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Verso i trent’anni della Lega: dal Bossi al “SuperSalvini”

Domenico MamoneAlla fine del prossimo anno cadrà un compleanno politico. La Lega compirà trent’anni di vita. E’ nata, infatti, a dicembre 1989, un mese dopo la caduta del muro di Berlino. Mentre la Germania stracciava una pagina travagliata della sua storia, l’Italia ne confezionava una completamente nuova, acquisendo un vero e proprio partito frutto della fusione di ben sette organizzazioni accomunate da anima e corpo imbevuti di regionalismo. Arredi ideologici da Lega Lombarda e Liga Veneta, per capirci.

Umberto Bossi, il segretario della prima lunga fase, per una buona parte del popolo padano – quella più sanguigna, fedele e celodurista – ha rappresentato una sorta di icona fisica da adorare tra stand olezzanti di polenta e riti dal fascino ancestrale. Le indimenticabili posture bossiane da lavorante giornaliero, il suo timbro di voce da girovago di sagre alpine, la canottiera bianca come brand sempre più trendy hanno accresciuto il carisma del leader presso i suoi genuini discepoli, Bastava un’esternazione colorita sulle istituzioni romane o sul popolo meridionale, intervallate con richiami al federalismo, all’autonomia o all’onnipresente federalismo, per mandare in visibilio folle sconfinate, dal basso varesotto al Polesine.

La Lega di Bossi s’è dimostrata una formazione certamente abile e soprattutto decisiva nello scrivere la storia di quegli anni del nostro Paese. Oltre ad amministrare sempre più enti locali nel Nord Italia, ha assicurato il sostegno al primo storico governo Berlusconi nel 1994, determinandone anche la caduta l’anno seguente, ma tornando a governare per altre tre volte. I risultati elettorali per i padani sono stati altalenanti, ma mai inconsistenti: 8,7 per cento alle politiche del 1992, 8,4 a quelle di due anni dopo, fino al picco del 10,1 in quelle del 1996. Per poi scendere, nel nuovo millennio, al 3,9 per cento nel 2001, al 4,6 del 2006, all’8,3 del 2008 e al 4,1 del 2013, tra i peggiori risultati della sua storia con un Bossi ormai appannato e una girandola di scandali che hanno macchiato il pedigree verde-speranza.

Dopo quell’infausta data, l’elezione del giovane Matteo Salvini a segretario – con l’82 per cento delle preferenze – ha determinato una svolta epocale per il partito. Una decisa sterzata a destra nella più idonea (e fortunata) congiuntura nazionale e internazionale.

In fondo il più grande movimento di protesta del nostro Paese – ma anche di governo in molte aree del Nord – ha finito coscientemente per rinnegare sé stesso e il suo passato e per chiudere la sua prima fase ultraventennale. Per farlo s’è affidato totalmente alla personalità del giovane segretario, con esperienze di consigliere comunale a Milano e di europarlamentare. Lego più che Lega, ricostruzione mattoncino dopo mattoncino.

Iperattivo, ultrapresente e multimediale, Matteo Salvini è diventato soprattutto l’immagine-popart della Lega per trainare consensi sia interni al partito e sia fuori. Le sue capacità di parlare in modo chiaro e semplice, ma anche svelto, deciso e aggressivo, fa alzare gli indici d’ascolto e di gradimento nelle piazze delle città di provincia e nei salotti del piccolo schermo. Le sue felpe con la scritta Pomigliano o Isernia hanno svincolato il nuovo corso dalle zavorre del passato, abbattendo i vecchi paletti geografici e ideologici. Gli argomenti nelle sue corde sono ultrapopolari ma efficaci. E la sinistra è rimasta a guardare.

Così la Lega Nord è diventata Lega di Salvini (fino a “Noi con Salvini” e “Salvini Premier”), trasformandosi in partito sempre più nazionale (archiviando la Padania, guardando oltre il Po e approdando al Sud), sovranista (mettendo in soffitta secessione e federalismo), digitalizzato (rispetto alla fisicità dell’icona ormai sbiadita di Bossi). La Lega ha cancellato definitivamente i confini, che ne hanno costituito a lungo l’identità politica e territoriale.

Gli ottimi risultati della strategia a tutto campo con la radicalizzazione del pensiero leghista su fisco, antieuropeismo e sicurezza, ben attuata grazie anche alle indubbie capacità comunicative con presenze continue in tv e nei social media, sono arrivati presto: la Lega è penetrata a fondo nelle cosiddette “zone rosse”, raccogliendo messi di voti in Emilia-Romagna, Toscana e Marche (ma anche a Genova e a Sesto San Giovanni). Poi il capolavoro al Sud, con crescenti affermazioni in vaste zone del Mezzogiorno (da non dimenticare il ruolo decisivo per far diventare governatore Musumeci in Sicilia).

Salvini, in quest’ultima fase, sta appuntando nuove medaglie sulle sue felpe. La più importante è l’essere riuscito, primo nella storia, a scavalcare a destra l’intramontabile Berlusconi in termini di voti raccolti. Aprendo una nuova fase che è soltanto ai primordi e che potrebbe rafforzare – anche in termini di “italianissimi” voti sottratti a Forza Italia e a Fratelli d’Italia – la sua leadership a destra. Inoltre, attraverso l’accordo con Di Maio, potrà drenare consensi anche nel bacino dei Cinque Stelle, specie al Sud, dove ormai è sdoganato. Mentre la vicinanza ideologica sia a Putin sia a Trump potrà spalancare nuovi portoni.

Se il governo si farà, Salvini, grazie anche alla collocazione di Giorgetti e Savona in ruoli chiave, potrà padroneggiare nell’attuazione delle strategie e dei programmi. Certo, i rischi non mancano. Dalle felpe al doppiopetto governativo con cravatta gialloverde il passaggio è temerario. Le posizioni ultraoltranziste saranno indubbiamente e intelligentemente smussate tra consigli presidenziali e mannaie europeiste. Ma l’elettorato è quanto mai fluttuante e dal dinamico leader attende e pretende un governo del fare.

Ma anche nel caso il governo non si faccia, Salvini potrà sbandierare le sue sempre più nazionalistiche ragioni: colpa della Germania, dell’Europa, dello spread diventato peggio dei ricatti mafiosi con la bomba agli Uffizi di cui ricorre il triste anniversario. Se urne ci saranno, il bottino sarà probabilmente ancora più sostanzioso. Ed il centrodestra a traino Salvini, a quel punto, potrebbe anche avere i numeri per governare. Staremo a vedere.

(Domenico Mamone)

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