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Nuovo governo “del cambiamento”: ma quale?

Domenico MamoneSperando che il buongiorno non si veda dal mattino, dal momento che scaturisce da giorni di pericolose montagne russe tra spread, Piazza Affari e atti d’irresponsabilità, l’originale governo gialloverde emette i suoi primi vagiti in una selva di attenzioni, timori e aspettative. Sono sensazioni conseguenti agli impetuosi fattori di novità che caratterizzano l’esecutivo M5S-Lega, dalla decisa sterzata a destra alla prima prova nazionale dei Cinquestelle fino al ritorno del Pd all’opposizione dopo quasi sette anni ininterrotti nelle stanze dei bottoni.

Il nuovo governo, con un eccentrico modulo a tre punte (Conte-Di Maio-Salvini), si presenta con l’ossessiva ma efficace etichetta “del cambiamento”. Un’accezione utile per rimarcare la discontinuità con i precedenti esecutivi, decisamente bocciati dagli elettori nel fatidico 4 marzo. Ma la correzione di rotta, specie se attuerà alla lettera quanto riportato nelle variegate carte – tra programmi, progetti e contratti – suscita più di qualche perplessità.

Le preoccupazioni maggiori riguardano l’economia. Su queste pagine abbiamo più volte richiamato il valore della sana circospezione a fronte delle intenzioni di attivare contemporaneamente il reddito di cittadinanza, la flat tax e di demolire la riforma Fornero. Tre provvedimenti azzardati non solo per la loro discutibile natura, ma soprattutto per l’impatto che potrebbero avere sui conti pubblici, specie in un Paese con un debito-record di 2.300 miliardi di euro, corrispondente a quasi un terzo del valore complessivo di depositi bancari e proprietà immobiliari di tutti gli italiani.

Certo, l’esecutivo gialloverde, grazie anche alla difficile mediazione del presidente della Repubblica, alla benedetta Costituzione, ai diktat dei mercati e alle piazze, vedrà probabilmente tanti Savonarola trasformarsi in Celestino V. Gli incendiari diventeranno pompieri. Non senza tensioni, anche sociali.

Ma i due partiti più vicini – anche fisicamente – al proprio elettorato, cioè Cinquestelle e Lega, sono consapevoli che le prove di governo sono spesso deleterie per conservare i consensi. A meno che non si producano fatti concreti. Per scoprire quali c’è solo da attendere.

Per chiudere, un accenno alla difficoltà delle sfide che attendono il governo, con un’Italia debolissima per crescita (da qui il recente monito del commissario europeo Pierre Moscovici), sfiaccata dalla disoccupazione, con la zavorra del debito e con la spada di Damocle dell’aumento dell’Iva e della fine del quantitative easing.

Benché l’economia mondiale abbia ripreso a correre ed il nostro export viaggi a livelli da primato (ma con qualche frenata negli ultimi mesi), la crescita italiana (Pil previsto all’1,4% nel 2018 e all’1,1% nel 2019) è ultima nell’eurozona (media del 2,3% nel 2018 e del 2% nel 2019). Per la drammaticità dei tassi di disoccupazione stanno messe peggio solo Spagna e Grecia, ma perché le loro condizioni di partenza erano molto più preoccupanti.

Nota dolente anche sul debito: negli ultimi cinque anni, nonostante le buone intenzioni, è cresciuto di ulteriori 300 miliardi di euro. Non solo. Se nel 2017 è stato superiore del 48,2 per cento rispetto al valore medio comunitario, è destinato a svettare al 54,2 nel 2019.

Del resto i giudizi non idilliaci espressi da politici e giornalisti stranieri nei confronti del nostro Paese la dicono lunga sulla sfida titanica che la squadra del professor Conte dovrà affrontare per invertire la rotta.

(Domenico Mamone)

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