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Nostalgia canaglia

MamoneL’ultima discussione nell’agone politico rispolvera un argomento di scontro che non s’è mai eclissato dal dopoguerra ad oggi: quello sull’apologia del fascismo. Tematica che conferma come il nostro Paese continui ad avere difficoltà a fare i conti con la propria storia, anche quella più lontana, tra l’altro ancora costellata di tante zone d’ombra.

Le policrome posizioni sulla materia sembrano non scolorirsi con il passare del tempo e con il rinnovarsi delle generazioni. Non mancano mai i convinti – almeno a parole – che il fascismo sia morto con Mussolini, contrapposti a coloro che ritengono l’ideologia fascista parte integrante del dna della maggior parte degli italiani (di solito degli “altri”); a coloro che professano l’antifascismo militante come forma di difesa, quasi una “profilassi”, risponde chi pensa che la storia la scrivano i vincitori, con una buona dose di adeguamento alle casacche di moda (meglio di uno spettacolo con Arturo Brachetti). Ogni decennio, poi, negli ultimi settant’anni, ha fatto emergere reazionari a vario titolo, dagli ultimi monarchici ai frequentatori di spade e di logge: colpisce, però, che diminuendo i testimoni diretti del ventennio, aumentino coloro che sognano un ritorno delle camicie nere.

Se nel primo dopoguerra erano diffusi i timori di una ricostruzione materiale del Partito fascista ad opera dei numerosi nostalgici o di coloro che comunque avevano rivestito ruoli di responsabilità nel ventennio e nella Repubblica sociale (il Movimento sociale italiano raccolse un milione e mezzo di voti nel 1953 soprattutto in questo elettorato), la cosiddetta “legge Scelba”, la numero 645/1952, ha cercato di prevenire tale eventualità, prevedendo sanzioni per gli organizzatori di associazioni, movimenti o gruppi finalizzati a rifondare un Partito fascista, ma anche per gli esaltatori del fascismo in tutti i suoi aspetti (tra questi sono stati esplicitamente inclusi il “denigrare la democrazia” e lo “svolgere propaganda razzista”, cioè due tra le componenti più deteriori del ventennio).

La “legge Scelba”, però, non ha messo un punto finale alla questione. Anzi, è rimasta persistentemente “attuale” come pochi altri atti normativi. Da una parte è stata costantemente attaccata con l’accusa di negare comunque la manifestazione di un pensiero ideologico, mentre dall’altra ha costituito il punto d’appoggio per altre azioni restrittive dell’area nostalgica, come il cosiddetto “arco costituzionale” degli anni Sessanta, che riunì i partiti nati dalla Resistenza, lasciando fuori il solo Msi.

Se negli anni Settanta lo scontro tra neofascisti (soprattutto giovanissimi e spesso strumentalizzati) e antifascisti (alcuni reclutati nelle file del terrorismo) ha assunto toni cruenti, lasciando centinaia di vittime sulle strade (ed oggi, lontani da quel clima, possiamo manifestare l’assurdità per tutte quelle morti), far ripiombare il Paese in quella contrapposizione appare decisamente incosciente.

Certo, le riletture del ventennio – anche con crescenti dosi di benevolenza – in questi ultimi anni non sono mancate. Tra le più qualificate, certamente quelle dello storico Renzo de Felice, uno dei maggiori studiosi del fascismo. E su tanti nuovi alfieri delle vecchie idee la stretta s’è allentata.

Ma la questione vera riguarda la banalizzazione dell’approccio offerta dai nuovi strumenti tecnologici, come Facebook: in una società sempre più basata sull’immagine e sulla ricerca di facili punti di riferimento, un regime d’antan molto identitario ed efficacemente comunicativo può di certo far presa sui più giovani. Ciò può spiegare il proliferare non solo di palesi adesioni a quei simboli, soprattutto su Facebook, una vera e propria inflazione di icone e gadget, ma anche la crescente ramificazione di formazioni di estrema destra, con i casi clamorosi delle ultime elezioni amministrative.

Riteniamo, però, che l’accentuazione delle pene proposta dal Pd sia peggiore del male. Il riemergere di nostalgie da ventennio da parte di chi nemmeno ha vissuto quegli anni (finendo quindi per edulcorarne alcuni aspetti o accentuarne altri) è soprattutto un’istintiva risposta ai disastri di oggi. Ai vuoti, allo smarrimento, all’inquietudine. E molti partiti politici farebbero bene a farsi un serio esame di coscienza anziché gettare benzina sul fuoco, con lo scopo di alzare solo fumo.

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