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L’indignazione in un sacchetto

Sulla furibonda e inaspettata polemica relativa ai sacchetti trasparenti a pagamento per la frutta e la verdura, quelli che fino a ieri qualche vecchietta utilizzava – furtivamente – anche come alternativa (gratuita) agli shoppers per la spesa per risparmiare pochi centesimi, si stanno misurando un po’ tutti. L’indignazione generalizzata monopolizza da giorni i social.

C’è una vera e propria massa di influencer che ha strumentalizzato politicamente il provvedimento, tirando in ballo la proprietà delle ditte fornitrici o la solita regia dell’Unione europea. Ad altri, imbevuti di ideologia d’annata, non è sembrato vero cogliere la ghiotta occasione per scagliarsi contro il neoliberismo, i nuovi conflitti sociali tra produttori e consumatori, il dumping salariale, le condizioni di lavoro, la redistribuzione di capitali, persino i negozi aperti forzatamente la domenica fino all’auspicio che la rabbia sia incanalata altrove, “verso i processi stessi” come auspica Alessandro Gilioli sull’Espresso. Ma questi paladini dei diritti, che in genere hanno capelli bianchi e non sanno cosa sia la precarizzazione sulla propria pelle, hanno dovuto prendere atto che mentre l’indifferenza regna sovrana sui grandi nodi che manipolano nei propri scritti, come la globalizzazione, la parcellizzazione della produzione o l’atomizzazione della società, è poi sufficiente una minima tassa su insignificanti sacchetti – annunciata peraltro qualche mese fa – per animare interesse collettivo e scatenare un dibattito nazionale.

Forse la principale e reale causa di quanto sta succedendo è nell’indignazione ormai costante che anima la nenia dei commenti sui social. Più il pretesto è semplice e banale, più avrà seguaci. Una buca sottocasa, l’autobus che arriva in ritardo, lo straniero che urina nel parco (casomai anche dietro ad un cespuglio, ma ben ripreso da uno smartphone), la maestra autoritaria sono occasioni, di solito arricchite da immagini rubate, per comunicare settarismo, per gridare all’affronto e allo scandalo, per manifestare rabbia e insofferenza. E’ ormai un rito collettivo, una dipendenza condita dall’arte del commento e del verdetto.

L’atteggiamento, ovviamente, è accentuato e in un certo senso validato e legittimato dalle nuove tecnologie: se grazie ad Amazon risparmio sull’acquisto ed ho un servizio accettabile, perché il negozio fisico mi deve tassare in questo modo così diretto? Se per un elettrodomestico o un prodotto informatico l’alternativa del commercio elettronico è sempre più vincente, per i generi alimentari la vecchia distribuzione per ragioni logistiche va ancora per la maggiore. Quindi la vessazione di una nuova tassa risulta intollerabile ai più.

Se proprio dovessimo ripescare dalla memoria storica un palliativo, potremmo affidarci a quella che un tempo si chiamava “coscienza critica”, che in fondo è l’alternativa all’indignazione d’istinto. Cioè ogni giudizio dovrebbe essere frutto dell’acquisizione di informazioni accurate indispensabili per formulare analisi approfondite, considerazioni e valutazioni più che mai corrette, capaci di conciliare l’evidenza empirica con il senso comune. Una coscienza critica è la premessa per una solida coscienza sociale. Quale sola conseguenza di ciò ci dovrebbe essere la coerenza: smanettare on-line la propria indignazione per il sacchetto e poi scendere al supermercato per fare la spesa, volantino delle offerte alla mano, è l’operazione che compie la maggior parte di quegli adepti allo sport del commento facile.

(Domenico Mamone)

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