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Il tiro alla fune

Domenico MamoneCome nel gioco del tiro alla fune, c’è una fase iniziale in cui le squadre contrapposte sono sostanzialmente ferme in attesa di scoprire chi ha più forza. Così la politica italiana, solitaria in questo corpo a corpo con l’esercito europeo, continua a tirare la corda, ma senza ottenere risultati positivi. Anzi, l’impegno sta lacerando alcuni protagonisti dello scontro e soprattutto le risorse fisiche della squadra tricolore.

L’aspetto più emblematico di questa lunga e straziante fase, che avrà ripercussioni negative probabilmente per molto tempo, è il pericoloso immobilismo. La maggioranza gialloverde continua a riempire il vuoto ripetendo da mesi a voce alta, come in un compitino, l’elenco delle promesse elettorali, ma senza che ancora abbiano mostrato le vere sembianze (come saranno realmente la “quota 100” e il reddito di cittadinanza?) né abbiano visto la luce. Per fortuna, aggiunge più di qualcuno.

Intanto l’economia italiana è al palo (ma qui il governo non ha colpe), certificata dai dati sul Pil fermo e sull’arretramento della produzione industriale, oltre ad un effetto psicologico che frena i consumi in periodi di instabilità. Tutto ciò, tra l’altro, in un contesto di rallentamento mondiale e con il quantitative easing in fase di prosciugamento.

Proprio il netto peggioramento del quadro economico internazionale dovrebbe indurre a rivedere una manovra sostanzialmente fuori contesto non solo per gli indirizzi molto opinabili della spesa corrente (di fatto nuovo assistenzialismo), ma perché scritta ormai un anno fa. I francesi, più scaltri di noi, hanno puntato tutto sul taglio delle tasse (per 25 miliardi di euro, quasi tre quarti alle imprese e un quarto alle famiglie) e continuano ad abbattere le imposte sulle case, per l’80 per cento a vantaggio dei proprietari. Perché i protagonisti delle dinamiche sociali, volenti o nolenti, sono lì, imprenditori e ceto medio. E il tessuto imprenditoriale, insieme al patrimonio edilizio, continuano a rappresentare la vera ricchezza di un Paese.

A tutto ciò, lo sappiamo ormai, si aggiunge uno spread a livelli di guardia, principalmente per le sue ricadute pratiche, e un debito di cui – per regole comunitarie da noi sottoscritte – la quota che eccede il 60% (da noi, con il 131%, tale porzione è del 71%) andrebbe ridotta del 3,5% l’anno, cioè di 60 miliardi di euro. Una montagna di soldi. Mentre quest’anno il nostro sforamento aggiunge già 30 miliardi di ulteriore debito.

Certo, come abbiamo sottolineato in altre circostante, gli euroburocrati non sono missionari. Le loro ricette “miracolose” sulla Grecia – nazione che comunque ha anche le sue gravi colpe per un tenore di vita sopra le proprie disponibilità – hanno massacrato un intero Paese. E gli ultimi governi italiani in luna di miele con Bruxelles quel debito l’hanno soltanto aumentato, e di molto, senza alcun richiamo da parte dei Palazzi comunitari. A chi giova, sostanzialmente, il debito?

Siamo però coscienti che l’Italia abbia messo molto del suo. Per anni l’attenzione a conti pubblici in ordine è stata distolta da privilegi e sperperi. “Servitevi da soli e pagate alla cassa” recitava un cartello affisso nei supermercati, oggi quanto mai attuale.

Ma il vero nodo è che non si può far debito per accrescere, di fatto, ulteriori ingiustizie, cioè premiando l’età previdenziale di chi comunque un lavoro l’ha sempre avuto o, cosa peggiore, i tanti senza reddito che lavorano in nero (coraggiosa e condivisibile, in tal senso, la dichiarazione del sindaco di Crotone proprio sulla differenza tra assistenzialismo a tempo e lavoro vero).

Nel nostro Paese si continua a parlare del “convento malridotto, ma con i frati ricchi”. Cioè di un’Italia al collasso, ma con gli abitanti in maggioranza benestanti e soprattutto ottimi risparmiatori. In un convento malandato, però, si vive male. Le tragedie ormai continue, come quella di Genova, dimostrano che anni di scarsa cura del convento, con i tagli delle spese in conto capitale per mantenere i privilegi di pochi, hanno condotto ad un impoverimento dei beni e dei servizi comuni che pagherà sempre qualche innocente “anima” del convento. I morti di Genova attendono giustizia.

Forse è il caso, prima che sia troppo tardi, che politici particolarmente impegnati a soddisfare il proprio Ego, principalmente attraverso i social, tornino con i piedi per terra e recuperino quel buonsenso che comincia a concretizzarsi spontaneamente “dal basso” in qualche piazza. Non c’è bisogno di assistenzialismo, ma di politiche di crescita: lo Stato deve fare la sua parte, anche secondo logiche keynesiane, favorendo investimenti e la piena utilizzazione delle capacità produttive, promuovendo finalmente una seria politica industriale in linea con l’innovazione (4.0), sostenendo la domanda, accrescendo l’occupazione. E assicurando – nel contempo – l’equilibrio della bilancia dei pagamenti.

(Domenico Mamone, presidente Unsic)

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