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Il bonus cultura verso l’eclissi?

Domenico MamoneIl ministro dei Beni culturali e del Turismo, Alberto Bonisoli, ha annunciato l’intenzione di depennare il cosiddetto “Bonus cultura” (o “18 App”), cioè i 500 euro riservati dallo Stato a tutti i giovani diciottenni da investire principalmente nell’acquisto di biglietti per il cinema, ma anche per teatri, concerti, libri, ecc. L’iniziativa, s’è giustificato il ministro, costerebbe troppo: 200 milioni di euro l’anno.

Alcuni esponenti del Pd hanno espresso la propria indignazione per la probabile scomparsa di un’iniziativa varata dal governo Renzi.

Pur ritenendo sempre meritorio un provvedimento a sostegno dell’erudizione, specie se diretto ai giovani, in realtà il “Bonus cultura” ha mostrato enormi limiti, tanto che le principali organizzazioni studentesche l’hanno pesantemente criticato e solo qualche mese fa diversi quotidiani l’hanno definito “un flop”, già annunciandone il rischio del mancato rifinanziamento per il 2018. La polemica dei dem, quindi, appare pretestuosa.

Il primo problema ha riguardato il farraginoso sistema per ottenere l’identità digitale necessaria all’accreditamento sul portale, denominato Spid. Un passaggio indispensabile – e molto complicato – per staccare i coupon. Con il tempo la prima falla è stata però superata.

Altra grana è venuta dalla scarsa adesione all’iniziativa da parte delle strutture culturali: sugli oltre ottomila comuni, nel primo periodo ben 7.012 non hanno registrato nemmeno un esercizio che abbia aderito all’iniziativa. Insomma, moltissimi ragazzi non hanno trovato librerie, negozi, musei, teatri, cinema aderenti nel proprio comune di residenza.

Tutto ciò ha contribuito a determinare il terzo problema, la scarsa adesione all’iniziativa da parte dei ragazzi, nonostante la scadenza prorogata. I dati riportati a febbraio 2017 dal quotidiano La Stampa sono impietosi: su 572.437 diciottenni con diritto di bonus, soltanto 230mila si sono iscritti alla piattaforma “18App”, molto meno della metà. Alla fine del secondo anno la percentuale è arrivata al 61 per cento, pari a 351mila aderenti, lasciando fuori ben due ragazzi su cinque. Addirittura sono avanzati 114 milioni di euro su 290 milioni stanziati per anno.

Al di là delle polemiche sulla natura populista del provvedimento, sul fatto che tratta allo stesso modo ragazzi ricchi e poveri (cioè offre regali indipendentemente dalle condizioni economiche) o sull’anima elettorale di un “bonus” che mirerebbe ad orientare chi si affaccia al primo voto (ma non è andata così, visti i risultati del Pd), il nodo vero è che in molti giovani ha prevalso il disinteresse. Addirittura tantissimi avrebbero svenduto on-line i buoni, attivando un mercato davvero ignobile. In sostanza, se uno non è abituato a leggere o ad andare ad un concerto di musica classica, il fatto di poter ottenere gratuitamente libri o biglietti non cambia gusti e aspirazioni. E’ la stessa logica per cui resta intonsa la pila dei quotidiani offerti gratis in genere nei licei classici (salvo qualche professore che ne approfitta). Non solo: la stragrande maggioranza di chi ha aderito al “bonus” è finita nelle sale cinematografiche (77 per cento), mentre soltanto il 18 per cento nelle librerie (anche se un buon film può essere certamente migliore di un pessimo libro, ma le scelte effettuate in entrambi i casi aprirebbero un altro capitolo).

Superando le tante polemiche per un’iniziativa nata male e finita non certo meglio – non sarebbero stati più efficaci dei viaggi d’istruzione legati al merito? – ci riserviamo due interrogativi finali.

Il primo: bocciando tale “bonus”, il nuovo governo intende procedere con la solita politica di tagli o mira, finalmente, ad invertire il trend da anni calante degli investimenti in cultura e ricerca, settore fervidi di startup giovanili? Dal momento che l’attuazione di diverse promesse elettorali – reddito di cittadinanza, abolizione della legge Fornero, flat tax, ecc. – richiederebbe una montagna di soldi, un po’ di sincero timore in proposito lo manifestiamo.

Secondo punto: se tra le nuove generazioni italiane, salvo ovviamente eccezioni, la formazione non è al top, non sarebbe il caso di investire direttamente nelle scuole anziché ricorrere a buoni-spesa che trasformano anche la cultura in un grande supermercato?

(Domenico Mamone)

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