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Le zone grigie della legge elettorale

Domenico MamoneSe la stabilità delle “regole del gioco” negli assetti istituzionali è segno di democrazie mature, l’Italia è messa decisamente male. Il nuovo parto del Parlamento in materia elettorale, al di là dei contenuti che analizzeremo in seguito, costituisce comunque l’ennesima travagliata tappa di una lunga fase di stravolgimenti – per lo più formali – che non ha eguali in Europa.

L’ultima “pietra miliare”, quella di questi giorni, può essere inserita in un tragitto almeno ventennale caratterizzato da un crescente imprimatur gattopardesco. Cioè rispondente all’annosa filosofia del cambiamento finalizzato a non cambiare alcunché.

Questo percorso istituzionale che abbraccia le sei legislature inserite nella cosiddetta “Seconda repubblica” è persino costellato, almeno nei primordi, di buone intenzioni. Come quel referendum promosso da Mariotto Segni all’inizio degli anni Novanta sull’onda della “frenesia maggioritarista”: con la speranza del cambiamento corsero alle urne quasi i due terzi degli italiani – fatto straordinario per i nostri giorni – e una maggioranza “bulgara” del 95,7 per cento chiese di mettere la parola fine alla lunga stagione del proporzionale e delle frequenti crisi di governo. Insomma, ci si augurava di chiudere la stagione dei frequenti “governicchi”, tipici della “Prima repubblica”, sottoposti spesso ai ricatti delle più piccole rappresentanze del pentapartito (liberali, repubblicani e socialdemocratici, ma anche le infinite correnti democristiane).

In quella stagione, pesantemente contrassegnata da Tangentopoli, le richieste trasversali di cambiare il sistema elettorale costituirono anche il pretesto per esprimere la rivolta morale contro la degenerazione della politica.

Il maggioritario, in effetti, favorì una fase di proficui cambiamenti soprattutto a livello di enti locali, principalmente con le elezioni dirette di sindaci che, nella novità di campagne elettorali molto personalistiche, acquisirono subito una grande popolarità. Fu la stagione di Francesco Rutelli a Roma, di Marco Formentini a Milano, di Diego Novelli a Torino, di Antonio Bassolino a Napoli, di Vincenzo De Luca a Salerno, di Leoluca Orlando a Palermo. Tutti personaggi che, seppur in modo diverso, lasceranno un segno nella politica locale e, spesso, nazionale.

Per il parlamento, però, fu approvata una legge elettorale, il cosiddetto Mattarellum, rimasta in vigore tra il 1993 e il 2005, che introdusse un sistema elettorale ibrido: una miscela di maggioritario uninominale a turno unico per i tre quarti dei seggi del Senato e i tre quarti dei seggi della Camera con un 25 per cento di proporzionale determinato da un cervellotico ripescaggio dei più votati tra i candidati non eletti (al Senato) e un proporzionale con liste bloccate e soglia di sbarramento al 4 per cento alla Camera.

Da allora il tema delle leggi elettorali è stato contrassegnato da un alto tasso di malizia e di incompetenza. Peculiarità – abbastanza diffuse nella politica italiana – smascherate in ben due occasioni in meno di quindici anni dalla Corte costituzionale con le sue sonore bocciature, e da dibattiti degni del “bar sport” di Stefano Benni (o di Aldo Biscardi, se preferite), tra fautori di sistemi alla francese o alla tedesca. Meglio, pertanto, sorvolare sulla cronaca dettagliata delle leggi elettorali dell’ultimo decennio celebri per aver generato, in più casi, maggioranze risicate, specie al Senato e per aver cancellato le preferenze (che non sarebbe un dramma con segreterie di partiti in grado di selezionare con criteri di onestà e meritocratici i propri candidati).

Dulcis in fundo, il via alla stagione del tanto contestato Rosatellum Bis. L’ultimo dei parti. Chi vuol vedere il bicchiere semipieno può sostanzialmente riconoscergli due meriti: garantisce comunque una nuova legge elettorale che sostituisce una incostituzionale; rende omogenei i sistemi elettorali della Camera e del Senato.

Per il resto presta agevolmente il fianco a diversi strali: è stato approvato con una fiducia tecnica (come accadde con l’Italicum renziano), per cui le regole del gioco vengono imposte da una sola parte, tra l’altro una marmellata che unisce il centrosinistra al centrodestra fino alla destra estrema; trasforma la legge elettorale a soli sei mesi dal voto (come accadde tre legislature fa con il famigerato Porcellum); rischia di rendere difficile la formazione di una solida maggioranza (anche questo un film già visto).

La formula, anche in questo caso, è abbastanza pasticciata. Per la Camera c’è un complicato mix di collegi uninominali maggioritari (per il 37 per cento) e di collegi plurinominali con metodo proporzionale (per il 63 per cento). Al Senato il quadro è in parte diverso per la base regionale Per il resto si ripropongono i listini bloccati, senza preferenze, non si consente il voto disgiunto tra liste e candidati e c’è una “soglietta” di sbarramento al 3 per cento (al 10 per cento per le coalizioni di liste).

La lettura politica vede sostanzialmente una rediviva Forza Italia come il perno dell’alleanza, ponte per il centrosinistra e per la destra leghista.

Ad esserne penalizzati sono principalmente i Cinque Stelle, spiazzati dall’accelerazione sulla legge elettorale e sfavoriti da un sistema che rischia di ridurne la presenza in Parlamento. I collegi uninominali penalizzano, infatti, chi corre da solo. Potrebbero però trarre qualche vantaggio dalla logica del “tutti contro uno”, come ha giustamente osservato Romano Prodi: tanto è vero che stanno di fatto monopolizzando la scena dell’opposizione e della protesta in piazza, forti anche di una sinistra diluita tra infiniti rivoli.

Il “bar sport”, che non chiude mai, s’è lanciato nel rituale gioco delle previsioni. Il centrodestra unito potrebbe primeggiare ma non vincere, cioè non ottenere da solo la maggioranza per governare (necessari almeno 316 seggi in su): una Lega tra il 14 e il 15 per cento, Forza Italia sulle stesse percentuali e Fratelli d’Italia poco sotto al 5 per cento garantirebbero tra i 240 e i 250 seggi. La spartizione dei collegi maggioritari potrebbe assicurare il 42 per cento a Lega e Fi e il rimanente 16 per cento a Fdi.

Pd e Ap starebbero tra i 180 e i 190 seggi (con qualche sondaggio meno generoso), in quanto il primo è stimato intorno al 27-28 per cento, mentre la formazione di Alfano si fermerebbe intorno al 2,5 per cento.

Il Movimento Cinque Stelle potrebbe raggiungere i 180 seggi. La sinistra è accreditata di 25 deputati.

A questo punto emerge la difficoltà di comporre la maggioranza delle cosiddette “larghe intese”: Pd, Fi e Ap si fermerebbero intorno ai 280 seggi, massimo 290, insomma sotto di almeno una trentina di seggi rispetto alla maggioranza necessaria a governare. Abbastanza scontato che Lega e Fdi si sottrarrebbero alle “larghe intese”.

Più fattibile, almeno stando ai numeri, una maggioranza tra Lega-Fdi e M5S, per quanto risicata, ma ovviamente difficile in termini di intese e di benedizioni nazionali e internazionali.

Persino la febbrile attività dei rituali cambi di casacca potrebbe poco rispetto all’esigenza di vere e proprie transumanze.

La prospettiva non molto allettante è quella di un immobilismo a cui far fronte con ennesimi governi tecnici, sul modello di quello di Mario Monti (sarà disponibile un Mario Draghi?), che permetterebbero di far approvare quei provvedimenti poco popolari “dettati dall’Europa”, sul modello dell’Imu o della riforma Fornero.

(Domenico Mamone)

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