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Le ragioni dei pastori sardi

Domenico MamoneIl latte versato in strada dai pastori sardi è un’immagine dura e struggente. Fortemente comunicativa. E’ quasi mistica, per il peso emozionale e di tormento che contiene. Per i suoi contrasti cromatici e concettuali e per il carico spirituale evoca più l’arte sacra caravaggesca (benché includa scenografie d’asfalto, di bidoni in alluminio e un gesto sacrilego) o l’espressionismo di Renato Guttuso, così intriso di impegno sociale, che non la celebre lattaia di Jan Vermeer, comunque esaltante il latte quale elemento della quotidianità.

In quell’azione indisponente perché profanatrice dell’alimento-simbolo di un territorio, c’è però una rappresentazione commovente e dolorosa perché angosciante. Provocatoria e disperata fino all’autolesionismo. In quell’atto c’è tutta la sofferta rinuncia all’alimento primario, naturale per eccellenza, materno. Che è vita. E nel tempo stesso c’è la sua assoluta celebrazione che ne conferma il ruolo inviolabile per il futuro dell’isola.

Perché il latte è il conio identitario della Sardegna. Come il plasma o il seme, quel liquido prezioso irrora la quotidianità del millenario e duro lavoro umano nell’isola, con sveglia alle cinque per la mungitura e anche diciotto ore di fatica vera per accudire greggi. Un’attività ancestrale che preserva l’ambiente, sostiene l’economia, perpetua il senso comunitario dell’entroterra sardo. E’ pastorizia. E’ ruralità. E’ tradizione. E’ lotta. E’ cultura vera.

Anche quell’antica, inviolabile, poetica, fragile economia di sussistenza ha dovuto fare i conti con l’assolutismo invasivo dei mercati globali. Talvolta saturi di contraddizioni e di cinismo. Il prodotto primario finisce per lo più – circa tre quinti – in un formaggio con marchio romano, realizzato per il 95 per cento lontano dalla Capitale. Tutto illogico. Lo sbocco è quindi quasi unico per un comparto d’eccellenza fatto di 12mila aziende, tre milioni di quintali di latte con caratteristiche differenti e quattro milioni di pecore.

I 160mila quintali di pecorino, inoltre, prendono strade lontane. Per il 40 per cento sono esportati negli Stati Uniti, dove di quella scelta occupazionale fatta di tradizione e di dignità non sanno alcunché.

Ecco, il primo nodo di queste cicliche crisi del latte, a cui la politica a tutti i livelli riesce soltanto a cucire toppe, aprendo una tantum i borsoni della spesa e mettendo in campo veri e propri palliativi, è la mancanza di riconoscimento e di tutela. Al di là del tira-e-molla sul prezzo di questi giorni e delle inevitabili polemiche anche politiche, è il lavoro dei pastori ad essere sfruttato, svilito, disprezzato, talvolta persino schernito da atteggiamenti certamente ingrati verso l’essenza primaria dell’alimento naturale per eccellenza, di un bene preziosissimo per tutti i consumatori, nonché di una fonte di profitto per l’industria e per il commercio.

L’origine della protesta è proprio in questa mancata legittimazione di un’attività dalle forti tinte solidali ed etiche, protesa al benessere del consumatore. Perché pagare il latte sessanta centesimi al litro, Iva compresa, a causa delle oscillazioni di mercato, è un’amara questua per screditare tutto ciò e certificare la sussistenza di pastori ormai “resistenti” soprattutto per tradizione familiare e per amore verso la terra. E’ un prezzo inferiore di almeno trenta centesimi rispetto ai costi di produzione, fatti di semenze, mangimi, medicine per uomini e animali, Inps e cartelle varie, affitti, bollette, manodopera. Rispetto ai novanta centesimi della campagna precedente, il prezzo è l’attestazione dei capricci del mercato e di uno “stipendio” che può addirittura ridursi di un terzo da un anno all’altro.

Tale condizione di precarietà ha origine in un sistema economico stravolto, fatto di una dinamica sfuggita di mano.

In una rigida economia di mercato è inevitabile che il prezzo del latte sia determinato dal rapporto tra domanda e offerta: se questa supera la domanda, i prezzi crollano. Ma in Sardegna tutto ciò equivale ad una costante e deleteria schizofrenia: si passa da stagioni in cui il prezzo del latte ovino scende, con la conseguenza che molti pastori producono meno e vendono gli animali; ma l’esito di ciò è la diminuzione della produzione di pecorino, per cui il prezzo risale e si torna a produrre latte in abbondanza (arrivato a valere anche 1,3 euro al litro). L’iperproduttività, sempre secondo i dettami dei mercati, determina ulteriori altalene e nuove crisi. A ciò si somma una burocratizzazione diventata eccessiva e dannosa e il monopolio di chi acquista il latte, per lo più consorzi e grandi caseifici, che impongono i prezzi.

Accrescere l’intervento pubblico – di soldi ne sono stati già investiti tanti – e il protezionismo equivarrebbe a soluzioni anacronistiche e quasi sempre controproducenti. Più intelligente sarebbe una saggia programmazione, con migliori controlli della produzione e del prezzo, e più responsabilità da parte di tutti.

Occorrerebbe diversificare, benché costi di più. Le miscelazioni dei tanti tipi di latte, differenti per eccezionali qualità nutrizionali e aromatiche, e la produzione del solo pecorino pastorizzato o termizzato limitano il potenziale sardo.

L’isola, viceversa, potrebbe puntare sulla produzione di propri formaggi d’eccellenza (come il Fiore sardo), che sono ancora pochi, differenti per latte, caratteristiche e aroma. Stagionati, ad esempio, nelle grotte naturali, di cui l’isola è ricca. La certificazione degli alti livelli qualitativi della materia prima è un’altra strada da percorrere per il futuro. Insieme alla codifica dei disciplinari.

La politica, da parte sua, dovrebbe sostenere gli industriali proprio nell’innovazione. Mentre finora sono state perpetuate logiche imprenditoriali finalizzate a tenere basso il prezzo del formaggio, con la convinzione che così si venda di più.

In mancanza di nuovi modelli di sviluppo, la pastorizia rischia seriamente il collasso. E la definitiva scomparsa, come successo in vaste aree degli Appennini. Ciò equivarrebbe alla crisi profonda per un’intera regione, con il coinvolgimento anche del settore enogastronomico, ad iniziare dalle carni, del comparto dei mangimi, dell’artigianato, dell’industria di trasformazione, dell’edilizia, dei servizi.

Se i nostri padri e sos pastores mannos erano in grado di reggere numerose cattive annate, ai giovani pastori che hanno scelto questa vita non possiamo chiedere la stessa abnegazione: abbandoneranno – ammonisce Giovanni Cugusi, il dinamico sindaco-pastore di Gavoi, nel nuorese, nel cuore della Barbagia. E ricorda altre azioni meritorie, che forse unite a quelle prima descritte, potrebbero avere forza risolutiva: i distretti per il riconoscimento delle produzioni tipiche, i laboratori di educazione alimentare, i prodotti locali inseriti nelle mense pubbliche, la formazione degli imprenditori del settore, l’offerta integrata culturale-turistica tra mondo pastorale e settore agroalimentare, lo studio di nuovi marchi, i musei, le mostre, i film e i documentari sui formaggi e sui pastori.

Certo, la crisi del latte non esonera da responsabilità l’Unione europea. L’attuale Politica agricola comune. utilizzando circa il 38 per cento del bilancio comunitario – proprio in questi giorni si discute la revisione della Pac post 2020 – continua a premiare le grandi imprese agroindustriali, penalizzando le piccole aziende agricole e zootecniche che garantiscono la qualità delle produzioni “made in Italy” e disattendendo le promesse di equità, di semplificazione burocratica e di maggiore attenzione verso la qualità.

I pastori sardi, insomma, con la loro lotta hanno molto da insegnare a tutti.

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