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Governo, un programma da ridimensionare

Domenico MamoneL’Italia resta esposta alle tempeste economiche e non si può star certo tranquilli. A pesare, oltre a congiunture internazionali negative, come ad esempio la fine del quantitative easing o la situazione turca, ci sono principalmente le promesse elettorali che continuano a costituire il leit-motiv delle dichiarazioni pubbliche da parte dei principali esponenti governativi: la flax tax, il reddito di cittadinanza, il superamento della legge Fornero. Si tratta di proposte, per quanto avallate da buona parte degli italiani con il voto, che metterebbero però a serio rischio i conti pubblici, calamitando probabilmente le solite manovre speculative da parte della finanza internazionale.

Certo, è triste – oltre che immorale – doversi preoccupare di faccendieri e affaristi senza scrupoli capaci di mettere un intero Paese in ginocchio e di condizionare pesantemente – come già avvenuto in passato – persino la formazione di un governo. Così come l’influenza delle valutazioni espresse dalle agenzie di rating appare spesso incomprensibile. Ma volenti e nolenti siamo in Europa e le regole, finché saranno queste, vanno rispettate; e siamo in mercati ormai globalizzati, per cui i giudizi degli organismi più qualificati (e potenti) pesano eccome.

Secondo Carlo Cottarelli, già commissario alla spending review e ora direttore dell’Osservatorio dei conti pubblici alla Cattolica di Milano, soltanto queste tre misure del programma gialloverde costerebbero complessivamente 75 miliardi di euro, come ha ribadito nel corso dell’intervista odierna al Corriere della Sera. E le risorse economiche, come si sa, non ci sono per far fronte a questo gravoso impegno di spesa.

Ad accentuare le difficoltà c’è il nodo dello spread. Nel 2011, quando proprio il peso del differenziale di rendimento tra titoli di stato italiani e tedeschi contribuì a defenestrare Berlusconi da Palazzo Chigi, l’indice era salito di 129 punti tra il 10 maggio e il 31 agosto, passando da un tranquillo 138 ad un già preoccupante 289, toccando poi a novembre il record di 576 punti base, assolutamente insostenibile a causa del nostro immenso debito pubblico.

Quest’anno, nello stesso periodo tra maggio e agosto, il differenziale è salito di 150 punti (da 138 a 289), presentando quindi pericolose analogie con l’anno funesto che aprì le porte del governo a Mario Monti.

La strada da percorrere, per tirare fuori l’Italia dalla secca, è quella indicata da tempo dai più accreditati analisti: lavorare alacremente per ridurre sensibilmente il deficit strutturale, per combattere l’evasione fiscale e il malaffare, per sburocratizzare l’elefantiaca macchina pubblica, per velocizzare la giustizia civile, per migliorare la competitività e la produttività, con una particolare attenzione all’innovazione.

(Domenico Mamone)

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