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Lo scontro in Catalogna non è riducibile a buoni contro cattivi

Domenico MamoneNell’epoca della comunicazione visiva globale, sono soprattutto le immagini di violenza e di sangue provenienti dalla Spagna a rappresentare lo “strappo” della Catalogna dallo Stato nazionale iberico in un contesto altamente drammatizzato, come si temeva. Scatti e filmati che immortalano un esercizio di democrazia represso nel sangue, con un gratuito eccesso di efferatezza: immagini subito diventate popolari testimoniano manganellate della polizia su cittadini inermi e un altissimo numero di persone anziane ricoperte di sangue.

Al di là della legittimità o meno di una consultazione referendaria certamente avventata, comunque espressione di assoluta civiltà, la repressione messa in atto da un governo spagnolo sordo a qualsiasi confronto e certo che la scelta nazionalista paghi – con il colpevole (e complice?) silenzio di Bruxelles e della monarchia spagnola – costituisce un oltraggio per un Paese che si autodefinisce democratico e per un’Europa sempre meno federale e ideale, che continua – soprattutto in queste circostanze – a palesare la sua inconsistenza.

Le immagini delle strade e delle piazze catalane di queste ore costituiranno sicuramente un boomerang per Madrid e non possono avere alcuna scusante. E rischiano soprattutto di ridurre tutto ad una semplicistica divisione tra carnefici e vittime, quindi tra buoni e cattivi. C’è sicuramente di più. Le vicende della Catalogna – non proprio l’ultima delle regioni dal momento che è la più ricca della Spagna e conta quasi otto milioni di abitanti – avvertono che la crisi economica e finanziaria può sfociare in una crisi antropologica, laddove il richiamo all’identità viene vista come un’affabile soluzione per i crescenti problemi sociali e individuali, nonché la più naturale contrapposizione alle distorsioni prodotte dalla mondializzazione.

(Domenico Mamone)

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