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Cresce il Pil, ma non la produttività

Domenico MamoneI segnali di ottimismo per l’economia nazionale, espressi in campagna elettorale dai rappresentanti politici dell’attuale maggioranza, sono principalmente legati ai passi in avanti compiuti dal Prodotto interno lordo. E in effetti, pur trascinato da una generale ripresa economica nel mondo occidentale, l’1,5 per cento di crescita del Pil italiano nel 2017 è un fatto sicuramente positivo. Non va però dimenticato che il dato è inferiore alla media europea e soprattutto manca di un consolidamento.

C’è, però, un altro fattore – indubbiamente collegato al tema della crescita – che penalizza fortemente il nostro Paese rispetto agli altri Stati dalle economie avanzate: è l’indice di produttività del lavoro. Da noi è praticamente fermo da almeno 13 anni, dopo aver subito significative cadute negli anni precedenti: fino agli anni Settanta era quasi al 5 per cento, durante la crisi del 1992 era crollato sotto al 2 per cento, all’inizio del millennio all’1,3 per cento, oggi ha raggiunto il pavimento dello zero. A livello internazionale, nel periodo 2004-2016 sono Spagna, Usa, Germania e Giappone i Paesi con la crescita più sostenuta. Resta, invece, contenuta la crescita di Francia e Regno Unito mentre è sostanzialmente stabile l’Italia. La Grecia registra una consistente decrescita.

“La produttività del lavoro definisce la capacità di crescere e di competere di un Paese e ne sintetizza in qualche modo lo stato di salute sotto il profilo economico – spiega Sandro Trento, direttore della Fondazione Ergo (ente che riunisce imprese, sindacati e atenei nella certificazione della misurazione del lavoro), che nel suo bollettino statistico semestrale ribadisce questa vera e propria emergenza italiana. La fondazione registra una modesta crescita del tasso italiano di produttività negli ultimi anni e proprio questa sostanziale mancanza di dinamismo costituisce la zavorra più preoccupante nel voler imboccare una strada di solido e regolare sviluppo.

Abbastanza scontate e amare le accentuate differenze territoriali in Italia: stabilito a 100 l’indice medio europeo, la virtuosa Lombardia è a quota 119,6, mentre il fanalino Calabria è a 77,1 (184esima tra le 262 analizzate in Europa).

Indicativa anche la classifica stilata nelle ultime ore da Eurostat sulle ore settimanali lavorate. Gli italiani lavorano in media 38,8 ore la settimana, circa un’ora e mezza in meno della media europea (diventano quasi due e mezzo nel pubblico impiego, addirittura dieci in meno nella scuola). Lontani dalle 42,3 ore registrate dagli inglesi, i più dinamici in tal senso.

In Italia la forbice è netta tra pubblico impiego, con orario di lavoro fissato per contratto a 36 ore, e gli altri settori: sono 40,5 ore medie nell’industria e 41,5 ore nella ricettività (dati entrambi in linea con il dato europeo), mentre stiamo un po’ sotto la media comunitaria per i settori trasporti (40,6 ore contro 41,6 medie europee), bancario e assicurativo (39,4 ore contro 40,6 di media Ue), sanità e servizi di cura (37,5 ore contro 39,4 di media Ue).

Anche gli autonomi italiani lavorano meno della media comunitaria, benché più degli altri lavoratori: 45,8 ore la settimana a fronte delle 47,4 medie in Ue.

Insomma, i segnali di crescita economica, di aumento della produzione e dei consumi, da soli non bastano. L’attenzione alla produttività è necessaria per stabilizzare lo sviluppo.

Interessante, quindi, anche il dibattito sui rapporti tra la produttività e la politica monetaria espansiva imposta da Mario Draghi. C’è chi ritiene che la strategia della Banca centrale europea abbia effetti positivi anche in questo campo (ovviamente tra i sostenitori della tesi rientra la stessa Bce) e chi, al contrario, è certo che una politica monetaria troppo espansiva abbia esiti negativi sulle variabili reali, inclusa la produttività, sia per una questione di “eterne aspettative” sia per distorsioni nella parte finanziaria dell’economia.

Comunque la si pensi, resta il fatto che un problema di produttività bassa esiste, tanto più nel nostro Paese, e che purtroppo il tema – richiamato principalmente da organismi internazionali, istituti di analisi e ricerca e da componenti del tessuto imprenditoriale – rimanga totalmente assente nei proclami della campagna elettorale.

(Domenico Mamone)

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