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Liberi e uguali (e plurali)

Il termine “pluralismo” di solito irradia fascino democratico. Perché evoca confronti liberi da contrasti, da conflitti, da prevaricazioni. In certi casi, però, richiama ben altro. Pillole indorate. Specie a sinistra. Perché il valore della “molteplicità” si svilisce nella bolgia delle contrapposizioni a tutto campo. Ideologiche, settarie, personali.

Il novello leader di “Liberi e uguali”, Pietro Grasso, non ne è rimasto immune. La polemica più avvilente è quella con il tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi, che ha chiesto all’ex magistrato di saldare il conto con il partito: 83.250 euro per essere stato eletto al Senato. Un contributo richiesto a tutti i parlamentari democratici. Ma Grasso ha risposto picche. «Non sembra opportuno – ha scritto su un quotidiano – che il presidente del Senato sostenga con soldi pubblici l’attività di un partito».

A scomunicare il suo atteggiamento c’è anche un comunista storico, Emanuele Macaluso. L’ex esponente del Pci, riporta Il Foglio, stigmatizza il comportamento di Grasso. “La sua indennità parlamentare non c’entra nulla con il suo ruolo imparziale di presidente del Senato – evidenzia il politico siciliano 93enne. “Ingrao e Nilde Jotti furono presidenti irreprensibili e il loro comportamento fu sempre elogiato da tutti i gruppi. Ma versavano al partito più di tutti in quanto ricevevano anche un’indennità presidenziale”.

Dalle questioni economiche a quelle personali. Peppino Caldarola, dalemiano, direttore della rivista ItalianiEuropei, ha dedicato la sua rubrica su Lettera43 alle “inquietanti analogie tra il metodo Grasso e il metodo Renzi”. L’accusa? Il novello leader starebbe indicando lui stesso i vertici della formazione di sinistra. Ad esempio il nome di Rossella Muroni, ex presidente di Legambiente, per coordinare la campagna elettorale di “Liberi e uguali”. Ma anche per i candidati al Parlamento il numero uno starebbe dicendo la sua. In fondo Matteo Renzi non è stato accusato, da sinistra, di una gestione personalistica della baracca, vedi Giglio magico? “Pluralismo”, appunto. Ma che mancherebbe.

Tutto ciò sta facendo passare in secondo piano la prima proposta “di sinistra” del novello leader, lanciata dall’assemblea all’Ergife: abolire le tasse universitarie. Questione di libertà (di scelta) e di uguaglianza. Liberi e uguali, appunto. Ed anche un po’ plurali.

Ma pure qui le critiche “di area” non mancano. Vincenzo Visco, ex ministro del Tesoro, ricorda che in Italia le tasse sono basse e quindi abolendole non succederebbe molto. Luigi Marattin, consigliere economico della presidenza del Consiglio, spiega che far finanziare gli atenei interamente dalla fiscalità generale si traduce in un trasferimento di circa 2,5 miliardi dai ‘più poveri’ ai ‘più ricchi’. E la misura non costerebbe meno di 1,6 miliardi. Il ministro Carlo Calenda la definisce una proposta trumpista.

“Se venisse realizzata, la proposta del presidente Grasso di abolire le tasse universitarie rappresenterebbe il colpo di grazia per l’università pubblica italiana, già gravemente malata – è il giudizio del senatore Gaetano Quagliariello, docente alla Luiss, figlio e nipote di professori universitari. “E’ una proposta sbagliata, demagogica e classista – aggiunge Quagliariello. “I figli dei ricchi andrebbero all’estero o in università private, chi non se lo può permettere in un’università priva di prestigio e impossibilitata a reggere la concorrenza globale”.

Insomma, sembra che nella sinistra più estrema si rinnoveranno film già visti. Ma sempre in nome del “pluralismo”. Vuoi mettere?

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