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Chi troppo sal, cade sovente…

Domenico MamoneI sondaggi, da prendere sempre con le molle, da tempo premiano in particolar modo la Lega di Salvini, che fino a qualche giorno fa sfiorava il 34 per cento, con il Movimento 5 Stelle a ruota intorno al 29 per cento. Insomma, il governo, partito con circa metà dei consensi degli elettori, in poche settimane avrebbe guadagnato oltre dieci punti.

La Lega ha beneficiato soprattutto della linea forte sull’immigrazione, atteggiamento – supportato da una straordinaria gestione della comunicazione – che le permette di raccogliere l’approvazione persino di elettori tradizionalmente collocati a sinistra.

Ora che al centro del dibattito politico s’è forzatamente collocata l’emergenza economica, causa le forti critiche alla manovra finanziaria (soprattutto al reddito di cittadinanza e al superamento della legge Fornero), le cose potrebbero andare in modo diverso. Il governo, secondo noi, potrebbe assistere alla discesa dei consensi, soprattutto da parte del ceto medio e degli imprenditori.

In sostanza le preoccupazioni degli italiani si sono spostate da quelle di natura ideologica contro l’immigrazione a quelle più pragmatiche che riguardano i propri soldi.

Sono tre i principali nodi.

Il primo riguarda lo spread con i bund tedeschi, che non è solo un indicatore convenzionale. In primavera s’era stabilizzato intorno ai 113 punti base, oggi viaggia ad oltre 300. Al di là dell’analisi delle motivazioni e della possibile regia anche di grandi fondi speculativi, ciò ha già un concreto costo per le casse pubbliche – a causa dell’aumento degli interessi sul debito – e per gli stessi cittadini, specie per coloro che sono alle prese con un mutuo.

La seconda spada di Damocle è rappresentata dalla prova del rating, dove siamo ad un passo dal livello di guardia: entro fine mese Standard & Poor’s, Moody’s, Fitch e Dbrs emetteranno il loro verdetto che influenzerà gli investitori. Il rischio è che i titoli del debito pubblico vengano declassati a “junk bonds”, cioè spazzatura.

C’è poi la fine del quantitative easing, la sorta di paracadute offerto dalla Bce per l’acquisto dei titoli.

Il quadro, insomma, è complicato. In giugno e luglio gli investitori esteri hanno già venduto bond italiani per oltre 70 miliardi di euro, assorbiti in gran parte da banche e assicurazioni del nostro Paese. E, grazie alle nuove tecnologie, l’ipotesi di una corsa alle vendite sarebbe fatale perché istantanea. I titoli italiani in mani estere costituiscono più o meno il 30 per cento del totale (circa 670 miliardi di euro) posseduti nell’ordine da fondi comuni, banche e assicurazioni. Per il 60 per cento sono concentrati nell’area euro, con la Francia in testa, seguita da Lussemburgo, Germania, Spagna, Usa e Gran Bretagna. Come ricorda Mauro Del Corno sul “Fatto quotidiano” del 10 ottobre 2018, la banca franco-belga Dexia ha in portafoglio titoli per circa 20 miliardi, la francese Bnp-Paribas 16 miliardi, mentre la tedesca Commerzbank e le spagnole Bbva e Santander hanno circa 10 miliardi a testa. Un altro colosso francese, Credit Agricole, ha 7,5 miliardi, Société Générale quasi tre miliardi. Quantità ingenti di titoli italiani anche nelle casseforti di colossi assicurativi europei come Allianz, Axa o Zurich.

Certo, il braccio di ferro in atto tra il governo e la finanza internazionale ha motivazioni prettamente politiche, in cui Lega e M5S puntano a rilanciare la nazionalizzazione, attuando una sorta di autarchia economica per far retrocedere l’Europa e la globalizzazione. A ciò si sommano ipotesi molto discutibili, come l’ormai famoso “piano B”, cioè l’uscita dall’euro. Un progetto idealista e soprattutto fortemente avventato perché ci vede da soli contro tutti. C’è, in particolare, il concreto rischio che in pochi mesi si possano vanificare tutti i sacrifici fatti in questi anni che pur collocando l’Italia come fanalino d’Europa per crescita di Pil, hanno comunque segnato una flebile svolta rispetto agli anni di profonda recessione.

Non bisogna, però, dimenticare che la rapida crescita dei sovranisti è frutto soprattutto degli errori commessi da chi oggi siede sui banchi dell’opposizione. In fondo se il debito pubblico è la nostra zavorra, perché proprio i governi del cosiddetto “risanamento” hanno concorso maggiormente a far crescere il debito? Formiche.it ha stilato una classifica molto indicativa, che vede il governo Gentiloni al secondo posto (dietro Amato), Monti al terzo, Dini al quarto e Letta al quinto. Gli ultimi quattro governi, appoggiati dal Pd, hanno fatto crescere la montagna di ben 407 miliardi di euro. Ed anche in percentuale rispetto al Pil si è passati dal 112,5 di Berlusconi al 131,8 che c’ha lasciato Gentiloni.

(Domenico Mamone)

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