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L’eredità di Marchionne

Domenico MamoneNel 2004 il suo arrivo a Torino per salvare una Fiat semifallita, che perdeva due milioni al giorno: il bilancio 2003 presentava un rosso di due miliardi e una perdita operativa di 500 milioni.

Nel 2009, grazie anche all’ottimo rapporto con Barack Obama, l’acquisizione di un altro brand che sembrava finito, la Chrysler. Dall’unione delle due aziende la scommessa di Fca, che nel 2017 ha raggiunto 111 miliardi di euro di ricavi.

In mezzo gli spin off di Cnh Industrial e Ferrari, il piano di rilancio dell’Alfa Romeo, con la scelta di portare il Biscione in Formula Uno e la nascita del polo del lusso con Maserati.

Questo è stato Sergio Marchionne, 66 anni, tre lauree e un master in business administration, il manager globale già dalla sua biografia, sangue abruzzese e veneto-istriano, formazione in Canada, domicilio in Svizzera, cittadinanza italiana e canadese. Un manager di talento, fortemente ancorato ai concetti di merito, di produttiva e di efficienza, forse anche per questo incompreso in tanti ambienti del nostro Paese che soffrono di quell’irremovibile provincialismo che penalizza i fuoriclasse e l’innovazione.

Mi ricordo i primi 60 giorni dopo che ero arrivato – ha raccontato il manager nel corso di un’intervista a Repubblica di qualche anno fa. “Giravo tutti gli stabilimenti, e poi quando tornavo a Torino il sabato e la domenica andavo a Mirafiori, senza nessuno, per vedere quel che volevo io, le docce, gli spogliatoi, la mensa, i cessi. Cose obbrobriose, stia a sentirmi. Ho cambiato tutto: come faccio a chiedere un prodotto di qualità agli operai e a farli vivere in uno stabilimento così degradato?”.

Ma Marchionne in Italia ha gestito anche lo scontro con il sindacato – in particolare con la Fiom Cgil – con la disdetta del contratto nazionale nell’aprile 2010, il referendum sull’accordo aziendale a Pomigliano d’Arco nel giugno 2010 e l’uscita da Confindustria nell’ottobre 2011. Con una visione protesa ad una nuova organizzazione del lavoro adeguata al cambiamento dei tempi. Un pezzo di biografia che alimenta le immancabili contrapposizioni anche ideologiche di queste ore tra ammiratori e detrattori. “Non si deve dimenticare la residenza in Svizzera per pagare meno tasse, il Progetto Italia subito negato, il baricentro aziendale che si sposta in Usa, la sede legale di Fca in Olanda e quella fiscale a Londra. Il suo autoritarismo in fabbrica per piegare lavoratori e sindacati; e gli occupati che sono passati dai 120mila del 2000 ai 29mila di oggi – è quanto scrive in un post su Facebook il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi.

Al di là dell’analisi sulla sua lunga biografia aziendale in Fiat-Fca, è chiaro che l’esigenza oggi più avvertita nella multinazionale dell’auto sia quella di garantire continuità. Sarà la scommessa del nuovo amministratore delegato Mike Manley, inglese di Edenbridge, 54 anni, laurea in ingegneria alla Southbank University di Londra e un master in business administration all’Ashridge Management College. Una sfida complessa, che richiede nuove concentrazioni e una pioggia di capitali, quella che l’attende, perché il mercato mondiale dell’auto è investito dalla rivoluzione digitale e sull’automobile del futuro, la 4.0, ci sono soltanto ipotesi tra elettricità, piloti automatici, persino nuove rotte nei cieli. Con una concorrenza sempre più agguerrita. In tutto questo, il ruolo dell’Italia, senza il manager abruzzese, rischia di essere ulteriormente ridimensionato.

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