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Quota 100? E’ ormai da alpinisti masochisti

Domenico MamoneDebbono francamente ricredersi coloro che – da appena post-sessantenni – si aspettavano l’agognata pensione per poter scappare in qualche spiaggia tropicale e godersi i frutti di un sostanzioso assegno previdenziale. La “quota 100” non è così lineare come ci si potrebbe aspettare da una semplice somma matematica.

Innanzitutto se un “pretendente pensionato” ha 60 anni e 40 anni di contributi, pur raggiungendo l’agognata “quota 100”, non può comunque fare domanda di pensionamento. E nemmeno se ne ha 61. Si parte dai 62 anni di età.

Il secondo aspetto non proprio esaltante per l’aspirante pensionato è che per le conseguenze del calcolo contributivo moltiplicato per i coefficienti di trasformazione legati all’aspettativa di vita, il suo assegno pensionistico sarà decisamente più fievole rispetto alla media degli ultimi redditi. Certo, lo prenderà subito e per più anni: ma meglio continuare a prendere i mille e trecento euro di uno stipendio o vederseli ridurre fino a ottocento?

Il problema vero è che la legge Fornero, per quanto amara (dura lex sed lex), puntella e mette in sicurezza le non proprio floride casse dell’Inps e quindi le pensioni future, almeno per un po’ d’anni. Ha infatti rafforzato il lento processo di riforma del sistema cominciato nel 1995 con il calcolo contributivo, alzando i requisiti per l’accesso alla pensione e calibrando i coefficienti di trasformazione dei contributi all’aspettativa di vita. Una necessità a fronte di un “inverno demografico” che ci attende, particolarmente rigido, come abbiamo già avuto modo di illustrare: i pensionati sono già più numerosi degli under 30 e tra qualche anno addirittura più di quanti lavorano.

Secondo la Nota di aggiornamento al def (Nadef), la spesa pensionistica a legislazione vigente era di 263.661 milioni nel 2017 (rispetto a 225.671 milioni di contributi effettivamente versati), ha raggiunto 269.270 milioni nel 2018, per passare a 274.720 milioni nel 2019, per poi arrivare a 283.390 milioni nel 2020 e 291.780 nel 2021, con la forbice rispetto ai contributi versati sempre più aperta.

Insomma, al di là della facile propaganda populista che include anche gli inconcepibili – di questi tempi – automatismi tra pensionati e nuovi assunti o tra più pensionati e più Pil (un po’ alla Cettolaqualunque), si ha piena consapevolezza che cancellare la Fornero equivarrebbe ad un suicidio di massa. Ecco perché la Fornero in realtà non si cancella, più obiettivamente si reintroduce la pensione di anzianità.

Le anticipazioni di stampa sul testo definitivo approvato in Consiglio dei ministri confermano come, alla fine, la misura è stata stralciata e sarà oggetto di un disegno di legge collegato. Lo slittamento rispetto ai tempi di entrata in vigore della legge di Bilancio permetterà di risparmiare un po’ di miliardi facendo scivolare di qualche trimestre il maggior deficit (magari evitando la procedura di infrazione) e spostare i maggiori effetti del provvedimento nel 2020 quando, con un non escludibile nuovo governo, ci potrebbe essere l’aumento dell’Iva a coprirne i costi.

Sarà così?

(Domenico Mamone)

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