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Cosa amaramente c’ha insegnato Rigopiano

Domenico MamonePoco meno di un anno fa, tutta l’Italia ha vissuto con ansia le drammatiche vicende legate alle eccezionali nevicate che hanno colpito le zone terremotate e, in particolare, l’Abruzzo. Paesi isolati, assenza di energia elettrica per diversi giorni, incidenti, danni all’agricoltura, scosse di terremoto che hanno accentuato i disagi. Ma il simbolo di quel drammatico mese di gennaio è stata la tragedia dell’hotel Rigopiano a Farindola, dove una strada impraticabile è associata alla morte di ben 29 persone rimaste intrappolate nell’albergo.

Agli atti dell’inchiesta per quella drammatica vicenda sono finite anche le conversazioni di due dirigenti della Provincia di Pescara, in quanto il telefono del responsabile locale della Protezione civile era da tempo intercettato dalla Procura dell’Aquila che stava indagando su presunte irregolarità in appalti regionali.

Apprendiamo dagli organi d’informazione che, nel corso del colloquio, mentre uno dei due dirigenti avrebbe proposto di richiedere all’Anas una turbina spazzaneve per Farindola (delle due in dotazione alla Provincia, una era stata mandata sulla Maiella e l’altra era rotta), l’altro avrebbe manifestato il suo disaccordo, per evitare di “farsi l’esproprio in casa”. Una frase intercettata dalla Squadra mobile spiega bene l’atmosfera. “Se l’Anas va lassù e riapre, diranno: visto che bisogna passare all’Anas le strade?”. Lavorando entrambi per la Provincia, sanno bene che al loro ente, dopo la riforma, sono rimaste soltanto due competenze: le scuole e la viabilità. Chiamare l’Anas non conviene. E infatti non lo fanno.

Quando con ore di ritardo partiranno i soccorsi, sarà proprio una turbina dell’Anas che andrà ad aprire la strada. Amara ironia della sorte.

E c’è di più. Dalle intercettazioni emerge l’approssimazione nel dare priorità agli interventi. O addirittura scelte dettate da interessi personali, anche politici: meglio liberare una zona rispetto ad un’altra.

Queste drammatiche vicende confermano principalmente i problemi determinati, negli anni, dalla moltiplicazione di enti e organismi a livello territoriale, che oltre a far lievitare di numero dei centri di spesa (il malaffare è proliferato principalmente su dimensione locale), hanno anche alimentato una marea di conflitti di attribuzioni e di competenze.

L’apertura al regionalismo, ad esempio, che ha trovato attuazione solo dagli anni Settanta con l’approvazione di tutti gli statuti regionali e con una serie di riforme (dalle legge 382 del 1975 alle leggi Bassanini tra il 1997 e il 1999, fino alle legge costituzionale 3 del 2001), ha dato il via al trasferimento di funzioni amministrative dello Stato a favore delle Regioni e di altri enti locali (comprese le mai abolite Province), determinando non solo un’oggettiva difficoltà nella nuova distribuzione di ruoli, compiti e funzioni, ma anche il rafforzamento di nostalgie legate all’assoluta centralità dello Stato e del Parlamento.

Emblematiche le conseguenze generate dalla modifica dell’articolo 117 della Costituzione, oggetto di un costante contendere tra Stato e Regioni con continui strascichi presso la Corte Costituzionale. Il conflitto di competenze ha raggiunto livelli da primato, investendo praticamente ogni materia, dal commercio alla sicurezza, dall’ambiente alla concorrenza. Tematiche come la sussidiarietà o il federalismo, che dovrebbero costituire tematiche perlomeno serie, sono state strumentali soprattutto ai fini elettorali e praticate da politici con al massimo un diploma della Scuola radio elettra o lauree in terra d’Albania.

Come è avvenuto sul fronte della spending review, un “taglio dei privilegi” molto sbandierato nelle intenzioni ma di fatto mai attuato, così anche per la maggior parte degli enti – spesso veri e propri “poltronifici” – gli annunci di cancellazioni e accorpamenti restano il più delle volte “lettera morta”. Stato centrale e Comuni (e unioni di Comuni) sarebbero più che sufficienti, se caratterizzati da efficienza, per amministrare un Paese moderno. Ma noi ancora non lo siamo.

(Domenico Mamone)

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