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Impresa sociale, lo stop ad un trend positivo

Domenico MamoneNegli ultimi anni s’è registrata una grande attenzione all’impresa sociale, non solo per il suo ruolo di risposta alla crisi ormai tragica (endemica?) dei sistemi di welfare, ma soprattutto perché questo segmento “particolare” dell’imprenditoria ha saputo rispondere meglio di altri al flagello della recessione. Non a caso negli ultimi cinque anni analizzati il trend del comparto era stato costantemente positivo.

Suscita, quindi, un certo scalpore il fatto che le imprese sociali stiano ora accusando una flessione, seppur non drammatica. Secondo la ricerca dell’Osservatorio Isnet, presentata nelle scorse ore nella sala delle conferenze stampa del Senato, le imprese sociali in difficoltà sono infatti cresciute del 4,5 per cento rispetto al 2017, raggiungendo il 19,5 per cento complessivo. Il dato negativo è confermato sia dalla riduzione in percentuale di quelle in crescita (dal 42 al 40 per cento) sia da quelle che prevedono incrementi di personale (otto punti in meno).

Non è facile individuare le cause di tale inversione di tendenza. Sicuramente c’è un clima generale meno favorevole per i valori ad alta intensità relazionale, cioè per la “benzina” che fa muovere il comparto. In questo caso, quindi, la motivazione è esterna al settore. C’è, però, un secondo elemento: è diffusa, tra le imprese sociali, la mancanza di cognizione dell’innovazione e, in particolare, della rivoluzione 4.0. Se è vero, infatti, che cresce la consapevolezza dell’importanza di avviare investimenti in innovazione e più imprese hanno sviluppato nuovi prodotti e servizi, resta tuttavia parziale la capacità di cogliere le nuove opportunità. Non a caso bel il 94 per cento del panel dichiara che gli obiettivi di innovazione non sono stati completamente raggiunti, e che “si sarebbe potuto fare di più”. I principali ostacoli riguardano una scarsa risposta del mercato sia pubblico sia privato e la presenza di resistenze interne al cambiamento,

Su questo aspetto l’Osservatorio Isnet ha realizzato, in partnership con Banca Etica, per il secondo anno consecutivo, l’approfondimento “Strumenti per lo sviluppo delle imprese sociali” con un focus su impresa sociale 4.0, per conoscere l’impatto delle nuove tecnologie sulle imprese sociali. I dati – i primi in Italia – evidenziano l’importanza di accompagnare le imprese sociali su questi temi. Dei dieci aspetti considerati (robotica avanzata, nuovi materiali, sensoristica, intelligenza artificiale, stampa 3D, blockchain e moneta virtuale, veicoli che si guidano da soli, genetica e bioprinting, sharing economy, digitalizzazione dei processi) ad esclusione della “digitalizzazione dei processi” e considerando solo le imprese sociali che hanno indicato “non so rispondere” o “impatto né positivo né negativo”, sono complessivamente ben il 37 per cento gli intervistati con scarsa consapevolezza.

Ha ragione Laura Bongiovanni, responsabile dell’Osservatorio: “L’esigenza di cambiamento per l’impresa sociale suona oggi come una sorta di ‘mantra’: da più parti si invoca la necessità di diversificare sul versante profit, fare rete, innovare, cogliere le opportunità della rivoluzione 4.0, ecc. ecc. Ma per cambiare non ci sono ricette preconfenzionate e tantomeno, calate dall’alto. Occorre partire dai ‘dati di realtà’, capire a che punto sono le imprese, quali siano i tentativi intrapresi e le difficoltà incontrate. E’ partendo da questa consapevolezza che vanno avviati percorsi di accompagnamento e orientamento per ciascuno dei dieci aspetti considerati, affinché l’impresa sociale governi fin da subito le novità e le trasformazioni che verranno introdotte. Non per stravolgere ma per rimodulare il modello dell’impresa sociale in Italia, che tanti risultati positivi ha prodotto in questo trentennio, con una capacità di risposta e aderenza alle comunità e ai loro bisogni, di assoluta attualità”.

Forse il più grande limite ha natura prettamente culturale: diffusi preconcetti sono presenti nel terzo settore nei confronti delle tecnologie più spinte che snaturerebbero la relazionalità umana, in fondo il valore primario del comparto. Trovare una conciliazione tra due posizioni contrapposte potrebbe aiutare l’impresa sociale sulla strada del futuro.

(Domenico Mamone)

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