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Agricoltura, il ritardo nei pagamenti mette in ginocchio il settore

MamoneL’economista statunitense Thorstein Veblen già nell’Ottocento scriveva, con efficacia, che la burocrazia è “incapacità addestrata”. Nelle maglie dello Stato spesso i diritti naturali diventano una sudata concessione. Ne sanno qualcosa le aziende agricole italiane sottoposte ai rapporti con un ampio ventaglio di enti istituzionali preposti, spesso, al difficile compito di rendere impossibile il possibile. Quasi sempre, tra l’altro, mal collegati tra loro.

Emblematici, ad esempio, i tempi di pagamento di indennità e contributi pubblici, caratterizzati sovente dalle forche caudine delle pastoie burocratiche e quasi sempre da ritardi ingiustificati. Ciò si traduce – tanto più in un periodo di recessione, di prezzi che non consentono di coprire i costi di produzione, di volatilità dei mercati, di rimodulazione a ribasso del valore dei premi, di nodi creditizi e fiscali, di forti criticità legate alla siccità e in genere ai cambiamenti climatici e di altre emergenze (come quella degli ungulati) – nella chiusura definitiva di molte aziende. Con conseguenze non solo economiche per famiglie di lavoratori e per intere comunità, ma anche per l’ambiente, per il territorio, per le produzioni enogastronomiche locali, per la salvaguardia delle tipicità. E’ mai possibile che a due anni dalla presentazione di domande e dalle conferme degli impegni, aziende agricole e zootecniche debbano ancora ricevere quanto loro spetta di diritto?

Il dito va puntato principalmente verso la filiera Ministero, Regioni e Agea, l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura che gestisce miliardi di euro di fondi comunitari e nazionali e che beneficia di 155 milioni di euro di trasferimenti dallo Stato (dato relativo al 2015, l’anno precedente erano stati 130 milioni). Troppo spesso, appunto, intoppi nei meccanismi delle macchine istituzionali – è il caso della mancata disponibilità dei necessari programmi informatici per i controlli o delle frequenti disfunzioni degli apparati tecnologici – determinano tempi di pagamento pesantemente posticipati, generando enormi problemi alle aziende. A giugno scorso, ad esempio, l’Agea ha saldato 200 milioni di euro in favore di 300mila beneficiari relativi soprattutto alla domanda unica, saldo campagna 2016; bene, però ci sono agricoltori che ancora aspettano il saldo delle domande 2015.

Ingiustificati rallentamenti hanno per protagoniste anche le Regioni. E’ quanto sta succedendo, ad esempio, in Abruzzo, dove proprio in questi giorni il presidente della Commissione Bilancio, Mauro Febbo, in una conferenza stampa ha denunciato il blocco di 200 milioni di euro di investimenti nel settore primario: in sostanza centinaia di aziende agricole che hanno partecipato al Bando 4.1 e 4.2 del Programma di Sviluppo Rurale (chiuso il 31 maggio scorso), per problemi burocratici (sembrerebbe informatici), ancora non sanno se sono state ammesse, se devono fare integrazioni o se, addirittura, verranno escluse. Situazione a dir poco “confusionaria”. Secondo la stessa denuncia, anche per il bando “Giovani Agricoltori” ad un anno dalla sua chiusura non c’è ancora una graduatoria.

Insomma, gli atavici problemi di inefficienza e di disarmonia dell’apparato pubblico italiano, che troppo spesso non garantisce adeguate risposte ad imprese e associazioni agricole mettendo a disposizione strumenti idonei a superare le difficoltà del mercato, vengono pesantemente pagati dal mondo produttivo. Come ci segnalano quotidianamente numerose aziende agricole nostre associate, dal Nord al Sud. Non incassare quanto dovuto equivale a non poter investire in nuove tecnologie e in qualità, a non poter rispondere alle sfide in competitività e in internazionalizzazione, a non promuovere adeguatamente quelle filiere virtuose che ridistribuiscono reddito tra i vari attori.

(Domenico Mamone)

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