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Perplessità e preoccupazioni dalla manovra economica

Domenico MamonePitagora sosteneva che i numeri regnano sull’universo. E mai, come in questo periodo, un numero – anzi, una percentuale – è importante per il destino del nostro Paese.

Dopo giorni di congetture, è ufficiale la decisione del governo di spingere il rapporto deficit/Pil al 2,4 per cento nell’annuale Nota di aggiornamento al Def. E ha intenzione di replicarlo per altri due anni. In sostanza lo Stato, come è sempre avvenuto, continuerà a spendere più di quanto incassa. Ma lo farà ancora di più, pur rispettando il tetto del tre per cento massimo stabilito nel 1992 con il Trattato di Maastricht.

Il nodo centrale, però, non è nei numeri, per quanto importanti, ma nella sostanza. Si finanziano – di fatto in deficit – le promesse elettorali: il reddito e le pensioni di cittadinanza (dieci miliardi); la flat tax per oltre un milione di partite Iva; la rottamazione delle cartelle; il primo superamento della legge Fornero; il fondo da 1,5 miliardi per i truffati delle banche. Nel contempo si spera – e permetteteci qualche perplessità – che la manovra spinga in alto il Pil e di conseguenza l’ipotetica crescita abbatta il debito.

Come imprenditori, al di là delle convinzioni politiche di ognuno, non possiamo che esprimere perplessità e preoccupazione. Certo, sforbiciare le tasse, aumentare l’entità delle pensioni meno generose, sterilizzare l’Iva venendo incontro a commercianti e consumatori, garantire ossigeno a chi si trova in difficoltà rispetta appieno il ruolo stesso dello Stato, patto sociale tra individui. Ma gli elementi redistributivi non sembrano compensati da investimenti nelle infrastrutture, nella tecnologia, insomma nell’adeguare il “sistema-Italia”, che ha un problema strutturale di crescita, al passo con l’economia globale. Anzi, si parla di ulteriori tagli, proprio mentre il Rapporto di Cittadinanzattiva ricorda che nelle scuole italiane avviene un crollo ogni quattro giorni e che tre scuole su quattro non hanno agibilità statica. Addirittura soltanto una su venti sarebbe in grado di resistere ad un terremoto. E potremmo continuare con la situazione della sanità, dei trasporti, del patrimonio edilizio, delle infrastrutture.

Riteniamo, dunque, sbagliata una manovra che distribuisce sussidi a pioggia (tra l’altro, ad esclusione del reddito di cittadinanza, trascurando le nuove generazioni), senza garantire incentivi per la crescita né aiutare le imprese. E’ illogica questa strada decisamente anacronistica, che fa entrare “la demagogia della campagna elettorale anche nel bilancio dello Stato” (Luigi Bisignani sul “Tempo” del 28 settembre), mentre il mondo è sempre più interconnesso e interdipendente, con mercati dominanti che misurano costantemente la fiducia in uno Stato. Appare dunque rischioso sfidare investitori, banche d’affari, agenzie di rating, organismi internazionali e la stessa Unione europea sui parametri di bilancio, pur con tutte le pecche dei Palazzi comunitari, in un quadro di relazioni coi partner europei logorato da polemiche e incomprensioni: affermare di non temere né spread né mercati è certamente più da incoscienti che da coraggiosi.

Oggi, per aggrapparci ad un po’ di serenità, possiamo solo auspicare che non venga meno, a livello europeo e internazionale, la fiducia nel nostro Paese.

(Domenico Mamone)

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