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L’Europa, sentinella o questurino?

Domenico MamoneDi fronte alla fermezza del governo gialloverde di attuare nella prossima Finanziaria le principali voci del programma elettorale, dall’abbassamento dell’età pensionabile al reddito di cittadinanza, senza dare rilievo alle conseguenze di bilancio provocate da tali scelte, gli esponenti apicali dei Palazzi comunitari hanno ormai rivestito il ruolo, certamente non simpatico, di ricordare costantemente all’Italia i rischi che tali politiche potrebbero avere sugli investitori internazionali. Nonché gli impegni presi dal nostro Paese sul tema del risanamento dei conti pubblici.

Nel governo italiano è in atto una chiara spaccatura, del resto prevedibile. La linea “europeista” è sposata dai ministri Tria e Moavero Milanesi, con l’avallo del premier Conte e del presidente Mattarella: la prudenza attuata dalle quattro figure istituzionali mira soprattutto ad evitare l’instabilità finanziaria, che è solo dietro l’angolo. Viceversa, i vicepremier Di Maio e Salvini, che debbono però fare i conti con l’elettorato, continuano a sventolare bandiere di apostolato e – va detto – la gran parte degli italiani, stufi dei problemi e dei sacrifici, è con loro. Anzi, questa continua contrapposizione mediatica sia interna e soprattutto esterna, alimentando il sovranismo contro l’universalismo, rischia di accentuare ulteriormente le spinte euroscettiche.

Certo, l’Europa non è assolutamente immune da gravi responsabilità. Gli ideali originari dell’Unione hanno finito per sgretolarsi di fronte agli interessi economici e finanziari, alle lobbies, alla moltiplicazione della burocrazia e dei centri di spesa. E non distende i toni la grossolanità verbale di alcuni esponenti dei Palazzi comunitari: ultimo di una lunga serie, il commissario europeo per gli affari economici, Pierre Moscovici, che vede in Italia “piccoli Mussolini”, sorvolando sul fatto che da noi c’è un legittimo governo votato dagli italiani (per quanto con traduzioni un po’ parafrasate, già Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, affermò a maggio scorso che gli italiani devono “lavorare di più ed essere meno corrotti”, mentre il commissario europeo per il bilancio Günther Oettinger alla vigilia delle elezioni più o meno disse che “i mercati avrebbero insegnato agli italiani a votare nel modo giusto”).

A conoscere bene il peso delle parole è il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi. Nell’ultima periodica conferenza stampa è tornato a parlare del nostro Paese. “Negli ultimi mesi le parole sono cambiate molte volte e quello che ora aspettiamo sono i fatti, principalmente la legge di bilancio e la successiva discussione parlamentare – ha detto l’ex governatore della Banca d’Italia, riferendosi in particolare a quelle dichiarazioni dell’esecutivo che hanno fatto impennare lo spread. “Purtroppo abbiamo visto che le parole hanno fatto alcuni danni, i tassi sono saliti, per le famiglie e le imprese – ha detto Draghi. Aggiungendo che la Banca centrale europea “si atterrà a ciò che hanno detto il primo ministro italiano, il ministro dell’Economia e il ministro degli Esteri, e cioè che l’Italia rispetterà le regole”.

Ovviamente Draghi ha fatto un discorso pro domo sua. Ma è importante come abbia sottolineato il ruolo rilevante delle parole. Una lezione che anche qualche collega insediato nei Palazzi comunitari dovrebbe far propria per evitare che l’importante spirito europeista culturale e solidale finisca definitivamente in fumo.

(Domenico Mamone)

P.S. Aggiornamento di oggi: se il ministro degli Esteri del Lussemburgo, Jean Asselborn (in carica dal 2004), si fosse fatto tradurre questo articolo, avrebbe forse evitato di usare ulteriori parole fuori posto, dando del fascista a Salvini e di fatto offrendogli un assist formidabile. Le parole, lo ribadiamo, hanno un peso enorme e talvolta diventano un boomerang…

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