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Patto per la fabbrica, la riconquista della contrattazione

Domenico MamoneDopo una lunga stagione di tentativi, è ufficialmente nato il “Patto della fabbrica”, l’accordo sulla contrattazione collettiva firmato da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil. Si tratta, in sostanza, della riforma del modello contrattuale unitario di relazioni industriali che, nelle intenzioni dei sottoscrittori, punta all’incremento della competitività delle imprese nell’ambito della crescita sostenibile e ad un legame più stretto tra lavoro e produttività. In soldoni, come hanno ben sintetizzato in Cisl, capitale e fattore umano devono trovare insieme un percorso comune. E le imprese, in questo processo, rappresentano il vero patrimonio comune, apportatore di sviluppo e seminatore di benessere.

Il primo aspetto rilevabile della notizia è l’assunzione di un comportamento responsabile da parte dei protagonisti della trattativa, un’intesa che ribadisce l’importante funzione regolatrice che le rappresentanze degli imprenditori e dei lavoratori assumono nella vita economica del Paese. Un’alleanza che consacra l’unità dopo anni di rapporti difficili, comprensivi di quell’accordo separato del 2009, siglato senza la Cgil. Insomma, in un momento delicato per la vita del Paese, in cui anche la politica del pre e post elezioni non offre comportamenti esaltanti e modelli di responsabilità condivisa, le parti sociali offrono un esempio di compattezza ed emarginano l’eventualità di interventi legislativi con cui scavalcare le parti sociali, come quel salario minimo per legge proposto negli ultimi mesi dai partiti.

Un altro aspetto rilevante dell’intesa è nella consapevolezza che nel mondo del lavoro le trasformazioni sono ormai sempre più rapide, con l’evoluzione tecnologica e digitale che sta imponendo i dettami di Industria 4.0. Da qui la necessità di edificare un sistema industriale adeguato ai tempi, quindi più dinamico, competitivo e inclusivo di inedite priorità, compresa l’individuazione di nuovi equilibri. Garantire maggiore potere alla contrattazione decentrata – quindi complessivamente su due livelli, nazionale o settoriale e territoriale o aziendale – è uno dei passaggi-chiave: collegare il salario alla produttività è un percorso utile per saldare gli interessi di azienda e lavoratori. Il ricorso alla contrattazione di secondo livello rappresenta quindi la premessa per incentivare la partecipazione organizzativa.

Nell’accordo di 16 pagine trovano posto anche i criteri di calcolo degli aumenti salariali – con l’introduzione del Trattamento economico complessivo (Tec) e minimo (Tem), minimi indicizzati all’inflazione, il resto no – e la misurazione della rappresentanza anche per le associazioni datoriali oltre a quelle sindacali per contrastare i contratti cosiddetti “pirata”, cioè quelli firmati da organizzazioni senza rappresentanza. Ciò rafforza non solo le regole per la misurazione della rappresentanza sindacale del Testo unico del 2014, ma anche quanto sottoscritto nel recente protocollo con il Cnel per la raccolta e l’archiviazione dei contratti collettivi più rappresentativi. Certo, ora bisogna questi “criteri” vanno definiti e non sarà un percorso facile.

Previsto infine il rafforzamento della governance per il welfare integrativo e la valorizzazione dei percorsi e degli strumenti che coniugano formazione e lavoro, come l’alternanza scuola-lavoro, l’apprendistato, gli istituti tecnici superiori e la formazione continua. In sostanza in busta paga entreranno anche eventuali forme di welfare, cioè salario minimo e tutti i trattamenti economici, compreso appunto il welfare, che il contratto collettivo nazionale di categoria qualifica come “comuni a tutti i lavoratori del settore”.

Condivisibile quanto scrive l’economista Andrea Guarnero: “Il Patto obbliga la politica e la futura maggioranza a ripartire dalle parti sociali. Tuttavia, non tocca le questioni che dovrebbero essere al centro della discussione. Per esempio, come adeguare il sistema di contrattazione all’enorme eterogeneità aziendale e regionale, senza perderne il carattere inclusivo (cioè senza delegare tutto al livello aziendale). Oppure come rendere il sistema di contrattazione a ‘prova di crisi’ con meccanismi di coordinamento tra le parti. Oppure ancora come includere le nuove forme di lavoro nella contrattazione collettiva. L’accordo non recepisce nemmeno alcune recenti innovazioni come il diritto soggettivo alla formazione contenuto nell’accordo dei metalmeccanici. I temi più interessanti come welfare, formazione, salute e sicurezza e partecipazione sono menzionati, ma rinviati a futuri protocolli attuativi. Forse troppa energia è stata spesa nella disputa sul considerare l’inflazione ex ante o ex post. Non è un problema che le categorie trovino le proprie soluzioni, anzi è il vantaggio della contrattazione collettiva rispetto alla legge uguale per tutti”.

Ora anche i partiti facciano proprio il tema della contrattazione collettiva.

(Domenico Mamone)

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