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Boschi (e sogni) in fumo

MamonePer decenni quando si è parlato di incendi (e di paradossi) al Sud sono riemersi puntuali i rilevanti numeri dei lavoratori forestali, a tempo indeterminato e precari, impegnati soprattutto in Sicilia (picco massimo: circa 26mila unità) e in Calabria (oltre 10mila).

Per accentuare la bizzarria della situazione, si ricorreva in genere, per la Sicilia, all’esempio di due borghi, entrambi in provincia di Palermo: Pioppo, frazione del Comune di Monreale, con 383 forestali su duemila residenti, e Godrano, 190 forestali su mille abitanti. Per la Calabria scattava il rituale paragone con i rangers canadesi: da noi 10.500 addetti per 6.500 chilometri quadrati, nel Paese nordamericano 4.200 persone per 400mila chilometri quadrati.

E’ innegabile che il “posto pubblico” di guardia forestale (così come tanti altri) nel Mezzogiorno abbia funzionato un po’ come ammortizzatore sociale, una distribuzione (quasi sempre clientelare) di stipendi diventata una sorta di “risarcimento” e di controbilanciamento per i tanti disastri che la politica ha combinato nelle regioni meridionali, tra industrializzazioni fallite e reti infrastrutturali degne del terzo mondo. Tuttavia questo continuo e caricaturale stillicidio mediatico – non senza basi di verità, lo ribadiamo – ha finito per delegittimare la stessa esistenza delle guardie forestali, specie al Sud, quasi che fosse un corpo unicamente di rubastipendi e di scansafatiche, o addirittura, di mafiosi e di incendiari (generalizzando e banalizzando un dettagliato rapporto del Sisde del duemila sui forestali siciliani, come hanno fatto per anni numerosi analisti con dna “padano”).

Innanzitutto va detto che a fronte di quei “numeroni”, soltanto un 15 per cento dei forestali è a tempo indeterminato, cioè economicamente “garantito”, mentre gli altri per lo più sono precari che vengono impiegati alcune giornate all’anno. Un altro problema è gestionale: mancando una efficace governance del comparto, allo stato strutturale di dissesto del territorio, specie di quello montano, spesso non si risponde nel modo più adeguato. Insomma, nelle giornate d’estate in cui si ripetono annualmente le tristi cronache dei grandi roghi nel Mezzogiorno, sarebbe ora di finirla con il circoscrivere le colpe ai forestali, cioè ai lavoratori, per lo più precari. Le origini, in realtà, sono variegate.

Se è vero che gli incendi provocati da cause naturali sono rari, è altrettanto vero che quelli dolosi, cioè che non dipendono da irresponsabilità o distrazione, hanno matrici diverse. Indubbiamente, come nel celebre film-capolavoro “Il Monello”, in cui un bambino è complice nell’attività di vetraio ambulante del padre nel distruggere vetri per procurare lavoro, non mancano roghi finalizzati alla creazione (o conferma) di lavoro per operai precari legati alla forestazione. Ma a ciò si somma non solo la mai eclissatasi tradizione agricola e pastorale – per quanto in calo – di bruciare stoppie per rigenerare terreni o per procurare nuovo pascolo, ma soprattutto la distruzione di interi boschi mossa da grandi interessi speculativi legati all’edilizia.

Proprio su questi ultimi “interessi”, ad esempio, ci si concentra riguardo agli incendi che nei giorni scorsi hanno ridotto in cenere il Parco del Vesuvio: una fonte dei vigili del fuoco parla di ben otto inneschi (almeno), tutti posizionati in aree difficili da raggiungere, attivati contemporaneamente e diffusi in modo diabolico anche attraverso gatti a cui s’è dato fuoco.

Insomma, al di là delle cronache pittoresche (e quindi efficaci per un certo pubblico) riguardo alle presunte colpe da individuare nell’esercito dei lavoratori forestali, bisognerebbe in realtà concentrarsi su quelle della politica, incapace di combattere seriamente i cementificatori selvaggi e i distruttori ambientali, di estirpare il malaffare, ma anche di promuovere la prevenzione e quindi i sogni di vivere in un Paese realmente civile che coltiva, nonostante tutto, la maggior parte degli italiani.

Purtroppo sul fronte dei roghi, infatti, si registrano da anni notevoli passi indietro: l’ultimo colpo di spugna è quello sulla Forestale (grazie alla legge Madia), che costringe i carabinieri – già oberati di lavoro – ad effettuare prevenzione e indagini anche sugli incendi, mentre le emergenze sono in carico ai vigili del fuoco. Questa divaricazione (la stessa flotta dei Canadair della forestale è stata smembrata, suddivisa tra carabinieri e vigili del fuoco), unita ai tagli di organico, ha di fatto indebolito la difesa dello Stato contro i piromani, che così hanno acquisito maggiore forza. Del resto la flotta antincendio era stata già dimezzata dal governo Monti, passando da 30 a 19 unità (15 quelle effettivamente operative, 4 ruotano per la manutenzione), come riporta Nino Femiani su Quotidiano.net. “Tecnicamente la Regioni potrebbero stipulare convenzioni con squadre antincendio, ma nessuna tra le Regioni del Sud finora l’ha fatto”.

La solita politica, insomma, sul banco degli imputati. E per i drammatici roghi di questi giorni non mancano critiche dirette ai governi regionali. Come quelle mosse dal Sinalp, la Confederazione nazionale sindacale dei lavoratori e dei pensionati, il cui segretario siciliano Andrea Monteleone attacca direttamente il governo Crocetta.

Si domanda il sindacalista: “Perché il governo non provvede, in tempo utile, a programmare le azioni del reparto antincendio formato da 7.500 lavoratori forestali che, pur avendo superato l’età media dei 45-50 anni, sono sempre pronti a dare il meglio, anche a rischio della propria vita, nell’affrontare tali emergenze? Dove sono i finanziamenti promessi, ma ad oggi non erogati, per la pulizia delle fiumare, per le operazioni di diserbo e prevenzione incendi delle aree archeologiche ed altri interventi necessari per difendere il nostro patrimonio boschivo? Dove sono le attrezzature, le divise ignifughe, i mezzi ed il loro carburante per far diventare il nucleo di lavoratori dell’antincendio da ‘spreco di denaro’ o per meglio dire ‘bacino elettorale del demiurgo di turno’ a risorse in grado di produrre e sviluppare economia? Perché dobbiamo assistere, ad ogni estate, alla sistematica distruzione di bellissimi boschi e macchia mediterranea?”. E conclude con una richiesta diretta al governatore: “Presidente Crocetta, vogliamo sapere di chi è la colpa di tanto pressapochismo, per non dire di criminale volontà distruttiva della nostra isola. Attendiamo risposte e fatti concreti senza attendere la campagna elettorale per ascoltare le solite stupidaggini ideologiche che hanno distrutto la nostra isola”.

L’Italia che sta vivendo la stagione d’oro del turismo – un po’ fortuitamente (a causa degli attentati terroristici in nazioni competitor) – non può lasciare insolute risposte a queste legittime domande. Perché, nonostante tutto, c’è sempre un Paese civile che non si risparmia in fatto di sogni.

(Domenico Mamone)

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