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Viaggio nella “Business Ethics”, un’invenzione americana

leadership_and_business_ethics_training_for_mbasLa Business Ethics, l’etica degli affari, è più nota nel suo termine inglese. Perché è una sorta di “invenzione” americana, e deriva da un rapporto certo aziende e società civile dove non si contano soltanto gli interessi degli azionisti (shareholders), ma anche quelli di coloro che hanno un legittimo interesse (stakeholders, una parola oggi molto di moda), siano i vicini di un impianto industriale, i consumatori, i collaboratori o i fornitori. L’etica degli affari non è semplicemente il rispetto delle norme del codice civile, delle leggi fiscali e di quelle del lavoro, che molto spesso diventa, a livello aziendale, principalmente un dotarsi di consulenti legali che agiscono per autotutela dell’imprenditore e persino per giustificare al massimo ogni zona grigia e ambigua. L’etica degli affari è invece un modello filosofico e morale che cerca di rendere il business compatibile con le richieste di giustizia e di moralità che naturalmente le persone richiedono ai propri vicini, e, si spera, anche a sé stesse. L’etica degli affari sta quindi in una terra di mezzo. Da un lato, c’è quella retorica degli affari che proclama che quello che è bene per il business è sempre buono per tutti (“Ciò che è bene per la General Motors è bene per l’America” fu il motto di questa e di altre grandi aziende americane per molto tempo); dall’altro lato, c’è lo scetticismo, di origine marxista ma che è proprio anche di quei conservatori brutali che si considerano realisti, di chi considera il mondo degli affari un’arena brutale dov’è inutile e persino patetico giocare pulito.

L’etica degli affari, che è un’etica laica, non sostiene né che il denaro sia farina del diavolo (come forse certi cattolici), né che la ricchezza sia un segno della grazia divina (come forse certi protestanti): cerca invece di dimostrare che un atteggiamento morale negli affari, in fondo, funziona ed è utile a tutti. Per questo, l’etica degli affari è a sua volta solo una branca dell’etica pubblica: può funzionare solo nelle società democratiche e libere, dove l’informazione e il dibattito permettono di informare e giudicare in pubblico le questioni di rilievo. Per fare un esempio, l’inquinamento è un prodotto dell’industria e del consumo: le sue conseguenze sulla salute sono inaccettabili, e quindi non si può pensare che le industrie nascondano le conseguenze del loro impatto ambientale; l’etica pubblica cerca però anche di dimostrare come produrre in maniera ecologicamente sostenibile sia anche un bene per l’azienda, che offrirà prodotti migliori e quindi più apprezzati dal mercato, e, in ultima analisi, è un bene anche per i proprietari e il management, se non altro perché anche loro come tutti hanno bisogno di acqua e aria pulite. Il movimento dei consumatori è quindi il primo paladino dell’etica degli affari: vigilare sui prodotti scadenti e malsani non significa rifiutare il benessere, ma esigere una generale correttezza e trasparenza. Nel mondo della finanza la questione etica è particolarmente delicata: al di là delle facili ironie sulla ferocia del mondo finanziario, è proprio in questo settore che correttezza e trasparenza sono più indispensabili per un corretto sviluppo del mercato; senza informazioni eticamente chiare, nessun investitore può valutare il livello di rischio che si sta assumendo, e senza la fiducia minima tra chi mette i suoi capitali e chi li impiega salta in aria l’idea stessa di investimento. Senza contare che pratiche finanziarie scorrette, dove scorrette vuol dire sia non-etiche sia mal concepite sul piano strettamente professionale, tendono sul lungo periodo a ridurre, non ad aumentare, la ricchezza nel sistema: essere corretti e essere professionali diventa indistinguibile. L’etica degli affari è quindi qualcosa di abbastanza moderno, ma si basa su un concetto molto antico, che a volte sembra però essere dimenticato in questi nostri anni di sfacciataggine ed esibizionismi: la reputazione. La reputazione è una ricchezza impalpabile, ma essenziale per l’imprenditore: l’acquisto e la vendita sono sempre, in primo luogo, atti di fiducia, quindi atti morali.

Recentemente, molte grandi aziende si stanno dotando di un codice etico: è un codice rivolto ai consumatori, per consolidare la propria reputazione ai loro occhi. Ma anche ai dipendenti, che dovrebbero sentirsi più garantiti da un codice aziendale che dichiari di voler rispettare le pari opportunità tra dipendenti donne e uomini, o la salute sul posto di lavoro. Un’azienda con una buona reputazione sarà più attrattiva anche per gli aspiranti collaboratori migliori, più capaci e preparati: essere etici dovrebbe quindi diventare un vantaggio e non un costo.

Esiste poi un aspetto dell’etica degli affari che può riguardare effettivamente una forma di pressione sulle aziende: quando qualcuno, un’associazione, un sindacato, un gruppo di pressione, pone all’attenzione dell’opinione pubblica una scelta aziendale magari legittima, ma che ha ripercussioni controverse. Questa dimensione, dove ragioni e torti sono meno chiari, richiede appunto un dibattito pubblico, possibilmente onesto e senza pregiudizi; e non è detto che sia  l’azienda sul banco degli accusati, perché anche all’imprenditore ha diritto a invocare l’etica pubblica di fronte a un torto percepito. Un esempio a livello locale può essere la contestazione sollevata dagli allevatori, nell’Appennino settentrionale e nelle Alpi, che lamentano i danni provocati dalla recente espansione del lupo, un fenomeno spontaneo e naturale ma favorito dalle leggi che proteggono la specie. Si può dire che gli italiani, attraverso il Parlamento e le leggi, e con l’azione attiva di alcune associazioni, hanno scelto di ricostituire certi elementi della fauna selvatica (il lupo, ma anche l’orso), prima estinti, ritenendo che questa ricostruzione ecologica avesse un valore scientifico, estetico e morale. Gli allevatori però, che da almeno due secoli erano usi, in Maremma e in ampie aree del Nord Italia, a lasciare poco custodite le greggi di notte, stanno pagando un prezzo per questa scelta. Sono sulla bilancia due beni, entrambi degni di rilievo: quello generale, al restauro dell’ambiente naturale e quindi delle popolazioni di animali selvatici, e quello particolare, ma di indubbio rilievo, del buon andamento della pastorizia. La soluzione, in un caso del genere, è di compromesso: i pastori devono accettare dei costi aziendali (cani addestrati, recinzioni), il governo e gli enti locali non possono però pretendere che questi costi, che sono stati, a ben vedere, imposti da una scelta generale, ricadano direttamente sugli allevatori, ma devono prevedere forme di sostegno a chi debba dotarsi di strumenti anti-lupo che sono più o meno costosi.   A livello globale, quest’esempio può ingigantirsi: è il caso della questione amazzonica, dove la tutela del più grande polmone verde del pianeta non può ridursi all’imporre dall’esterno limiti insopportabili all’economia brasiliana, e occorre quindi che la comunità internazionale trovi forme di sostegno e di investimento che facciano sì che la custodia di questo patrimonio globale non ne scarichi sugli abitanti i costi. Ecco quindi che l’etica degli affari non si limita a enumerare dei codici di buona condotta, ma può cercare di risolvere problemi e contraddizioni, proponendo anche soluzioni.

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