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Il mattatore

Domenico MamoneQualcuno l’ha definito “il mattatore di Capodanno”. Ed in effetti il presidente Sergio Mattarella ha assolto brillantemente il compito – non facile – di confezionare un discorso equanime e rasserenante per il consueto appuntamento televisivo di fine anno. Con la sola forza delle tematiche scelte e con l’inattaccabilità per garbo, chiarezza e sintesi, il capo dello Stato ha saputo rilanciare il senso della convivenza civile e della comunità nazionale coesa, neutralizzando le crescenti spirali dell’odio e rompendo il monopolio comunicativo, spesso incolto e violento, della propaganda populista e sovversiva arroccata nei social.

Se la cartina al tornasole di un successo – in questi nostri tempi – è offerta anche dal numero delle visualizzazioni digitali, il presidente sul solo account ufficiale del Quirinale quest’anno ne ha raccolte tre milioni e mezzo, sette volte più dello scorso anno, quando si fermò a 600mila. Ciò conferma come ci sia una rilevante parte di questo nostro Paese che è stufa degli slogan ad effetto e pretende richiami a valori più solidi e a contenuti politici più blasonati.

Il capo dello Stato è stato abile, innanzitutto, nell’intercettare i temi più idonei e sentiti dagli italiani su cui raccordare la coesistenza delle coscienze. E li ha offerti distillandoli con abilità: ha esordito richiamando il valore collettivo della sicurezza (includendovi anche l’amara attualità degli ultras), ma ha ammonito dal suo uso strumentale per far lievitare i consensi; ha ribadito la centralità dei sistemi scolastico e sanitario per garantire senso e “qualità” alle nostre esistenze; ha riaffermato l’importanza del lavoro e delle opportunità per i giovani, ma anche “attenzione per gli anziani e serenità per i pensionati”; ha parlato della funzione strategica delle infrastrutture, della produttività, del ruolo dell’Europa.

Certo, riferimenti apparentemente scontati, per qualcuno intinti in una salsa eccessivamente “buonista”. Ma non è così. Il richiamo alla “normalità”, specie di questi tempi, può avere infatti un carattere dirompente. “La mancanza di un opportuno confronto” sulla legge di bilancio (“la grande compressione del dibattito parlamentare”) non è certo prassi abituale e quindi diventa motivo di profondo disagio per il presidente. Lo stesso discorso vale per la “tassa sulla bontà” imposta al volontariato o per l’uso improprio delle forze armate (con probabile riferimento alla proposta della giunta Raggi di destinare i soldati a riparare le buche di Roma). Minimi richiami, che però tracciano la strada.

C’è di più. Il presidente è entrato in un terreno da troppo tempo incolto, quello della speranza. “Dobbiamo guardarci dal confinare sogni e speranza alla sola stagione dell’infanzia, come se questi valori non fossero importanti nel mondo degli adulti – ha detto Mattarella solleticando quel “fanciullino pascoliano” di cui s’è perso il significato reale: i sogni non sono un’esclusiva dell’infantilismo, cioè dell’immaturità e dell’eccessiva semplificazione di linguaggi sempre più aridi, della forzata evasione e della vanificazione del potenziale umano, della rassegnazione e di una condizione di passività e di annullamento intellettuale di cui purtroppo abbiamo esempi in ogni dove; viceversa la speranza è collegata a quel proficuo e spontaneo dinamismo proprio dei bambini, curiosi e percettivi, puri e consolatori, creativi e vitali, portati alla fratellanza e alla conciliazione, intuitivi e autentici. Non solo noi adulti abbiamo in gran parte perso queste risorse, ma la società tende sempre più ad “adultizzare” i nostri giovanissimi, corrompendone le potenzialità in liturgie caricaturali e pseudospettacolari, con emozioni bruciate nel giro di pochi secondi.

Al di là dei numeri di spread e manovre, forse dovremmo tornare ad interrogarci anche su questo, raccogliendo il prezioso invito del primo cittadino.

(Domenico Mamone)

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