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Frizzi, l’apoteosi della normalità

Domenico MamoneUna brava persona”. E’ questa la locuzione più comune – e più abusata – che sta accompagnando, in queste ore, il ragguardevole ricordo di Fabrizio Frizzi, anche con cinque servizi a telegiornale. In Rai troneggiano i ritratti di “persona perbene”, fedelissimo all’azienda di Stato, “bravo presentatore” di una tv di intrattenimento infarcita prevalentemente di quiz e di varietà. E di questi tempi, il fatto di essere una persona perbene, educata, di buone maniere, con stile, è già una notizia.

L’eccezionalità di Frizzi – modesto cantante, attore, ballerino, imitatore, discipline su cui s’è comunque misurato talvolta anche in modo goffo ma apprezzabile nella sua naturalezza – era proprio nel suo incarnare la Normalità. Un conduttore, di prassi, garbato e riservato. Evidente rarità nel mondo dello spettacolo. E nel mondo di oggi, in genere.

Lui, è vero, è diventato “uno di famiglia” che ha accompagnato un’intera generazione. Un po’ come Pippo Baudo o Mike Buongiorno con quella precedente. Ha rappresentato l’ultimo anelito di quella pregevole tv dei ragazzi “made in Italy”, oggi purtroppo scomparsa dai palinsesti televisivi a fronte dei canali tematici imposti dalla globalizzazione. Poi un factotum con una buona capacità di adattarsi ai tanti format, ma sempre con uno stile peculiare. Poi possedeva un linguaggio equilibrato, sobrio, leggero, comprensibile, punto di forza di una carriera che gli ha permesso di affrontare molteplici esperienze, sempre con buon successo.

Ora, pertanto, l’eccessivo clamore mediatico per la scomparsa di un semplice “bravo conduttore” stride con le caratteristiche dell’uomo e del personaggio. La disseminazione di immagini d’archivio – anche personali – profana la sua meritoria discrezione. Lo Spettacolo, con i suoi tentacoli, fagocita anche il meno “spettacolare” dei suoi protagonisti.

Un po’ com’è avvenuto per un’altra perdita fortemente avvertita dal grande pubblico, quella del giocatore Davide Astori. Anche lì un ragazzo riservato a cui è stato tributato un tripudio ricco di eccessi. Nei terreni di allenamento, nel corso delle esequie, nella prima partita con il lutto stretto a Firenze, Fiorentina-Benevento. Amari contrasti e profonde contraddizioni dei nostri tempi.

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