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Ma la scuola non è un’azienda

Domenico MamoneGli imprenditori debbono fare gli imprenditori e il personale della scuola ha la delicata e ambiziosa missione di trasmettere educazione e conoscenza. E non, come avviene purtroppo sempre più spesso, di trasformarsi in manager, in promotori, in burocrati, in tecnici.

Già con le prove Invalsi, mai troppo amate dal corpo insegnante, i docenti vengono spesso utilizzati in un’attività accessoria di semplici impiegati di concetto, senza che alcuna norma contrattuale lo preveda.

Ma è “l’aziendalizzazione” della scuola a determinare le situazioni più imbarazzanti. Tralasciando la crescente pratica – oggi imposta dalle norme sin dalle terze classi superiori – dell’alternanza scuola-lavoro, 200 ore quasi sempre sottratte ad attività più formative (anche perché in molti istituti sono ormai in atto interessanti sperimentazioni curriculari, ad esempio sull’insegnamento in lingua straniera), in queste settimane è la “moda” degli “open day” a trasformare le scuole – di sabato o di domenica – in una sorta di “vetrine” in grado di calamitare più “clienti” possibili. In tali appuntamenti vengono arruolati gli stessi studenti come novelli “Cicerone” per compiere visite guidate e dispensare giudizi – non sempre spassionati – sul proprio istituto di appartenenza, mentre i professori sono costretti a fare da “testimonial” dei servizi offerti dalla scuola davanti a platee di genitori dalle mille curiosità. In una società dove la quantità sempre più spesso sovrasta la qualità, sono soprattutto le attività extracurriculari a suscitare interessi o addirittura a fare la differenza (un laboratorio teatrale a la page, l’innovativo corso di scacchi, il gemellaggio con gli svedesi, l’immancabile corsa campestre, ecc.).

Come imprenditori riserviamo sempre massima attenzione alle cronache scolastiche. Perché in quelle aule si formano i cittadini di domani. E svilire l’educazione è una pratica nefasta. “Le radici dell’educazione sono amare, ma il frutto è dolce”. Non l’ha scritto la ministra Fedeli ma un certo Aristotele.

(Domenico Mamone)

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