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Web, copyright e la direttiva Ue

Domenico MamoneE’ in discussione da oltre un anno presso il Parlamento europeo e si voterà il prossimo 5 luglio una proposta di riforma del copyright che interverrà soprattutto negli assetti della Rete. In sostanza si contesta il facile guadagno che si procurano i social network (ad iniziare da Facebook) condividendo – gratis – i contenuti altrui, senza riconoscere nulla agli autori o agli editori. Non si tratta quindi di un intervento censorio, una sorta di “bavaglio”, come spesso si è portati a credere, ma di una proposta che mira a ridimensionare il grande potere ormai acquisito dai giganti del web: in Italia quasi il 70 per cento del tempo trascorso in Rete è speso su Whatsapp, Facebook, Google, Instagram e Youtube, cioè sulle applicazioni possedute dal duopolio Facebook-Google. La Rete, va detto, è ormai cosa loro. Con i conseguenti benefici non solo in termini economici diretti, ma anche nell’acquisizione di preziosi dati.

L’articolo 11 del provvedimento, che contiene la proposta denominata “Link Tax”, fornisce agli editori uno strumento per negoziare con Google News, Facebook e gli altri il pagamento di una licenza per la condivisione dei contenuti. Più che di una tassa si tratta di un equo compenso. Parallelamente si vorrebbe che le piattaforme delle multinazionali installassero filtri in grado di individuare contenuti protetti da copyright (come in parte già avviene su Youtube). Ma sui benefici per gli autori si apre un complesso dibattito.

E’ noto, infatti, come i social e Google News, rilanciando articoli, foto, filmati e altri materiali, concorrano in modo rilevante alla loro diffusione. Un articolo rilanciato su Facebook può incrementare le visualizzazioni anche dieci volte in più. Ormai l’entità del traffico persino di un grande quotidiano dipende sempre più dal ruolo dei social network. Facebook e Google lo sanno bene per cui ogni proposta di monetizzare il rilancio dei contenuti ha avuto effetti nocivi per gli stessi editori: in Spagna, ad esempio, dove Google ha chiuso Google News come risposta ai tentativi di far pagare i contenuti, s’è stimato un calo di traffico tra il 6 e il 14 per cento.

Al di là degli aspetti economici, c’è indubbiamente anche una ricaduta su chi utilizza la Rete come fonte di lavoro. Si pensi ad un giornalista che si vedrebbe ridurre i materiali a disposizione, o un qualsiasi studioso o ricercatore. Insomma, verrebbe meno il principio della libera circolazione che decreta il successo dell’on-line. Non a caso quei quotidiani che hanno provato a far pagare tutti i contenuti in Rete, sono stati costretti a fare marcia indietro (ad esempio “Il fatto quotidiano”).

Del resto ogni diffusore di contenuti, ampliando la propria audience grazie ai social, vede lievitare anche la monetizzazione. Non a caso Facebook procede a continui cambiamenti delle proprie regole per intercettare al meglio questi flussi non solo di contenuti, ma anche di potenziali guadagni. Il vero problema è nel ruolo quasi monopolistico assunto da alcune multinazionali che taglia fuori tante piccole aziende.

(Domenico Mamone)

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