Home / Comunicazione / Omaggi ai Borghi d'Italia / Sutri (Viterbo), presidio storico sulla via Cassia

Sutri (Viterbo), presidio storico sulla via Cassia

Sutri, panoramaSutri è un suggestivo borgo di circa 6.700 residenti in provincia di Viterbo. Dista circa 30 chilometri dal capoluogo e circa 50 dal Grande Raccordo Anulare (Roma).

Le tre colline che si ergono caratterizzando il territorio cittadino, sono state plasmate e scavate nei secoli per ricavarne tombe, case, chiese, ma anche un anfiteatro ed un antico mitreo. Possiamo senz’altro affermare che la storia di Sutri non sarebbe stata la stessa senza la presenza di questa pietra straordinaria per leggerezza, tenacità e facile lavorabilità. Gli etruschi, che per primi si insediarono in questa zona, furono grandi maestri nella lavorazione del tufo, ne trasmisero la tradizione ai romani e da questi ultimi è giunta fin quasi ai giorni nostri.

Visitando Sutri e le sue antiche vestigia per la prima volta e conoscendone la storia, si rimane spesso sorpresi nell’apprendere la densità degli avvenimenti che hanno coinvolto la città. Come ha potuto questo piccolo centro, simile per caratteristiche e dimensioni a molti altri della Tuscia, beneficiare di così grande attenzione e prestigio durante tutta la sua storia?

La risposta va ricercata nella sua particolare posizione geografica, che nei secoli si rivelò strategica. Situata in posizione assai caratteristica, a 291 metri di altezza, in una zona ricca di acque e bagnata da due torrenti profondamente incisi nella coltre tufacea, la città sorge sulla pianeggiante platea superiore di un colle dalle ripide pareti, naturalmente accessibile solo dalla parte ovest. Sutri era quindi in posizione sicurissima e costituiva una vera e propria fortezza naturale posta al confluire di strade che collegavano il mare e l’interno, ma anche i monti Cimini ed il sud, verso la nascente Roma. Grazie a questa naturale posizione, la città fu a lungo contesa allo scopo di assicurarsene il controllo. Nel corso dei secoli, seguirà il destino di quella che a ragione può essere considerata la più importante arteria dell’Italia centrale: la via Cassia.

Proprio dalla sua posizione a ridosso di questa Via, Sutri seppe trarre il massimo beneficio trasformandosi lentamente da piccola città etrusca a florida colonia romana fino a diventare importante e conosciuto comune in epoca medievale. Nei secoli della sua storia la città, indissolubilmente legata alla Cassia e strettamente dipendente da essa, ne seguirà le sorti alterne.

L’identità di Sutri andò, infatti, delineandosi lentamente; si adattò conformandosi secondo le trasformazioni che la Via Cassia subì nel corso dei secoli, talvolta prendendone le distanze ed altre inglobandola al suo interno in una sorta di abbraccio tendente a proteggerla ma anche a sfruttarne le potenzialità.

Divenuta dopo la caduta dell’impero romano punto di transito obbligato da e verso Roma, Sutri iniziò una crescita demografica alla quale conseguì una nuova sistemazione urbanistica che avrebbe trovato la sua massima espansione nell’edificazione di un nuovo nucleo urbano, posto al di fuori dall’antica cinta muraria ma subito a ridosso della via Cassia, che così ne risultò inglobata.

Per secoli su questa strada transitarono eserciti e grandi signori ma anche semplici pellegrini e monaci provenienti da tutta Europa. Come vera arteria pulsante, la via Cassia portò nei secoli ricchezza e potere ma anche guerre, distruzioni ed epidemie. Tuttavia il legame della città con la strada fu tale che nel periodo di maggiore splendore, individuabile nel XIV secolo, i cittadini più abbienti arrivarono a disporre lasciti per la sua manutenzione, consapevoli che una strada in cattivo stato di conservazione avrebbe causato alla città una sicura decadenza.

La fortuna di Sutri continuò fino al giorno in cui la strada fu pulsante di vita e quindi percorsa da grandi masse di uomini diretti a Roma. Nel momento in cui il flusso iniziò a scemare, alla città venne lentamente a mancare la linfa vitale del commercio che ne aveva garantito la prosperità e si ritirò lentamente ma inesorabilmente all’interno delle mura.

Sutri fu nei secoli sempre vincolata alle sorti di Roma, prima sede dell’impero e poi del papato, rimanendo legata ad essa in una sorta di legame filiale che perdurò fino all’unità d’Italia.

 

IL QUADRO STORICO

efeboL’antico abitato di Sutri doveva sorgere sullo sperone di tufo che ancora oggi ospita l’attuale abitato e che è delimitato da vallate solcate da corsi d’acqua e difeso intorno da alti pianori. Fra queste colline che fungevano da difesa naturale si delineava il percorso naturale che collegava in antico i territori tenuti dagli etruschi, la fascia costiera del Tirreno e, contemporaneamente, la linea di transito da Roma verso il nord della Tuscia.

Ad oggi appare poco chiara la questione relativa alle prime forme di occupazione del sito anche se delle ricerche archeologiche hanno permesso di individuare alcuni frammenti di ceramica databile alla fase più tarda dell’età del Bronzo finale (X sec. a.C.) e che sembrano suggerire la presenza di una frequentazione dell’area urbana già in età protostorica. Le stesse ricerche hanno messo in evidenza anche altri centri abitati di modesta entità che nel periodo protostorico erano posti nei pianori che circondano la Città. Tali informazioni portano ad ipotizzare che la nascita del centro urbano sia originato in seguito ad un processo di unificazione dei villaggi nel pianoro che ancora oggi ospita Sutri.

Le informazioni relative al periodo preromano appaiono scarse, rendendo complessa la definizione dell’appartenenza della città alla cultura falisca o a quella etrusca. È solo a partire dal V secolo a.C. che il ruolo di Sutri viene a prospettarsi più chiaramente quando entra negli interessi di Roma grazie alla sua importante posizione strategica, fondamentale per il controllo sia delle aree etrusche, sia di quelle falische.

Narra lo storico Tito Livio che agli inizi del IV secolo Sutri è sotto assedio da parte degli etruschi di Tarquinia. Vista l’eccezionalità dell’evento, narra sempre lo storico, gli abitanti di Sutri decidono di mandare degli ambasciatori a Roma, in base ad un’alleanza che i sutrini avevano stretto con l’Urbe. In quel periodo è dittatore di Roma Marco Furio Camillo che caldeggiando la causa di Sutri, decide immediatamente di portare aiuto alla città alleata, riuscendo a sbaragliare le fila etrusche. Con Roma Sutri assume una nuova funzione militare e politica su tutto il territorio a nord di Veio, è eretta a colonia latina, probabilmente nel 383 a.C., divenendo partecipe degli scontri che vedono Roma contro alcune città etrusche e che si concludono con la definitiva sottomissione di Tarquinia, Volsinii e di Falerii.

Con la fine delle ostilità Sutri perde il ruolo di caposaldo militare divenendo poco a poco un importante centro rurale, l’ipotesi sembra confermata dal graduale processo di occupazione ed organizzazione delle campagne intorno al centro urbano dove non manca la presenza di numerose emergenze archeologiche relative a infrastrutture insediative e ville rustiche. In questo modo Sutri è ricordata come una delle città più fiorenti della regione, come confermano il complesso monumentale dell’Anfiteatro, l’estensione della necropoli urbana e la presenza di un sistema stradale assai organizzato che collegava l’area urbana con tutto il territorio circostante.

La continuità d’uso della via Cassia, anche dopo la caduta dell’impero romano, è senza dubbio uno dei motivi fondamentali della ciclica funzione strategica di Sutri. È ben presto sede vescovile: al 465 d.C. risale la prima testimonianza di un vescovo di Sutri, tale Eusebius presente al sinodo romano di quell’anno. È sede degli scenari bellici tra longobardi e bizantini che costituirono le premesse di un nuovo assetto territoriale e politico della Tuscia. Occupata dai Longobardi nel 568, Sutri è ripresa dai Bizantini con la spedizione dell’esarca di Ravenna, Romano. Successivamente riconquistata dai Longobardi di Liutprando, è donata al pontefice Gregorio II nel 728.

Le scarse notizie relative a Sutri per i secoli IX e X non consentono di delineare un quadro preciso delle vicende locali, per la sua posizione topografica e nel ruolo di ultima tappa prima di Roma lungo la via Cassia la Città è menzionata come sosta obbligata nelle discese a Roma degli imperatori germanici o ancora, per il passaggio o la presenza di vescovi e monaci, figure illustri nella storia del Cristianesimo.

Con il medioevo Sutri assume una maggiore importanza politica all’interno del territorio pontificio che forse ne motiva la scelta come sede del concilio del 1046, indetto dall’imperatore Enrico III, per volere del quale dopo la deposizione dei papi Benedetto IX, Gregorio VI e Silvestro III, è eletto al soglio pontificio Clemente II di Bamberga.

Sul finire del XII secolo e nel corso del successivo la Città è coinvolta nei movimenti di autonomia ed espansionismo delle potenti famiglie dell’aristocrazia romana a cui un’ingerenza sempre più forte nei confronti dell’autorità della Chiesa ne determinava un forte indebolimento sul piano politico. Nel 1111 Sutri è di nuovo sede di un importante incontro tra l’imperatore Enrico V e il pontefice Pasquale II, durante il quale vengono poste le basi di un accordo che pone fine alla lotta per le investiture, noto come Iuramentum Sutrinum. Nel 1140 Sutri è assalita e presa da Giovanni dell’Anguillara per ritornare poi in pochi anni sotto il controllo diretto della Chiesa.

Nel corso del XIII e XIV secolo le vicende di Sutri sono collegate a quelle delle diverse fazioni guelfe e ghibelline, sempre in lotta per il possesso di città e territori all’interno del Patrimonio di S. Pietro. Sutri è completamente libera solamente nel 1332 depositando il primo statuto della città nel 1358. All’inizio del XV secolo ad un nuovo tentativo di riconquista da parte dei Di Vico Sutri si sottomette al papa Alessandro V.

Del 1435 è la notizia della unificazione della sede vescovile di Sutri a quella di Nepi. Malgrado tale accenno di crisi, e i sempre più importanti traffici deviati verso la nuova linea di transito della via Cimina voluta dai Farnese, la Città non perde la vitalità sociale ed economica che l’aveva caratterizzata per tutto il periodo medievale. Tali notizie sono confermate anche dalla presenza di importanti famiglie romane che per tutto il periodo successivo al medioevo investono largamente sul territorio sutrino, dando ampio spazio sia alle attività agricole, sia ad impianti industriali come ferriere, ramiere ed opifici che divengono riprova del duraturo benessere economico della Città. La sicura gestione economica di Sutri del periodo rinascimentale sembra anche confermata dalle numerose strutture di accoglienza organizzate per ospitare pellegrini e viandanti o come attesta la presenza di importanti strutture ospedaliere come quella del Santo Spirito in Saxia.

Anche nei secoli successivi le sorti della Città di Sutri vedono delle dinamiche economiche sempre vive, corroborate dalle tante famiglie romane che in maniera costante decidono di investire sul territorio sutrino: gli Altoviti, i Muti Papazzurri, gli Staderini e poi i Del Drago; rimangono segni di un passato quanto mai dinamico e mai fermo.

 

I MONUMENTI

piazza del Comune, particolare fontanaPIAZZA DEL COMUNE. Delimitata su tre lati da palazzi e su quello restante dall’arco di accesso con soprastante torre campanaria, occupa la posizione dell’antico foro della città romana. Situata in posizione baricentrica rispetto al pianoro della civitas, è ancora oggi posta più o meno in asse con la via principale che taglia da ovest ad est il centro storico. La centralità del suo ruolo continuerà sia in epoca medievale, quando è citata ancora come Platea Fori, sia nei secoli successivi e fino ai giorni nostri. La piazza del Comune continua a svolgere a tutti gli effetti un ruolo centrale nella vita sociale e politica della città.

FONTANA. Nel 1720 la comunità di Sutri decide di dotarsi di una nuova fontana e nel 1722 il compito di realizzarla viene affidato all’architetto Filippo Barigioni. La fontana realizzata rimane al suo posto per quasi due secoli fino a quando, agli inizi del XX secolo, è sostituita da quella attuale. Dopo alterne vicende la fontana settecentesca sbarca oltreoceano ed orna attualmente il parco del museo Vizkaya di Miami. Quella che oggi decora la piazza e ne costituisce una sorta di fulcro, richiama modelli barocchi riconoscibili in alcune fontane romane realizzate su disegno di Giacomo della Porta. Essa è organizzata attorno ad una pianta quadrata con lati concavi e convessi; all’interno della prima vasca si innestano due calici sovrapposti ornati con delfini e maschere.

PALAZZO COMUNALE. Frutto dell’accorpamento di più edifici di epoca medievale, il palazzo di proprietà del nobile Altoviti fu ricostruito a partire dal 1567. Una seconda fase di lavori si ha tra il 1576 e il 1579 mentre nel 1593 è nuovamente ampliato. L’aspetto attuale è il risultato di un restauro avvenuto a seguito dei danni subiti durante la Seconda Guerra Mondiale.
Nell’androne, nel cortile e nel portico del palazzo è ospitato l’Antiquarium che conserva una raccolta di frammenti scultorei, epigrafici e di decorazioni architettoniche di età romana e medievale. Tra gli altri è degno di nota il grande sarcofago strigilato in marmo, databile al III secolo d.C., attualmente usato come fontana. Sopra di esso campeggiano lo stemma della città e la lastra che ricorda lo status di Colonia Latina di Sutri nel IV sec. a.C. A sinistra della fontana è esposto lo stemma in peperino di papa Urbano VIII Barberini, unica testimonianza della porta Romana posta ad est del nucleo storico e oggi non più esistente.

ARCO ROMANO. La struttura voltata, realizzata in blocchi squadrati di peperino, è visibile oggi all’interno del profondo arco di accesso alla piazza. Identificato come fornice di ingresso all’antico Foro della città è databile al II sec. a.C., al di sopra di esso si innesta una torre campanaria decorata con un motivo a vela e orologio. I primi cenni relativi alla sua trasformazione risalgono al 1722 quando l’architetto Filippo Barigioni viene incaricato di effettuarne i lavori. Nel 1922 vengono apportate alcune modifiche con l’aggiunta delle decorazioni centrali. A seguito delle due guerre mondiali, è diventato anche monumento ai caduti.

CHIESA DI SAN SILVESTRO. La chiesa è ricordata nel 1053 come appartenente al Capitolo dei Canonici di san Pietro in Vaticano. La struttura mantiene l’impianto romanico con una facciata a capanna affiancata dalla torre campanaria a pianta quadrata. Al centro della facciata si apre il portale con cornici barocche sormontato dal finestrone che riprende gli stessi motivi decorativi del portale, arricchiti con elementi floreali. L’interno è a tre navate divise da due file di pilastri con soffitto a capriate a vista in legno. Nella navata sinistra è possibile vedere il dipinto raffigurante la Deposizione di Gesù nel sepolcro e sull’altare principale San Silvestro Papa. Durante il periodo barocco la chiesa subisce delle trasformazioni, in particolare viene rinnovato l’altare maggiore, le colonne vengono ricoperte a stucco mentre la facciata sembra essere coperta da uno strato di intonaco. Sulla torre campanaria è un tipico orologio a ore italiche.

CHIESA DELLA SS.MA CONCEZIONE IMMACOLATA DI MARIA. La chiesa è a pianta rettangolare con un matroneo delle monache di clausura, la cantoria e soffitto a cassettoni in legno. Nella parete laterale destra vi è un dipinto del XVI secolo rappresentante la “Cena di Betania” attribuito al pittore fiammingo Maarten de Vos (Anversa, 1532-Anversa, 1603). All’esterno ha una semplice facciata con il portone in legno di fine manifattura inserito in una cornice cinquecentesca. Alla chiesa è annesso il monastero carmelitano della Ss.ma Concezione, originariamente un piccolo castello medievale donato nella prima metà del 1400 dalla Comunità di frati carmelitani, già presenti a Sutri, alle prime monache che professavano i voti sotto la Regola Carmelitana.

PORTA MORONE. La porta, ad arco a tutto sesto con decorazioni bugnate su entrambi i lati prende il nome dal Cardinal Morone che tra il 1580 e il 1603 ne attuò il rifacimento. Fu ulteriormente ampliata e modificata nei primi anni del novecento sacrificando un piano del convento. La porta si innesta su un tratto delle mura civiche in cui è possibile individuare tratti di diverse epoche con i grandi blocchi squadrati sulla destra e la caratteristica torre circolare con beccatelli visibile sulla sinistra, un tempo a difesa della porta ed oggi parte integrante del giardino appartenente al monastero delle Carmelitane.

CASA NATALE DEL POETA GIOVANNI ANDREA DELL’ANGUILLARA. In piazza Giovanni Andrea dell’Anguillara si trova la casa natale del poeta Giovanni Andrea dell’Anguillara (Sutri ca.1519 – Sutri ca. 1572), uno dei fondatori del teatro moderno.

Antico Lavatoio - foto I.C.LAVATOIO. Antico lavatoio pubblico oggi trasformato in piazza. Il luogo è stato sempre importante. Nei suoi pressi sorgeva l’antica Porta San Pietro che si affacciava sulla “Strata Sancti Petri”. Il lavatoio, una volta luogo dove si trovava una antica mola a olio, era fino a pochi decenni fa inglobato in un edificio a due piani. Ora l’antica vasca fa da centro scenico a un’affascinante piazza.

CHIESA DI SAN FRANCESCO. Secondo la tradizione la chiesa fu fondata da san Francesco di Assisi e dedicata a sant’Angelo. In seguito alla canonizzazione del Santo di Assisi la chiesa è successivamente dedicata a san Francesco. La chiesa era collegata ad un convento i cui resti sono stati demoliti in anni recenti. Ulteriori interventi di ampliamento ed ammodernamento sono attuati durante il pontificato di Giulio II, ripresi e terminati nel 1520 con Papa Leone X. La chiesa mantiene l’originario impianto romanico anche nell’assetto della facciata esterna che permette di leggere l’organizzazione interna a tre navate. Al centro spicca il grande portale con cornice a mensola e timpano convesso con soprastante lucernaio circolare. Sul fianco sinistro della chiesa si eleva un semplice campanile a vela. L’interno è a tre navate divise da due file di sei colonne raccordate da archi a tutto sesto e ha un soffitto a capriate a vista in legno. Le tele che abbellivano l’interno della chiesa sono ora conservate al Museo del Patrimonium.

CASA NATALE DI EUGENIO AGNENI. In via Agneni è la casa natale di Eugenio Agneni (Sutri 1816 – Frascati 1879), artista che fu anche patriota sostenitore dell’Unità d’Italia. Al Museo del Patrimonium è conservato uno stendardo processionale da lui realizzato per una delle confraternite cittadine.

CHIESA DI SAN SEBASTIANO. L’impianto attuale risale al XVII secolo, ma alcune notizie ne testimoniano l’esistenza già alla fine del XIV secolo. All’esterno ha una semplice facciata a capanna mentre l’interno, ad aula unica, presenta un soffitto in legno e un affresco rappresentante la Madonna in trono tra San Sebastiano e San Rocco. È sede della Confraternita del Santissimo Nome di Maria e San Sebastiano.

interno cattedraleCATTEDRALE DI SANTA MARIA ASSUNTA IN CIELO. L’edificio attuale è il risultato di varie trasformazioni, l’ultima delle quali attuata tra il 1745 e il 1753, che ha cambiato definitivamente la struttura della chiesa più antica.
La cattedrale medievale fu completata nel 1207 e consacrata dal papa Innocenzo III. Della struttura romanica si conservano il campanile, il pavimento cosmatesco della navata centrale, la cripta ed alcuni elementi della facciata. Le trasformazioni barocche della chiesa furono portate a termine nel 1754.
Successivi interventi di restauro furono effettuati agli inizi del XX secolo a cura del vescovo Doebbing che mise in atto un ulteriore rimaneggiamento di gran parte della struttura e dell’adiacente palazzo vescovile al quale fu dato l’aspetto attuale di castello merlato.
Esterno. Il portico aggiunto durante il rifacimento settecentesco cela alla vista gran parte del campanile, la cui base, ormai inglobata all’interno del corpo della cattedrale, era in origine isolata e fronteggiante la facciata della basilica romanica.
Il campanile è completamente realizzato in tufo con il corpo suddiviso in quattro fasce scandite da cornici in peperino ed elementi in marmo. Un sistema di finestre a monofora, bifora, trifora e quadrifora contribuisce a snellirne la figura e ad alleggerirne la struttura all’aumentare dell’altezza. Anche il campanile fu coinvolto nella trasformazione settecentesca con l’aggiunta di una cuspide piramidale che rimase in loco fino al 1911 quando venne demolita e sostituita con l’originale copertura a padiglione.
Interno. Diviso in tre navate da due file di pilastri, presenta nella navata centrale un pavimento cosmatesco, così denominato perché realizzato ad opera della famiglia dei Cosmati, molto attiva nel Lazio tra il XII ed il XIII secolo, utilizzando tessere di marmo policromo disposte a formare disegni geometrici. L’attuale corpo della cattedrale è notevolmente più lungo della precedente che terminava, più o meno, all’altezza dei primi due pilastri. La lieve rotazione della pavimentazione, mostra esattamente il punto in cui si innestò la parte aggiunta al corpo originale. La cattedrale romanica era anch’essa divisa in tre navate da due file di colonne di epoca imperiale, recuperate per l’occasione e probabilmente già usate per la costruzione delle precedenti cattedrali. Due di queste magnifiche colonne corinzie sono ancora visibili all’interno degli ultimi due pilastri della navata centrale, prospicienti il presbiterio.
La volta della navata centrale è ornata da quattro affreschi raffiguranti, ad iniziare dal presbiterio, probabilmente sant’Eusebio; al centro santa Dolcissima, patrona della città; infine i martiri san Felice prete e sant’Ireneo Diacono. Gli affreschi furono realizzati da Luigi Fontana che lavorò alla decorazione della cattedrale tra il 1891 ed il 1894. Al pittore sono attribuiti anche altri dipinti presenti nell’edificio come “La Morte” e “L’Incoronazione di Maria” realizzati nel catino absidale.
Nella navata destra, nella terza cappella, è ubicato l’altare dedicato a santa Dolcissima, martire locale del III secolo, rappresentata in una tela settecentesca opera di Heinrich Schmidt. nella cappella è conservata la statua di scuola berniniana raffigurante la santa, realizzata in legno dorato con mani, testa e piedi in argento che la sera del 15 settembre viene portata in processione per le vie cittadine in occasione dei festeggiamenti in suo onore.
Tavola del Salvatore. Nella cappella centrale della navata laterale sinistra, si conserva l’opera d’arte più antica giunta fino ai giorni nostri conservata nella cattedrale. La tavola del Cristo Benedicente, databile agli inizi del XIII secolo, è una copia dell’Acheropita del SS. Salvatore conservato al Sancta Sanctorum a Roma. Papa Innocenzo III, in occasione della consacrazione della cattedrale avvenuta nel 1207, la donò alla chiesa seguendo la consuetudine secondo la quale, in occasione della consacrazione di una nuova chiesa, si dovevano donare beni materiali necessari alla manutenzione dell’edificio e dell’officiante. Nonostante siano numerose le copie dell’Acheropita realizzate in epoca medievale, la tavola di Sutri mostra dettagli e colori di notevole pregio, dovuti sicuramente al prestigio della committenza papale, che ne fanno un esemplare unico.
cripta Ph. I.C. (337 x 600)Cripta. Ai lati del presbiterio, due scale conducono alla sottostante cripta romanica. L’ambiente è a pianta rettangolare, diviso in otto navate da colonne su cui si impostano volte a crociera in tufo. Molte delle colonne e dei capitelli sono di reimpiego mentre altri furono realizzati per l’occasione da maestranze locali, con motivi floreali copiati da quelli classici. L’ambiente presenta un modello architettonico insolito, caratterizzato dalla successione di nicchie semicircolari aperte lungo tutte le pareti. Tale modello, non più in uso sin dall’epoca imperiale, era stato ripreso in Germania in alcune cripte di cattedrali realizzate in epoca ottoniana. L’autore volle probabilmente mostrare la propria cultura architettonica classica o fu semplicemente influenzato da legami diretti che Sutri ebbe con la Germania sin dall’anno mille. A conferma di questo legame è il busto, ubicato in una delle nicchie della parete destra, raffigurante papa Clemente II eletto a Sutri nel concilio tenutosi nell’anno 1046, per volere dell’imperatore Enrico III. Le pareti della cripta in origine erano completamente affrescate come dimostrano le tracce di affreschi ancora individuabili in alcune nicchie, forse un tempo destinate ad ospitare statue di santi. Da un piccolo corridoio posto a sinistra dell’abside, si accede ad un ambiente in cui è conservato un dipinto di scuola umbra raffigurante Cristo in croce tra la Madonna e santa Lucia.

PALAZZO VESCOVILE. All’esterno della chiesa sulla sinistra è l’ingresso del palazzo vescovile che si innesta direttamente sulla struttura esterna della navata laterale destra. Il nucleo medievale del palazzo venne iniziato insieme alla chiesa nell’anno 1170, su iniziativa del vescovo Adalberto. Quello che si vede oggi è il risultato delle pesanti trasformazioni subite nei secoli e soprattutto di quella novecentesca, operata dal vescovo Doebbing, che ne alterò l’aspetto in fortezza con terrazze merlate e lo dotò di torretta con orologio. L’edificio è realizzato in tufo ed ha mantenuto inalterati alcuni caratteri originali come la serie di finestre a bifora ed ogivali visibili dalla sottostante via del Vescovado.

TORRE FORTEBRACCI. Sul fianco della cattedrale, nel vicolo Fortebraccio si nota la mole di una torre medioevale. L’edificio costituisce l’unico esemplare superstite di casa torre all’interno del centro abitato. Questo tipo di costruzione, annesso alla casa della famiglia proprietaria, era un simbolo di pregio e potenza nonché di difesa. Recenti analisi storiche e confronti architettonici la datano alla seconda metà del XIII secolo.

CHIESA DI SANTA CROCE. La chiesa è citata nei documenti fin dal medioevo. Ha una semplice facciata a capanna intonacata con finte bugnature in stucco che termina con il tetto a doppio spiovente. Al centro è il portale ad arco con bugne a stucco. All’interno nell’altare è visibile una Esaltazione della santa Croce. Attualmente è sede dell’Arciconfraternita del SS. Sacramento, Santa Croce e Gonfalone.

MUSEO DEL PATRIMONIUM. Il palazzo in origine e fino a tutto il 1700 era il Palazzo della Comunità di Sutri, sede dell’amministrazione cittadina fino al completo abbandono del Borgo a valle. In epoca medievale, infatti, con l’accresciuta importanza del nuovo Borgo sorto a ridosso della Via Cassia, si sentì l’esigenza di spostare la sede del potere cittadino in posizione intermedia tra l’antica civitas, posta sul colle principale, ed il nuovo insediamento. La loggia che si apre sulla valle sottostante testimonia la nuova necessità di controllare la città da una posizione dominante. Il palazzo ospita oggi il Museo del Patrimonium, l’archivio e la biblioteca comunale. Il lato che affaccia sulla Via Cassia ingloba una parte delle mura cittadine realizzate in blocchi di tufo squadrati databili al IV sec. a.C. Il museo raccoglie numerose testimonianze storiche relative a Sutri e al suo territorio: sculture, epigrafi, affreschi e tele. Attualmente è in mostra l’Efebo di Sutri, una statua in bronzo del primo periodo imperiale ritrovata a Sutri nel 1912. La statua rappresenta una figura maschile giovanile nuda in posizione eretta con il braccio destro sul capo e il sinistro piegato in modo da portare ad altezza del volto un oggetto ora mancante, forse uno specchio.

CHIESA DI SAN ROCCO. Sulla facciata con tetto a doppio spiovente è il portale di ingresso con architrave in pietra arenaria, che reca la data 1608, sormontato da una finestra centrale ad occhio. Qui aveva sede la confraternita di San Martino e dal XVII secolo quella di San Rocco.

PORTA VECCHIA. La porta occupa il sito di un accesso antico alla città romana, al quale appartengono i blocchi squadrati di peperino che fanno da piedritti interni all’attuale ingresso. La porta è ad arco con a fianco una torretta semicircolare. Sul concio in chiave è lo stemma di Sutri con Saturno a cavallo. La datazione, I° sec. a.C.-XVI° d.C., si riferisce alla costruzione e ai successivi restauri e cambiamenti architettonici seguiti durante i secoli.

PARCO REGIONALE DELL’ANTICHISSIMA CITTÀ DI SUTRI

Parco archeologico - particolareCHIESA DI SAN GIOVANNI DEL TEMPIO. All’ingresso del parco, sulla sinistra, è la chiesa dedicata a San Giovanni del Tempio. L’accesso è posto ad un livello notevolmente più basso rispetto alla strada, a testimoniare le stratificazioni che hanno innalzato il livello della Via Cassia. La facciata piuttosto semplice è caratterizzata da pochi fregi e decorazioni esterne e un piccolo campanile a vela. All’interno è presente un altare dedicato alla Madonna: due angeli acefali sorreggono una cornice con tre immagini affrescate delle quali rimane solo quella al centro, raffigurante la Madonna col Bambino. L’affresco è presumibilmente databile al XV sec.

NECROPOLI URBANA. Costituisce uno degli esempi più consistenti di tombe di età romana scavate nel tufo, databili per lo più tra il I secolo a.C. ed il III d. C.. Sono oggi visibili complessivamente 64 tombe disposte su più livelli, tra le quali si individuano essenzialmente tombe a camera, arcosolii e nicchie rettangolari con o senza incasso per cinerario. Alcune di esse sono precedute da un grande arco di ingresso esterno e quasi tutte presentano un incasso frontale rettangolare in cui era posizionata la lastra epigrafica. L’uso intensivo e continuato nei secoli, ha fatto sì che in questa necropoli coesistano riti funerari diversi, a volte anche nello stesso ambiente. Sulla facciata di molti ambienti, sono ancora individuabili timpani circolari e poligonali, lesene e decorazioni scolpite nel tufo, realizzate allo scopo di dare loro una dignità architettonica che richiamasse gli edifici sacri cittadini. L’interno era decorato con affreschi dai motivi e colori semplici, in alcuni casi ancora oggi visibili.

monumento 1 AnfiteatroANFITEATRO. L’anfiteatro è il più conosciuto tra i monumenti di Sutri. Utilizzato fino al 1600 per la rappresentazione della Passione, venne poi utilizzato come terreno a pascolo dalla famiglia Savorelli che lo ereditò, insieme alla soprastante villa. Fu parzialmente riportato alla luce tra il 1835 e il 1838 e completamente dissotterrato durante il ventennio fascista. Ubicato fuori dell’antica cinta urbana e completamente scavato nel tufo è per questo unico nel suo genere. Esso fu realizzato, con grande perizia, partendo dall’alto della collina fino ad ottenerne la forma che oggi si può ammirare. L’impianto planimetrico si organizza internamente attorno ad un’arena ellittica. Alle estremità dell’asse maggiore erano posti gli ingressi principali costituiti da due ampi passaggi voltati di cui ne rimane solo uno mentre l’altro, posto a ridosso della Via Cassia, è crollato nel corso dei secoli alterando, in qualche modo, la percezione del complesso. L’arena è racchiusa entro un podio che la separa dalla cavea; al suo interno si sviluppa una galleria di collegamento su cui si aprono dieci porte funzionali alle esigenze degli spettacoli. La stessa galleria serviva inoltre a garantire un ingresso elitario, costituito da quattro piccole scalinate, riservato ai ceti più abbienti che potevano così raggiungere la Ima Cavea, la più vicina all’arena. La cavea era suddivisa in tre ordini di gradinate: ima, media e summa, separate da due stretti corridoi di scorrimento. Alla media cavea, destinata ai rappresentanti del ceto medio, e alla summa cavea, dove prendevano posto le persone meno abbienti, si accedeva per mezzo di quattro vomitoria scavati ai lati dei due ingressi principali. Una particolarità, riscontrabile solo nell’anfiteatro di Sutri, è costituita da una serie di otto sedili individuali con schienale curvo scavati nella media cavea ai quali gli studiosi non hanno saputo dare una spiegazione univoca. In posizione più o meno centrale, nel versante ovest della media cavea, è visibile un grande palco rettangolare che fu creato in tempi successivi alla realizzazione dell’anfiteatro.
AnfiteatroL’Anfiteatro era ed è tuttora praticamente invisibile dall’esterno, col suo aspetto di collina tufacea. A renderlo individuabile nell’antichità era, con ogni probabilità, un coronamento costituito di colonne poste alla sommità delle gradinate. Nella parte di collina digradante, il coronamento era posticcio, con colonne posizionate secondo una regolare scansione spaziale. Nella parte sottostante la terrazza, il coronamento era invece ricavato direttamente nell’alto banco tufaceo per ricreare lo stesso motivo decorativo, in tal caso costituito da semicolonne coronate da una cornice modanata, i cui resti sono ancora oggi visibili.
Il monumento è datato tra la fine del I secolo a. C e il I d.C. La semplicità dell’impianto lo rende, infatti, assimilabile ai primi anfiteatri costruiti realizzati a Roma ed in Campania, primo fra tutti quello di Pompei, che viene considerato precedente. Per dovere di cronaca, va detto che la datazione di questo monumento rimane ancora oggi una questione aperta e ci si interroga ancora sulla sua paternità. Nel corso dei circa centocinquanta anni di studi condotti sull’anfiteatro, diversi studiosi ne hanno attribuito la paternità agli etruschi proprio sulla base delle sue particolari caratteristiche architettoniche ma anche per la tecnica di costruzione, essendo l’unico anfiteatro completamente scavato nella roccia.

CHIESA DELLA MADONNA DEL PARTO O MITREO. L’edificio di culto identificato da molti studiosi come Mitreo poi riadattato a chiesa cristiana è, come il vicino anfiteatro, completamente scavato nel tufo. L’accesso originario era molto più angusto e nascosto dell’attuale, identificabile con la piccola rampa di scale scavata sul fianco sinistro della collina. L’attuale vestibolo era invece separato dal resto della chiesa e costituiva, probabilmente, una cappella annessa; il passaggio ricavato al centro della parete affrescata verso l’interno della chiesa, fu ricavato solo nel XVIII secolo asportando l’affresco raffigurante la madonna col bambino, alla quale fu intitolata la chiesa, posto oggi alle spalle dell’altare.
In questa cappella “secondaria” si conservano gli affreschi più significativi, tutti ascrivibili al XIV secolo. Sulla sinistra troviamo rappresentati la Madonna col Bambino tra San Michele riconoscibile dalle ali e San Giacomo identificato dalla conchiglia mentre sulla destra è San Cristoforo, patrono dei viandanti, qui raffigurato a supporto e difesa dei pellegrini che a Sutri trovavano accoglienza e ospitalità. L’affresco, di proporzioni gigantesche rispetto agli altri, lo rappresenta con barba e bastone mentre porta Gesù Bambino sulla spalla, secondo l’iconografia che lo contraddistingue come portatore di Cristo. Al centro è l’affresco più significativo rispetto alla storia della città di Sutri, come ultima città sulla via dei pellegrinaggi verso Roma. L’autore ha voluto lavorare su due linee parallele. In alto ha raffigurato la leggenda legata alla nascita del santuario di S. Michele sul Gargano e in basso la scena di un pellegrinaggio partito verosimilmente da Sutri alla volta del santuario garganico. Secondo la leggenda il ricco pastore Galgano, recatosi in cerca di un toro smarrito, lo ritrova a difesa di una grotta e decide così di ucciderlo scagliando alcune frecce che miracolosamente mancano l’animale e tornano indietro a colpire lo stesso Galgano. Contemporaneamente appare la figura di S. Michele con aureola, vesti sontuose e lancia in mano, ad indicare nella grotta il luogo scelto per la nascita del santuario a lui dedicato.
Dal basso si snoda invece una processione di pellegrini diretti alla stessa grotta. La minuziosità della rappresentazione ci consente di individuare gli elementi che costituivano l’equipaggiamento tipico del pellegrino: cappello a tesa larga per ripararsi da pioggia e sole, un pesante mantello per proteggersi dal freddo ed un bastone per aiutarsi nel cammino ma anche come strumento di difesa. Alcuni pellegrini sono rappresentati con le scarpe, altri scalzi ed altri ancora percorrono l’ultimo tratto in ginocchio, a seconda delle colpe da espiare. In basso a destra è raffigurata una piccola scena che racchiude in sé l’essenza stessa del fenomeno del pellegrinaggio medievale. Vi sono raffigurate una coppia ed un’altra persona abbigliate come pellegrini; tra di loro è in atto uno scambio: il pellegrino a destra sta consegnando quella che sembrerebbe una piuma alla coppia. La piuma, simbolo del pellegrinaggio al monte Gargano, è la “prova” che tale pellegrinaggio è stato effettuato. Verosimilmente la coppia di sposi, impossibilitati a farlo personalmente, dettero incarico di effettuare il pellegrinaggio per proprio conto, allo scopo di richiedere intercessione presso il santo ed ottenere una grazia. Ecco giustificato l’abbigliamento: essi stessi sono considerati pellegrini secondo la consuetudine del pellegrinaggio su commissione. Riteniamo che la coppia rappresentata abbia anche commissionato la realizzazione dell’affresco, a conferma che san Michele concesse la grazia richiesta.
Oltrepassato il vestibolo, si entra nell’aula di culto vera e propria. Essa si presenta divisa in tre navate da due file di pilastri quadrangolari. Le due navate laterali, coperte con soffitto piano, sono molto strette e presentano una lunga banchina ai lati. La navata centrale è coperta da una volta fortemente ribassata ed i pilastri spiccano da un lungo bancone di tufo che li unisce. L’aspetto della chiesa, pur continuando a suscitare grande suggestione, è stato notevolmente alterato dagli interventi settecenteschi. Il nuovo accesso dal vestibolo, posto in asse secondo il classico impianto basilicale, ha, infatti, completamente modificato la percezione dello spazio interno da parte del visitatore. Il precedente accesso era, infatti, in grado di suscitare una sensazione di sorpresa e meraviglia, scoprendo lentamente l’inaspettata particolarità dell’ambiente.
La caratteristica saliente di questa chiesa è sicuramente costituita dal ciclo ininterrotto di affreschi che coprono oggi la navata sinistra, alcuni pilastri e la volta del presbiterio ma che un tempo dovevano decorare completamente le pareti della chiesa. Si tratta per lo più di affreschi votivi cioè realizzati su commissione di cittadini che pagarono per la loro realizzazione; in quasi tutti gli affreschi il committente è immortalato in basso, in genere in atteggiamento orante.
Nell’abside dietro l’altare è posto l’affresco rimosso per l’apertura dell’attuale porta di ingresso; raffigura la natività secondo l’iconografia introdotta da S. Francesco d’Assisi con la Madonna ed il Bambino stretto in fasce, san Giuseppe alla sua destra e il bue e l’asinello alle spalle.
Sulla volta del presbiterio, oltre alla rappresentazione del Cristo Pantocratore tra i simboli dei quattro evangelisti, risalta per l’imponenza e la ricchezza dei colori la rappresentazione di San Michele Arcangelo, abbigliato secondo la moda bizantina e rappresentato con grandi ali, aureola, lancia e col volto in rilievo, quasi voler emergere dalla pietra. Quest’ultima rappresentazione, insieme ad altri indizi presenti, suggerisce la precedente dedicazione della chiesa all’Arcangelo, venerato in città già nel XIV secolo. Questo spiegherebbe anche i frequenti pellegrinaggi che da Sutri si recavano al santuario di san Michele sul Gargano, testimoniati da documenti dell’epoca.
Il complesso è stato più volte identificato con un mitreo che ha sfruttato parte della necropoli. Tale identificazione trova conferma nelle caratteristiche strutturale della chiesa che somigliano a quelle dei luoghi dedicati al dio Mitra: i pilastri e le banchine lungo i lati della navata usate come ampi letti dai fedeli o convitati. Il culto del dio Mitra fu introdotto in Italia e in Etruria dalle legioni di stanza in oriente nel I secolo d.C.

Villa SavorelliVILLA SAVORELLI. Villa Savorelli probabilmente venne edificata intorno alla seconda metà del XV secolo dalla famiglia Odeschi, per essere acquistata in pieno rinascimento dalla famiglia Altoviti. Nella prima metà del XVII secolo passa ai Muti-Papazzurri, successivamente intorno al XIX secolo diviene proprietà della famiglia Savorelli e oggi è proprietà comunale. La villa, un edificio a tre piani, ha una pianta rettangolare con una semplice facciata con la parte inferiore leggermente a scarpa con bugnature agli angoli che si ritrovano anche nel motivo decorativo del portale principale. La facciata prospetta su un giardino organizzato con siepi di bosso a labirinto secondo i canoni tipici del rinascimento italiano impreziosito da una fontana in peperino. Sul lato destro è presente un bosco di lecci secolari a cui si accede direttamente dal primo piano dell’edificio tramite un ponticello. Il parco della villa termina con una balaustra a strapiombo sull’anfiteatro.

CHIESA DI SANTA MARIA DEL MONTE. Ricostruita nel XVIII secolo su disegno di Sebastiano Cipriani sul sito di un edificio precedente, presenta un’imponente facciata, di influenza borrominiana, fiancheggiata da due torri campanarie e sormontata da un timpano a cornice spezzata e rientrante. Due pilastri con lesene in aggetto delimitano la zona centrale concava, in cui si apre il portale con il finestrone soprastante. L’interno, piuttosto piccolo rispetto alle dimensioni della facciata, è composto da una piccola aula con pianta a croce.

CASTELLO DI CARLO MAGNO. L’edificio realizzato in tufo è stato tramandato dalla tradizione orale come castello di Carlo Magno, in accordo alla convinzione secondo la quale l’imperatore avrebbe soggiornato a Sutri durante il viaggio per la sua incoronazione avvenuta a Roma nell’800. In realtà si tratta di una piccola rocca difensiva databile tra il XIII e il XIV secolo, facente parte del sistema difensivo della città.

TORRE DI SAN PAOLO O DEGLI ARRAGIATI. La torre presenta un portale ad ogiva, con tre archi acuti concentrici, con costolature e nervature multiple, fu donata alla vicina Chiesa di San Paolo dalla moglie del nobile Pierleone Pierleoni.

GROTTA DI ORLANDO. La leggenda racconta che all’interno della grotta vi si rifugiò Berta, sorella dell’imperatore Carlo Magno, mentre fuggiva da questi. Nella grotta Berta dette alla luce Orlando il celebre paladino di Francia.

CHIESA DELLA MADONNA DELLA CAVA. Il nome di Santa Maria della Cava le deriva dalla cava di tufo presente nelle vicinanze. L’attuale chiesa ha uno stile tardo barocco con un interno ad unica navata con l’altare maggiore dedicato alla Madonna e altari laterali dedicati ai misteri della vita di Maria.

SATURNO, ORLANDO E PILATO. Antiche leggende, le cui origini si perdono nei secoli, s’intrecciano ad originali tradizioni popolari dando vita in questa città ad un clima di contrasto tra antico e moderno, tra racconto e realtà che affascina e diverte.
La leggenda vuole che “l’Antichissima Città” sia stata fondata dal mitico popolo dei Pelasgi o ancora dal dio etrusco Sutrinas assimilabile al romano Saturno, a cui si deve il nome della città, indicato come mitico fondatore e rappresentato nello stemma cittadino in sella ad un cavallo con le spighe di grano in mano, a testimoniare la fertilità della terra sutrina.
Molte le leggende ambientate a Sutri collegate alla presenza di alcuni personaggi realmente esistiti. Una di queste vuole che proprio qui sia nato il prode nipote di Carlo Magno, Orlando, il Paladino per antonomasia, figlio di Berta, sorella del grande imperatore, e del guerriero Milone. Secondo la tradizione Carlo Magno ripudiò la sorella proprio a causa della sua relazione con Milone e questa, mentre si recava a Roma per chiedere aiuto al Papa, fu colta dalle doglie e partorì a Sutri il figlio, all’interno di una tomba etrusca. Dopo una giovinezza trascorsa a Sutri, Orlando fu riconosciuto e portato in Francia dallo zio Carlo, di passaggio in città in occasione della sua incoronazione, diventando poi il prode guerriero le cui gesta sono state cantate per secoli e tramandate fino ai nostri giorni.
Un’altra vuole invece che qui sia nato Ponzio Pilato, tristemente famoso per aver condannato a morte Gesù Cristo.

(Gi.Ca.)

Controlla anche

Livigno

Livigno (Sondrio), sotto il segno della moda

Per l’estate 2017 è la moda il fil rouge degli eventi di Livigno, il comune italiano …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

loca3fondolavoroevento-01(1)