia tenuto a presentare domanda nel Paese europeo di arrivo, e a rimanervi, salvo successive pratiche di trasferimento, e l’Italia non è il Paese preferito. Nel 2016, le domande alle commissioni italiane, in maggioranza a seguito di sbarco, sono state 122mila (+47%, dati OCSE), con un trend in notevole crescita: erano state 83240 nel 2015. Qui si dovrebbe parlare anche di cosa accada a coloro che, non passando l’esame delle commissioni, perdono il diritto all’accoglienza (il 60% degli esaminati nel 2016): devono, o dovrebbero rimpatriare, da soli, oppure con i rimpatri forzati (12mila eseguiti dalle forze dell’ordine nel 2016), ma anche con i rimpatri assistiti volontari (qualche migliaio, in carico a diverse Ong e all’OIM, l’organizzazione intergovernativa dedicata); si vede che molti dei respinti alla procedura scompaiono dalle statistiche, è a questo punto che si crea l’area della cosiddetta “clandestinità”. anche scontando coloro che rimangono legittimamente in Italia perché hanno presentato ricorso legale contro il diniego ricevuto.

L’Italia è stata lasciata sola, di fronte ai nuovi arrivi ? La lettura dei dati offre una realtà complessa. E’ vero infatti che l’Italia è balzata quasi in testa alla classifica europea, seconda solo alla Germania in numeri assoluti e in percentuale (in Germania nel 2016 ci sono state ben 261970 richieste, +63%). E’ vero anche che il trend del 2017 appare in ulteriore crescita: solo a maggio in Italia oltre 12mila richieste, e insomma il dato del 2016 dovrebbe essere superato con gli arrivi estivi, quando il mare è calmo. Però i dati negli altri Paesi europei vanno commisurati alla dimensione e alle capacità di ciascun Paese: e allora, se la Germania ha 81 milioni di abitanti, e l’Italia 60 milioni, appare senza dubbio notevole il dato della Grecia, che è passata dalle 11370 domande del 2015 alle 49850 del 2016 (+338%), e il dato francese non è trascurabile (77mila, +5%), anche se si può osservare che, partendo da numeri un tempo assai inferiori, l’Italia è ora vicina al doppiaggio. E’ anche interessante osservare che Paesi che avevano storicamente una tradizione di accoglienza che rendeva i numeri italiani persino modesti, quali la Svezia (meno di 10milioni di abitanti e 156460 richieste nel 2015), Austria (meno di 9 milioni di abitanti, 85mila richieste nel 2015) Olanda (17 milioni di abitanti, 43mila richieste nel 2015), hanno registrato un calo notevole nel 2016: -53% l’Austria, -86% la Svezia, -57% l’Olanda.

E’ possibile che questo calo in Nord Europa sia dovuto anche ad una maggiore efficienza dei controlli e dell’accoglienza nel Sud (per anni tedeschi e scandinavi hanno accusato l’Italia, non a torto, di pochi controlli, e di lasciar filtrare i richiedenti asilo nella loro direzione); in ogni caso, la concentrazione dei flussi in Italia e Grecia appare un fatto evidente. Per gli altri Paesi europei, si segnalano la piccola Slovenia (1260 accoglienze nel 2016, +385%) e il Portogallo (1460, +62%), mentre emerge chiaramente il rifiuto dei pur piccoli paesi mitteleuropei: Slovacchia solo 100 accoglienze, Repubblica Ceca 1210 (-40%), Ungheria 28070, cifra ancora sensibile, ma siamo all’84% in meno. Tra i grandi paesi, la Spagna ha numeri bassi, 16270, anche se in crescita (+22%).

Il governo italiano sembra quindi aver ragione nel porre all’Europa il problema di un riequilibrio degli ingressi e di una redistribuzione di coloro che vengono accolti. Per questi ultimi, lo strumento legale c’è: lo stesso regolamento europeo prevede la possibilità di una redistribuzione successiva alla prima accoglienza e alle procedure condotte nel paese di arrivo, e in effetti, la UE ha previsto nel 2015 un piano di “rilocazione”, che però va troppo a rilento. Era previsto il trasferimento di 35mila persone dall’Italia e 63mila dalla Grecia, ma per ora se ne sono fatti muovere solo 5711 dall’Italia e circa 12mila dalla Grecia (fonte: rapporto Parlamento Europeo). Di fronte ai ritardi e alle difficoltà di questo piano, il governo italiano ha scelto di alzare il tiro delle sue richieste, ponendo all’Unione Europea la questione di una redistribuzione “in anticipo”, cioè al momento dello sbarco e non successiva all’accoglienza.

Per capire, occorre tener presente che ci sono vincoli di diritto internazionale che riguardano quelli che, tecnicamente, sono salvataggi in mare: questi sono regolamentati dalla Convenzione di Amburgo del 1979, che prevede che tutti i mari del mondo siano divisi in aree SAR (Search and Rescue, ricerca e soccorso). Per ogni area SAR, c’è un paese responsabile, che deve coordinare i soccorsi, e ogni nave, di qualsiasi bandiera, deve fare riferimento ala sua autorità. Non è valido quindi il principio delle acque territoriali (ogni area SAR copre anche acque internazionali, in modo che nessun naufrago sia abbandonato), né quello della bandiera della nave (per assurdo, non si potrebbe chiedere a una nave cinese di portare dei naufraghi raccolti nel Mediterraneo fino in Cina), ma solo quello dell’area di competenza.

Il problema, com’è noto, è che la Libia non è in grado di gestire le sue acque, e non esiste, di fatto, una capacità libica di controllo del mare e di accoglienza dei migranti. Di poco migliore la capacità tunisina: il problema principale è comunque che la SAR tunisina si trova troppo a ovest per le rotte dalla Libia. Infine, Malta: che ha comunque accolto 1740 persone nel 2016 (alcuni in “rilocazione” dall’Italia). Il problema maltese è spinoso: l’isola è davvero piccola, i maltesi dicono che non possono farcela: però, questo ha fatto sì che l’Italia si stia facendo carico anche di tutti gli arrivi della SAR maltese, che peraltro quel governo non vuole ridurre a un’area più piccola e più controllabile per un fatto di prestigio nazionale (chi ha una SAR, ha comunque dei poteri d’intervento su quel tratto di mare). Si deve comunque riconoscere che per i salvataggi vale comunque il principio, di evidente buon senso, del “primo porto sicuro”: e questo rimette in prima linea i porti italiani, data la distanza di quelli francesi e spagnoli; è questo il principio seguito dalle navi delle Ong che compiono i salvataggi più vicino alla costa libica, ma è anche quello seguito dalle navi militari dell’operazione Triton.

L’Unione Europea finanzia Triton, e finanzia le diverse azioni di accoglienza e controllo in Italia con ben quattro fondi europei, il fondo europeo per le frontiere esterne, il fondo per i rifugiati, quello per i rimpatri, quello per l’integrazione, e l’Italia vi ha attinto largamente, quindi è eccessivo lamentare che l’Italia sia lasciata sola. Ma, nella pratica, Roma ha richiesto nei giorni scorsi qualcosa in più a Francia e Spagna, cioè di farsi carico di una parte dei salvataggi dell’area maltese e della non-area libica, e potrebbe sondare anche la Tunisia. La risposta, per ora, non sembra positiva: Francia e Spagna sembrano, ad oggi, aver rifiutato la richiesta italiana di dare un segnale, organizzando l’attracco di almeno alcune navi nei loro porti: e questo ha aperto un problema politico, di relazioni tra Roma, Madrid e Parigi.

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