Home / Centro studi / Studi / Taxi e mostri

Taxi e mostri

Taxi-Basel_front_magnificMa che cos’è questa direttiva europea (molto erroneamente chiamata “Bolkestein”) che scatena l’ira di ambulanti, taxisti, balneari e molti altri operatori economici ? Tutto cominciò nel  2004, quando la Commissione Europea a Bruxelles promosse una direttiva sui “servizi nel mercato interno”, cioè nel mercato unico dei paesi dell’Unione Europea.  Frits Bolkestein  era nel 2004 il Commissario al mercato interno, e quindi è logico che la direttiva prendesse il nome dal suo promotore. Dovremmo però dire piuttosto la bozza della direttiva, perché non appena questa venne presentata, suscitò un vespaio di polemiche e proteste. Per capirci, dobbiamo considerare che Bolkestein, un politico olandese serio e rispettato, aveva ed ha, com’è giusto, le sue idee: quelle di un convinto liberale. Per lui, quindi, i servizi in Europa dovevano essere, appunto, sottoposti ad una drastica liberalizzazione, dando grande libertà agli operatori economici di tutta Europa di proporre la loro offerta di servizi in tutto il mercato europeo. Questo, per Bolkestein e i governi e partiti che in Europa condividevano la sua visione, avrebbe portato più concorrenza, maggiori opportunità per le imprese, minori costi per i consumatori. La direttiva prevedeva il cosiddetto “principio del paese di origine”, che in poche parole vuol dire che se un’azienda lettone vuole proporre i suoi servizi in tutta Europa, può farlo secondo la legge lettone anche se lavora in Italia. I critici della direttiva ebbero gioco nel dimostrare che si trattava di un’idea astratta di libera concorrenza: in realtà, un’azienda lettone che venisse in Italia a proporre certi servizi, se mantenesse la legge lettone, potrebbe trovarsi in una posizione di vantaggio sleale rispetto alle aziende indigene, perché diversi, ed eventualmente meno onerosi, sarebbero certi tributi, certe prestazioni previdenziali per i dipendenti, certi requisiti. I sostenitori della direttiva argomentarono che alla lunga tutto questo avrebbe piuttosto favorito l’armonizzazione delle regole e spinto i diversi paesi ad uniformarsi su una sorta di “buona media”. In ogni caso, a novembre 2004 la Commissione terminò il suo mandato, Bolkestein tornò in Olanda, e la nuova Commissione e il Parlamento Europeo rieletto quell’anno si misero alacremente al lavoro per modificare significativamente quella bozza. Il “principio del paese di origine” venne fatto scomparire. Vennero inserite due condizioni abbastanza “pesanti” nella nuova direttiva: al punto 14 e 86, una serie di “chi tocca muore” per garantire che gli stati europei dove vi sono maggiori garanzie sociali (di solito, gli stati della parte occidentale dell’Europa, e soprattutto Francia, Benelux, paesi scandinavi e di lingua tedesca, e in gran parte anche l’Italia) non subissero interferenze nella loro normativa nazionale sulle condizioni di lavoro e di occupazione e sulla sicurezza sociale. Anche la sanità pubblica veniva posta al riparo dal campo di applicazione della direttiva, e in genere i servizi considerati di interesse pubblico. Alla fine, nel 2006, un nuovo testo, considerato un compromesso, venne approvato dal Parlamento Europeo, su proposta finale dell’eurodeputata socialdemocratica tedesca Evelyne Gebhardt. Si trattò di un compromesso che teneva insieme le ragioni dei liberali, che comunque ottennero la libertà di operare in tutta Europa saltando i confini nazionali, e quelle dei socialisti, che videro protetti i lavoratori e impiegati di ciascun stato dal rischio di una concorrenza al ribasso da parte di operatori esteri. A prima vista, parve anche che le regole di competizione fossero abbastanza bilanciate: certo, gli operatori nazionali avrebbero dovuto vedersela, da allora in poi, con una concorrenza europea, ma questo apparve perfettamente logico, si parla infatti di fare un’Europa unita, e poi la concorrenza è un rischio ma anche un’opportunità, ed è senz’altro il mestiere dell’imprenditore quello di rischiare per cogliere le occasioni. Ci sono però alcune categorie, e probabilmente alcuni paesi, che subiscono maggiormente l’impatto della novità. Risultati immagini per taxi protestaParlando dell’Italia, occorre considerare le tradizioni e le caratteristiche dell’economia, e anche della cultura, nazionale. L’Italia è il paese del “piccolo è bello”, e anche, occorre dirlo, il paese dei campanili e delle corporazioni, senza dare per forza a questa parola un significato deteriore, ma per intendere anche quanto sia radicata in Italia la cultura della trasmissione di un lavoro di padre in figlio. In pratica, si è visto che certe categorie in Italia erano particolarmente in affanno ad aprirsi all’Europa, perché le piccole dimensioni dell’azienda familiare tanto tipica in Italia le rendevano inadatte a competere, e molto vulnerabili. E’ il caso, tra gli altri, degli stabilimenti balneari, che da lungo tempo in Italia costituivano una categoria in fondo abbastanza protetta, ben connessa con le amministrazioni locali, e insomma abituati a considerare la loro concessione pubblica sull’arenile come qualcosa di molto simile a una proprietà, o almeno a una concessione di lungo periodo che sarebbe stato possibile controllare e persino trasmettere ai figli. Con la direttiva europea, irrompono criteri molto più stringenti per l’assegnazione delle concessioni, e soprattutto, nel mondo globalizzato, gli esercenti balneari, specialmente delle località italiane di maggior prestigio, da Forte dei Marmi al Lido di Venezia, tanto per dire, hanno visto avvicinarsi lo spauracchio di grandi imprese, interessate a mettere piede in Italia, e dotate di capitali, competenze, capacità tali da spaventarli. Sul piano dell’economia, si tratta, se vogliamo, di un esempio da manuale di razionalizzazione del mercato, dove una platea numerosa di piccoli operatori viene “razionalmente” diradata dalla vittoria dei migliori. Ma anche una rivoluzione traumatica per tanti operatori da sempre chiusi nella loro dimensione locale. Ecco quindi il complicato balletto delle proroghe. Ancor più grave l’ansia dei venditori ambulanti italiani, che sono, nel nostro Paese, di solito (ma non sempre !) piccoli e piccolissimi operatori, spaventati dal dover competere sulle licenze con aziende più grandi. Particolarmente complesso poi il caso dei tassisti: se il servizio taxi debba aprirsi alla concorrenza, oppure essere considerato pubblico servizio, e quindi “protetto” con norme nazionali, che, in Italia, vuol dire continuare col numero chiuso delle licenze. Inoltre, occorre interpretare la direttiva e capire se, anche se i taxi siano considerati pubblici e protetti, questo voglia dire addirittura arrestare lo sviluppo di servizi urbani privati, come chiedono i taxisti, e questo è un passo ulteriore, che non avviene di solito nel campo dei servizi (per capirsi, la sanità pubblica è protetta dagli effetti della Bolkestein, e quindi una clinica che abbia una convenzione col Servizio sanitario nazionale è più garantita, ma non al punto di proibire a un’altra di proporre sanità privata a suo rischio d’impresa). Insomma, anche ammettendo il numero chiuso dei taxisti per superiori finalità pubbliche di garanzia della qualità del servizio, arrivare alla proibizione della famosa Uber e dei nuovi servizi di “car sharing” appare molto complicato. Del resto, la novità tecnologiche sono molto difficili da arrestare: lo sanno bene le compagnie telefoniche, che cercarono a suo tempo di non abbattere il costo degli Sms, finché gli utenti non sono passati in massa a Whatsapp e alle altre applicazioni di messaggistica senza limite di messaggi per costo di connessione. In conclusione, l’Italia sta rallentando l’applicazione della direttiva, usando, nei confronti di Bruxelles, a difesa di usi e tradizioni italiane, un altro grande classico nazionale: il cavillo, il rinvio, la proroga. Sarà però molto difficile, per ragioni giuridiche o tecnologiche, escludere all’infinito ambulanti, balneari e taxisti da un processo epocale di riforme che investe l’intera Europa. In ultimo, se Frits Bolkestein non ha in effetti creato la direttiva, perché tutti la chiamano così, quando sarebbe più corretto, magari, chiamarla direttiva Gebhardt ? Probabilmente, il punto è tutto nel suono, involontariamente minaccioso, del nome del serio politico olandese: Bolkestein come il mostro di Frankestein, qualcosa che fa paura.

Controlla anche

443

Le aziende italiane nel mercato globale

La fusione tra Luxottica (il leader italiano degli occhiali) ed Essilor (il re francese delle …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *