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Qualche riflessione sul caso Embraco

Domenico MamoneE’ salita agli onori delle cronache l’Embraco, l’azienda brasiliana del gruppo Whirlpool che ha deciso di licenziare 500 persone nel suo stabilimento a Riva di Chieri (Torino) perché trasferirà la propria produzione di compressori per frigoriferi in Slovacchia. Si tratta del capitolo finale di una lunga agonia, emblematica del declino del tessuto industriale nel nostro Paese: se lo stabilimento di Riva di Chieri negli anni Novanta impiegava circa 2.500 persone (era stato costruito negli anni Settanta da Fiat Aspera per produrre frigoriferi e poi venduto a Whirpool nel 1985), oggi ne sono rimaste poco più di cinquecento. E già nel 2004, quando Embraco aprì uno stabilimento in Slovacchia riducendo il lavoro a Riva di Chieri, la multinazionale brasiliana annunciò 812 esuberi, a fronte dei quali il governo, la Regione Piemonte e la Provincia di Torino stanziarono fondi per limitare i danni, ma circa 420 addetti rimasero a casa.

Dieci anni dopo si è ripetuta la stessa scena: minaccia di lasciare l’Italia da parte di Embraco e nuovi soldi pubblici da parte della Regione per scongiurare il peggio. Sono passati altri quattro anni e siamo di nuovo ai licenziamenti di massa.

La causa principale di questo sfaldamento industriale nel nostro Paese si chiama delocalizzazione. Le aziende vanno dove possono massimizzare i profitti. E’ la legge della globalizzazione. Quindi si va dove il costo del lavoro e le tasse costano di meno. A ciò si somma una maggiore serenità ambientale, cioè minore burocrazia, sindacalismo meno spinto, minor peso della criminalità.

I casi di delocalizzazioni sono numerosi, per quanto altri hanno avuto un’attenzione mediatica meno rilevante. Ad esempio la K Flex, azienda brianzola degli isolanti, a maggio dello scorso anno ha licenziato 187 lavoratori a Roncello, in Brianza, e delocalizzato in Polonia. Lo stesso è successo con la Candy e la Zoppas.

Tra il 2009 e il 2015, secondo i dati della Cgia di Mestre, il numero delle partecipazioni all’estero delle aziende italiane è aumentato del 12,7 per cento, superando quota 35mila. Il fatturato delle imprese a partecipazione italiana è salito dell’8,3 per cento, con un incremento del giro di affari di 40 miliardi. I ricavi hanno toccato ben 520 miliardi di euro.

Il vero nodo è che non si fugge soltanto in Asia, principalmente in Cina, o in Russia, ma soprattutto all’interno della stessa Europa, in particolare all’Est, Polonia e Slovacchia in primis.

Il paradosso è che non solo ci sono differenze abissali dei costi del lavoro all’interno del vecchio continente – e che gli indicatori ci dicono che si tende a livellare al ribasso – ma c’è una differenza rilevante anche sul fronte degli aiuti di Stato, che in Europa, seppur a certe condizioni, continuano ad essere legali.

L’Antitrust europeo riporta che nel 2016 la Danimarca ha concesso aiuti di Stato, autorizzati dall’Unione europea, per un controvalore pari all’1,63 per cento del proprio Pil, la Germania per l’1,3 per cento (pari a 46 miliardi di euro), l’Italia solo per lo 0,22 per cento, penultimo posto nel vecchio continente.

C’è un altro paradosso: i contributi all’estero sono pagati anche dall’Italia. Il sito di data journalism Truenumbers.it evidenzia che ogni anno l’Italia versa all’Europa sotto forma di contributi circa due miliardi in più (4,7 miliardi di euro è il contributo totale per la Ragioneria generale dello Stato) rispetto a quanto l’Europa versi al nostro Paese. All’Est, ovviamente, si incassa molto di più di quanto si versa. La Polonia, ad esempio, riceve oltre 9,6 miliardi di euro.

Il dato degli aiuti di Stato misto a quello del costo del lavoro (in Italia un’impresa spende mediamente 27,5 euro per un’ora di lavoro, nell’Est Europa più o meno la metà) costituisce un cocktail micidiale per la volatilità delle imprese nel nostro Paese.

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