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Sinistra unita, restano solo le intenzioni?

Domenico MamoneAd un anno di distanza dalla disastrosa prova elettorale del 3 marzo, ciò che resta della sinistra tenta faticosamente di ricompattarsi intorno alla figura del nuovo segretario, che – salvo sorprese – sarà Nicola Zingaretti. Primarie e congresso, però, giungono con notevole (e colpevole) ritardo, specie a fronte del nuovo e importante appuntamento elettorale: le “europee”.

Questa somma di criticità include altre spine: la poca lungimiranza di coloro che hanno fatto il tifo per il matrimonio tra Salvini e Di Maio sperando in un rapido e disastroso divorzio e la non incisiva opposizione – a causa delle fratture interne – al governo gialloverde, sul quale invece si dovrebbero concentrare le attenzioni del Pd per tentare di “recuperare” l’elettorato tradizionalmente di centrosinistra e di sinistra confluito nelle fila dei Cinquestelle. Ma non solo: in Toscana ed Emilia-Romagna, ad esempio, i flussi hanno spostato molti delusi di sinistra verso la Lega.

Insomma, la cosiddetta “logica del popcorn”, cioè l’attendismo di fronte ai disastri altrui e alle conseguenti delusioni dell’elettorato moderato, non paga rispetto ad un governo a cui – nel complesso – sembra non venir meno la luna di miele con i propri supporters.

Ma se il richiamo all’unità della sinistra, del resto non proprio una novità nei proclami degli ultimi anni, è alimentato dalle aspettative sul nuovo segretario, i problemi aumentano analizzando ciò che sta crescendo al di fuori del Pd.

Al di là delle “dinamiche” iniziative molto personali di Carlo Calenda, tra manifesti politici (“Siamo europei”) e proposte di consulenze gratuite a Di Maio, che talvolta finiscono per spaccare ulteriormente ciò che resta dell’elettorato democratico, ci sono nuovi “cespugli” che rischiano di ritagliarsi fette di torta, per quanto limitate.

Un esempio viene dal sindaco di Parma Federico Pizzarotti, che con il suo movimento “Italia in Comune” sta lavorando ad un’alleanza alternativa al Pd, con +Europa e i Verdi. I sondaggi danno questa coalizione tra il 3 e il 5 per cento.

C’è poi il movimento del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, denominato DemA. Il primo cittadino partenopeo ha di recente detto che vede molto difficile una partecipazione della sua “creatura politica” alle europee, benché alcuni sondaggi lo accreditino addirittura fino al 5 per cento.

A sinistra, però, crescono anche liste transnazionali che potrebbero raccogliere un po’ di consensi in Italia. E’ il caso di Diem25, il movimento dell’economista greco Yanis Varoufakis, ma anche dell’attivista americano Noam Chomsky, della scrittrice canadese Naomi Klein (l’autrice del celebre “No Logo”), del regista britannico Ken Loach, del candidato alla presidenza statunitense Bernie Sanders e del giornalista australiano Julian Assange. In Italia il movimento ruota intorno all’economista Lorenzo Marsili, spesso ospite a La7. Ovviamente non raccoglierà consensi oceanici, ma il meccanismo elettorale delle europee favorisce proprio questa parcellizzazione del voto.

Un’altra formazione di sinistra di cui sentiremo parlare alle prossime europee è Volt, movimento transnazionale nato soprattutto in rete ed in crescita in molti Stati europei. Gli appartenenti sono principalmente giovani, i cosiddetti millennials.

Insomma, se il Partito democratico non risolverà i principali e annosi problemi dei personalismi, delle fratture e delle contraddizioni interne (anche ideologiche), anziché recuperare i transfughi pentastellati, molti dei quali oggi potenziali “figliol prodighi”, rischia che altre fette del proprio elettorato vengano attratte da nuovi soggetti nazionali e transnazionali.

(Domenico Mamone, presidente Unsic)

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