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Fauna selvatica: un nuovo approccio per la gestione dei danni in agricoltura

Dai lupi ai ghiri, cultura e pratica per l’armonia tra ragioni dell’ecologia e ragioni dell’agricoltura

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L’ambiente e la fauna in Italia: un nuovo scenario. La condizione ambientale dei monti e delle foreste italiane è oggi assai migliore di quanto fosse un secolo, o anche solo cinquant’anni fa. Dagli anni 70, in maniera spettacolare, una serie di azioni di tutela e l’istituzione di molti parchi e riserve sulle Alpi e sugli Appennini, che hanno creato una rete di aree protette dall’Aspromonte al confine sloveno, hanno invertito una tendenza millenaria: quella dell’abbattimento delle foreste e della compressione fino all’estinzione della fauna selvatica. Contrariamente a quel che si possa pensare, infatti, le nostre montagne e i nostri boschi non erano affatto incontaminati e integri prima della rivoluzione industriale: la trasformazione del territorio nel nostro Paese inizia in maniera spettacolare sin dal Neolitico e per tutta l’Antichità, con la progressiva messa a coltura di aree sempre più grandi, retrocede con la crisi medioevale e riprende poi impetuosamente per molti secoli, fin quasi ai giorni nostri. E’ falsa e romantica la visione di un’agricoltura antica  e tradizionale “in armonia con la natura”: per millenni, quella dell’uomo agricoltore è stata una lotta corpo a corpo con la natura, per piegarla alle sue necessità. Solo nel corso del XX° secolo il massiccio spopolamento delle campagne ha riportato ampie zone a una condizione che si potrebbe definire di naturalità recente. Al tempo stesso, un cambiamento culturale significativo è avvenuto nell’opinione pubblica, che ha cominciato a chiedere di porre rimedio all’estinzione della fauna selvatica italiana, un fenomeno anch’esso tutt’altro che recente, ma al contrario antichissimo e graduale. Si può dire, al contrario, che la sensibilità verso la fauna selvatica, intesa come risorsa ambientale, turistica e persino estetica, sia un atteggiamento del tutto recente e moderno, che non poteva che affermarsi nella società del benessere, dove la minaccia della fauna selvatica alla sussistenza alimentare non è più percepita come problematica. Il conflitto tra natura selvaggia e attività agricole è da sempre, dall’inizio dei tempi. E’ illusorio negarlo in ragione di un’ideologia del buon tempo antico, che esalta un agricoltore immaginario buono e amico della natura, invece che impegnato, com’è stato sempre, in una lotta quotidiana contro gli elementi per strappare alla terra la sua sussistenza. Ma è anche illusorio l’atteggiamento opposto, quello della cosiddetta “bambificazione” degli animali selvatici (da Bambi, il cerbiatto di Walt Dsiney tanto amato dai bambini), considerati creature innocue solo perseguitate dalla malvagità umana: una rappresentazione altrettanto romantica, che non tiene in conto che nella lotta per la vita anche gli animali, e specialmente i grandi animali, giocano una partita di sopravvivenza che può molto facilmente entrare in conflitto con l’uomo. Va senz’altro riconosciuto che la recente rinascita della macrofauna, dagli anni 70 in poi, è un fiore all’occhiello dell’Italia. Iniziata come una richiesta di pochi ambientalisti, è diventata parte integrante dell’agenda pubblica italiana: governi e enti locali hanno indirizzato molte risorse ed energie alla tutela della fauna, con risultati spettacolari, ricostituendo un patrimonio che è ecologico, scientifico, culturale, ma ha anche un valore turistico misurabile economicamente. Si deve quindi prendere atto, con legittimo orgoglio, che la fauna selvatica italiana era in pericolo, ma anche che oramai essa è sostanzialmente salva. Noi italiani, sempre così pronti all’autodenigrazione, quasi uno sport nazionale, possiamo dire di avere conseguito un grande successo. L’Italia ha fatto molto meglio, per esempio, della Spagna, che pochi anni fa si è clamorosamente “persa” la popolazione di stambecchi dei Pirenei, e meglio di molti altri Paesi europei. Proprio questo successo però deve spingere a un nuovo atteggiamento, razionale e logico: l’eccesso di successo delle politiche di tutela della fauna, cioè il boom di popolazioni animale solo pochi decenni fa sull’orlo dell’estinzione, ma oggi invece numerose e in crescita, può portare a nuovi problemi, a conflitti con le comunità rurali e specialmente con l’agricoltura di montagna, che merita pure tutela. Deve essere tenuta in considerazione la crescita della superficie boscata in Italia, legata proprio all’abbandono dei terreni marginali e montani dove per secoli si era vissuti di un’agricoltura di sussistenza, spesso disperatamente: oggi i boschi in Italia ricoprono circa 11 milioni di ettari, quando negli anni 30 del XX° secolo erano forse solo 4 milioni. Non si tratta di rimpiangere ed idealizzare il passato: ma di sviluppare nuove culture, una nuova mentalità, che tenga insieme uomo e natura, ecologia e agricoltura, grazie al benessere ormai raggiunto e alle nuove tecnologie.

L’agricoltura moderna

Nell’agricoltura modernamente intesa non deve esservi contraddizione tra le due istanze, ecologia ed economia. Consideriamo per esempio l’interesse delle aziende e cooperative agrituristiche, che sono impegnate nella valorizzazione e nella tutela ambientale del loro territorio, per ragioni che sono culturali ed economiche assieme. Le Doc e Dop legate ai parchi nazionali sono un altro buon esempio di sinergia tra agricoltura e ambiente. Proprio la gestione dei grandi predatori (lupo e orso) rivela l’importanza di un recupero, adattato ai tempi nuovi, dei saperi e culture tradizionali. E’ evidente che le reazioni di perplessità emerse da alcuni settori dell’opinione pubblica trentina per la reintroduzione dell’orso alpino nascono da una mediazione culturale non perfettamente compiuta, e lo comprova il sicuramente diverso clima che si respira in Abruzzo, dove è radicata una ben diversa tradizione di convivenza uomo-orso e, al netto di episodi di bracconaggio comunque generalmente condannati, l’orso fa senz’altro parte dell’immagine turistica e della stessa identità culturale abruzzese. Appare indispensabile quindi, di fronte alla ricomparsa del lupo e dell’orso, far riferimento a una cultura di convivenza e a saperi tradizionali, che non sono stati conservati ma piuttosto dimenticati in molte regioni italiane: tra tutte, la cultura e la tecnica del cane pastore, soprattutto il maremmano-abruzzese, l’unica razza italiana che non ha mai “dimenticato” a lottare col lupo, e che porta questa sua “missione” ben evidente nel suo aspetto fisico, essendo il suo pelame bianco selezionato lungo le generazioni per permettere ai pastori di distinguere cani da lupi anche di notte. Anche se si sta assistendo anche all’importazione di razze sicuramente interessanti, come certe razze di pastori asiatici, ma pure più costose, impegnative e aggressive, il pastore maremmano-abruzzese sembra essere quello meglio adattato all’ambiente italiano, e il suo allevamento deve essere valorizzato, e portato o riportato nelle aree di recente colonizzazione del lupo, laddove se ne fosse persa la memoria e la tradizione. La politica di risarcimento, pur utile, non è sufficiente, e comunque interviene a tappare in qualche modo i danni, e non è un buon modello quindi di razionale gestione e di prevenzione: le politiche di sviluppo agricolo devono investire in incentivi nel dotare i piccoli allevatori di cani pastore adeguatamente selezionati e addestrati, oltre che nei vari strumenti di difesa passiva che possano essere necessari, dal recinto elettrificato, particolarmente utile per gli orsi, al miglioramento dei ricoveri notturni per il bestiame. Per questo, è di grande importanza il Programma di sviluppo rurale (Psr) nel sostegno agli allevatori in quello che è un vero e proprio nuovo costo aziendale. Appare evidente che, se la decisione di tutelare la fauna selvatica italiana è stata una scelta politica nobile di tutela di un interesse pubblico, deve esprimersi in maniera altrettanto chiara una scelta di sostegno a quegli allevatori e agricoltori che di questa scelta generale soffrono conseguenze particolari. Occorre quindi che gli allevatori si rivolgano con decisione ai programmi di sviluppo rurale, con il sostegno delle organizzazioni di rappresentanza, e che, ovviamente, le Regioni prevedano le misure anti-lupo tra quelle finanziabili, come già avviene sovente, ma non sempre e non sempre con la stessa efficacia. Occorre anche un lavoro di migliore acquisizione di competenze da parte degli allevatori cinofili italiani (creare cani da pastore capaci di far fronte al lupo impone tecniche di selezione e addestramento non scontate) e da parte degli stessi pastori: non tutta la cultura tradizionale della pastorizia italiana è da conservare così com’è, in particolare quella, molto diffusa al centro-sud, di abbandonare i cani a sé stessi in certi periodi dell’anno, provocando fenomeni di randagismo e di cattiva gestione sanitaria e ambientale.

Una gestione della fauna selvatica più in linea con la scienza moderna.

Il problema del randagismo è la cartina di tornasole di una cattiva gestione dell’ambiente, e della confusione tra un approccio scientifico, uno arcaico da abbandonare, ed uno invece troppo vagamente sentimentale. I cani randagi sono un problema assai grave, i danni che provocano sono sicuramente maggiori di quelli del lupo, senza considerare i problemi sanitari e persino per la sicurezza delle persone; inoltre, costituiscono una minaccia subdola proprio per la conservazione del lupo, perché l’ibridazione casuale tra cane e lupo porterebbe di fatto alla scomparsa della specie selvatica. Al di là quindi di un certo atteggiamento “animalista”, che tende a vedere di buon occhio, e perlomeno a tollerare cani e gatti randagi, deve essere chiaro che il randagismo canino è un problema ecologico grave, che va fermato con decisione, e non ci può essere spazio per una malintesa tolleranza nelle nostre campagne, che sarebbe, oltre tutto, anche tolleranza per l’abbandono dei cani da pastore o da caccia poco efficaci, che non è più giustificata dalla miseria. Occorre far sì che si affermi una cultura veramente civile, per cui ogni animale domestico, ogni cane e ogni gatto, devono avere un padrone, e che ogni animale abbandonato, oltre che destinato a una vita miserevole, è anche a tutti gli effetti il sintomo di pratiche di allevamento obsolete ed un corpo estraneo, più o meno pericoloso, per l’ambiente naturale e la sua corretta tutela. Occorre qui fare una breve digressione, digressione solo apparente ma invece necessaria: la gestione della fauna selvatica italiana richiede sicuramente un aggiornamento normativo. In particolare, dovrebbe includere i moderni concetti di conservazione del genotipo delle popolazioni originarie e della biodiversità prodotta dall’evoluzione in un determinato ambiente, concetti scaturiti dai progressi negli studi di genetica, che hanno cambiato le coordinate della zoologia e della zootecnia classica, ma non sono ancora sufficientemente diffusi nell’opinione pubblica  e neppure tra gli operatori.  Tutela della biodiversità e del patrimonio genetico della fauna selvatica italiana significa normare in maniera assai più rigorosa eventuali introduzioni, evitando non solo le specie “aliene”, quali nutrie sudamericane e pesci siluro danubiani, ma anche l’introduzione di esemplari di specie in apparenza ammissibili ma invece in grado di causare un deleterio inquinamento genetico delle varietà locali, prodottesi in secoli di evoluzione. E’ noto che ormai la situazione è del tutto compromessa per molte di queste specie, dal cinghiale alla lepre, le cui popolazioni italiane originarie sono quasi completamente “inquinate” geneticamente. La responsabilità, francamente, è qui da attribuire in primo luogo al mondo della caccia, che ha privilegiato l’introduzione di animali interessanti dal proprio punto di vista, con il caso limite del cinghiale, che è oggi la specie il cui controllo è in assoluto più problematico e costoso, perché i cinghiali oggi diffusi nella penisola sono discendenti di soggetti centro o nordeuropei, preferiti per le maggiori dimensioni, ma caratterizzati anche da un impatto diverso da quelli dal cinghiale indigeno, che si era evoluto in armonia con un ambiente mediterraneo più povero e arido di quello continentale. Il rilascio incontrollato dei cinghiali, pratica non ancora del tutto cessata, ha prodotto nel tempo una situazione di grave difficoltà per i piccoli coltivatori in molte regioni italiane. Purtroppo, non è risultato vero che i cacciatori, dopo aver introdotto i cinghiali, potessero anche controllarli senza problemi: al contrario, a meno di complessi e sofisticati piani di cattura di non facile attuazione, la caccia al cinghiale può paradossalmente provocare una reazione di ulteriore espansione demografica, perché l’eventuale uccisione dei soggetti adulti stimola la riproduzione precoce dei giovani; trattandosi di animali molto mobili, inoltre, è difficile contenere gli spostamenti di nuovi esemplari da altre zone, che tendono istintivamente ad occupare quelle “liberate”.  Probabilmente, con il tempo la natura tenderà a nuovi equilibri: l’arrivo dei lupi sembra contenere i cinghiali in maniera più efficace, mentre la pressione dell’ambiente potrebbe, lungo le generazioni, far evolvere i cinghiali “nordici” verso dimensioni più sostenibili per i boschi italiani. Il diritto dei cacciatori deve quindi essere armonizzato, rinunciando alla pretesa di intervenire con l’occhio soltanto a uno dei molti interessi – pure tutti legittimi – in gioco, e soprattutto occorre ammettere con la dovuta umiltà che tutti gli interessati, cacciatori, allevatori, e di contro amici degli animali a vario titolo, devono accettare criteri di rigoroso controllo scientifico, che possono essere garantiti soltanto da scienziati e tecnici davvero specializzati e dotati di formazione accademica. La retorica della sapienza ancestrale del contadino e del cacciatore contrapposta a quella dello scienziato ha fatto molti danni. Esistono per questo anche esempi virtuosi, come quello della gestione venatoria degli ungulati in alcune province italiane, che ha il principale merito di rendere inutile la pratica, costosa e dannosa, del “ripopolamento”, per privilegiare invece il consolidamento di popolazioni animali naturalmente sostenibili, con vantaggio per l’ecologia, ma anche per i cacciatori, che possono cacciare veri “selvatici” e non animali d’allevamento destinati a una caccia di scarso valore sportivo o a diventare, se sopravvivono, dei costosi problemi.

Una gestione più condivisa e democratica del patrimonio faunistico

E’ essenziale un modello di gestione condivisa del territorio, che metta assieme “tavoli” di incontro tra agricoltori, imprenditori turistici, istituzioni, cacciatori, ambientalisti, evitando una gestione corporativa ed egoistica ispirata a interessi di parte e facili populismi e allarmismi. E’ necessaria la condivisione degli interessi, e prima ancora delle informazioni, che possono venire solo da chi lavora sul terreno e non dal diffondersi di leggende metropolitane e notizie mal verificate, che dà la stura alla solita girandola di risentimenti e conflittualità. Soltanto così potranno avviarsi dei circoli virtuosi. La diffusione di una nuova cultura dell’allevamento che protegga meglio il bestiame, certo sostenuta da un’adeguata progettazione e finanziamento per i costi che comporta, potrebbe essere un’opportunità di crescita per la pastorizia italiana, e non più un problema. Un’attenta tutela dell’ambiente che scoraggi l’introduzione di specie o esemplari estranei (un bosco non è un giardino zoologico), e il relativo business del traffico di animali per “ripopolamenti” inutili o dannosi, potrebbe mettere d’accordo ambientalisti e cacciatori. Questo vale anche per la gestione di specie di piccole dimensioni, che possono sfuggire ai riflettori dell’opinione pubblica e che non sollevano né grande interesse né grandi interessi. Va ricordato il caso classico, ormai di scuola, avvenuto anni fa, di un intervento di eradicazione di una piccola popolazione aliena di scoiattolo grigio americano, promosso dall’Istituto Nazionale Fauna Selvatica (ora Ispra), e incomprensibilmente vietato da un tribunale, che si è opposto con una sentenza all’azione di quello che era pure l’Istituto pubblico maggiormente autorevole e competente in materia, a cui vennero opposte argomentazioni vagamente animaliste: oggi, che la diffusione della specie americana mette a rischio la sopravvivenza dello scoiattolo europeo, con gravi responsabilità italiane nella mancata prevenzione, l’Unione Europea è costretta a prevedere costosi strumenti di intervento, con imbarazzo e spese che si potevano evitare. Grave, in questo senso, e sinora sottovalutato, è il caso della crescita della popolazione di ghiri, che ha un impatto assai significativo sulla corilicoltura, un elemento tradizionale dell’agricoltura italiana che ha anche una significativa sinergia con la moderna industria dolciaria. I danni da ghiro sulla produzione di nocciole possono essere molto significativi, e non è ancora chiaro come farvi fronte; da un lato, sembra cruciale il la presenza di uccelli da preda (gufi, ecc.), e quindi si conferma l’importanza di un buon equilibrio naturale, che è amico dell’agricoltore moderno; dall’altro, sono opportuni interventi, quali la creazione di fasce prive di alberi e cespugli larghe almeno 5-7 metri che separino fisicamente il noccioleto dal bosco circostante. Anche in questo caso, interventi di questo genere non possono che essere sostenuti da fondi pubblici e da un’attenta gestione dei progetti di sviluppo rurale. In generale, tutta la dimensione forestale richiede una pubblica discussione: se oggi abbiamo uno sviluppo molto maggiore dei boschi non è necessariamente un male, laddove questi si siano sviluppati su terreni un tempo destinati ad un’agricoltura marginale e di mera sussistenza. Ma appare senz’altro opportuno allora dare nuovo impulso a un’industria ecologicamente sostenibile del legname: oggi molti boschi italiani di non particolare pregio ambientale che potrebbero essere produttivi sono lasciati all’abbandono, mentre l’Italia importa legname dall’estero. Ci sono oggi le condizioni per una crescita della produzione nazionale sia di legname di pregio, a sostegno dell’importante industria italiana del mobile, che di biomasse per la produzione di energia. Una sfida importante per l’agricoltura italiana di oggi: la messa a reddito bilanciata dei nuovi boschi, conservando al tempo stesso i valori paesaggistici e la funzione di arresto dell’erosione e dei gas serra che questi boschi “moderni”, con la loro crescita spontanea, ci hanno, quasi miracolosamente, offerto.

 

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