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“Fuoriuscite” sull’euro

Domenico MamoneIl tema dell’uscita dall’euro ha tenuto (pericolosamente) banco per giorni dopo la diffusione di una bozza del programma di governo – poi opportunamente “annientata” – in cui il ministro Savona spiegava come abbandonare in poche ore la moneta unica europea. Una sorta di “mordi e fuggi” da “Zelig” o da “Prendi i soldi e scappa” di Woody Allen.

In Italia, è noto, c’è un largo fronte d’opinione che ritiene l’euro il principale dei nostri mali. Le bandiere ideologiche dei cosiddetti euroscettici portano i volti di Paul Krugman, che stigmatizza il dover prendere in prestito una moneta straniera, o di Amartya Sen, che vede la moneta unica come fonte di crescenti animosità tra gli Stati. Risparmiamo ai lettori i nomi delle icone italiane, tra atenei abruzzesi e scranni di Montecitorio.

A tutto ciò si somma la crescente nostalgia per la lira, fenomeno che risente evidentemente del fattore tempo, un po’ come si rimpiange la prima parte dell’esistenza al paesello del Sud condizionati più dalle pulsioni dell’età che non dalla realtà economica e ambientale non proprio esaltante.

Il tema dell’euro, particolarmente complesso, risente purtroppo della banalizzazione di tutte le questioni legate all’economia, che in Italia diventano materia analoga alle chiacchiere da bar alla vigilia di un derby calcistico. Tutto viene spesso ridotto ad un hashtag #noeuro, da sbandierare anche in qualche manifestazione di piazza, o ad una serie di (facili) dati negativi del nostro Paese, focalizzati su una generica “crisi”, ma non sulle cause.

Vulgata vuole, inoltre, che la contrapposizione sull’euro chiami in causa la Germania, che utilizzerebbe strumentalmente la moneta unica (in parte sarà pure vero, ma c’è sempre qualcuno che glielo permette). Del resto da sempre il confronto tra Italia e Germania, dal calcio all’economia, appassiona milioni di italiani.

Per fare un po’ di chiarezza, bisogna partire dai freddi ma incontestabili numeri. Il dato generale dice che la crescita economica del nostro Paese è praticamente ferma dal 2000, cioè da prima dell’ingresso dell’euro. Dalla partenza del nuovo millennio la ricchezza è cresciuta mediamente di appena lo 0,15 per cento ogni anno, secondo le elaborazioni della Cgia di Mestre, diffuse proprio nei giorni scorsi, su dati Istat e Fondo monetario internazionale. Anche sul fronte della produzione industriale, rispetto al 2000, l’Italia sconta un differenziale negativo del 19,1 per cento, con punte del 35,3 nel tessile/abbigliamento e calzature, del 39,8 nell’informatica e del 53,5 nelle apparecchiature elettriche.

Certo, nello stesso periodo la produzione manifatturiera in Germania è aumentata di quasi 30 punti percentuali. E se il Pil italiano è cresciuto solo di qualche punto, quello tedesco ha accumulato oltre 30 punti, attestandosi ormai ad un valore quasi doppio rispetto al Pil italiano.

Ma se l’Italia per crescita è fanalino di coda in Europa (persino la Grecia ora cresce più di noi, il Pil ellenico nel 2008 dovrebbe toccare il 2,5), non può essere soltanto colpa dell’euro. Ci saranno forse mali endemici che non riusciamo ad affrontare? Negli ultimi cinque anni il debito pubblico è calato o è piuttosto cresciuto di ben 300 miliardi di euro, accrescendo anche gli interessi da pagare? Il malaffare e l’evasione fiscale quanto ancora incidono sull’economia nazionale? E non possono aver inciso sui risultati poco confortanti quelle politiche economiche scellerate, propense più a generare il consenso del momento che non a programmare benefici futuri?

(Domenico Mamone)

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