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Lo scadimento del linguaggio politico

Domenico MamoneEsistono ancora i grandi oratori in politica? Sopravvive l’eloquenza parlamentare? Davvero l’invasione di tweet e di slogan ha annullato del tutto i grandi discorsi istituzionali, quelli caratterizzati da padronanza della lingua e animati da impegno civile, appelli alle coscienze, capacità di persuasione?

La comunicazione, non c’è dubbio, è cambiata anche in politica. Se appaiono lontanissimi Cicerone e Demostene, non certo sentiamo attuali un Pietro Nenni o un Enrico Berlinguer o un Giorgio Almirante. La loro autorevolezza e l’abilità nell’influenzare l’opinione pubblica ricevevano linfa dalla carismatica capacità di trasmettere con chiarezza i concetti attraverso le parole. Grandi oratori, insomma, con l’abilità di scaldare le folle, ma mai di scardinare le regole del confronto civile, nonostante il sovrapporsi di situazioni non sempre facili da gestire, specie nei tumultuosi anni Settanta.

Se poi spostiamo l’attenzione a livello internazionale, sono rimaste nella storia le parole di Nikita Kruscev al XX Congresso del Partito comunista nel 1956, inaugurando il lungo processo di destalinizzazione o il celebre “I have a dream” di Martin Luther King, o ancora il toccante discorso di Eleanor Roosvelt alle Nazioni Unite (“Il problema fondamentale che affronta il mondo oggi è la salvaguardia della libertà umana”), fino a Kennedy che il 20 gennaio 1961 invitò i cittadini a chiedersi “non cosa il vostro paese può fare per voi, ma che cosa potete fare voi per il vostro paese”.

Anche oggi, nella nostra Italia, non mancano esperti predicatori, declamatori, arringatori, conferenzieri. Pure loro capaci di conquistarsi la leadership con le parole. Per raggiungere il pubblico, rispetto al passato, dispongono di molti strumenti in più di comunicazione: maggiori opportunità, ma anche rischi di sovraesposizione e di rapido logoramento.

Una questione aperta, però, riguarda la rottura del sodalizio tra linguaggio politico e terminologia colta. Mentre è ormai sepolta la retorica classicheggiante, quella tipica soprattutto della prima metà del Novecento, quando il suffragio non era ancora universale e le élite influenzavano enormemente il consenso e mentre sono scomparsi i discorsi argomentati e le conversazioni dotte, la novità è l’irruzione nell’agone politico della provocazione costante accompagnata da slogan infarciti spesso di turpiloquio e volgarità, conditi di demagogia e populismo. Le tecnologie, dettando i nuovi tempi e offrendo inediti strumenti, hanno favorito questo passaggio epocale dalla valutazione meditata al libero sfogo.

A sdoganare linguaggi grevi da avanspettacolo, più degni dei bar, degli spalti calcistici o dei lupanari che di una casacca da “onorevole”, sono state principalmente le opposizioni “anti-Casta”.

Non sono troppo lontane nel tempo le esperienze dei “Vaffa day” o gli appellativi non proprio teneri riferiti agli operatori dell’informazione (da “sciacalli” ad “handicappati” fino a “puttane”). Le parolacce sono comparse a ritmi sempre più sostenuti, principalmente come elementi di avvicinamento e di sovrapposizione al popolo comune. Ma a finire nei tritacarne come vittime anche personalità di rilievo scientifico che hanno avuto la colpa di servire la politica, come Rita Levi Montalcini o Umberto Veronesi (definito “Cancronesi” per la sua adesione agli inceneritori). Idem per Pietro Grasso, ex presidente del Senato, paragonato all’arbitro Moreno dal grillino Castaldi e per Laura Boldrini, ex presidente della Camera, etichettata come “Zombie” dal grillino Di Stefano. Infiniti gli epiteti contro gli avversari: oltre al ricco repertorio di parolacce d’uso comune, tra i tanti ricordiamo “vajassa”, cioè serva domestica, proferito da Mara Carfagna ad Alessandra Mussolini. Il paradosso è che oggi sono compagne di partito.

Anche il linguaggio non verbale è transitato nelle aule istituzionali. Oltre ai gestacci, restano memorabili le esposizioni di fette di mortadella, cappi, banconote e via di questo passo.

Ovviamente non è questione di moralismo, ma importare in un’aula istituzionale ciò che avviene fuori dai Palazzi non equivale certo a rendere più “umana” la politica, come si vorrebbe far credere. Al contrario, la politica per recuperare credibilità dovrebbe proprio cercare di recuperare onorabilità. Ma certe qualità non s’improvvisano.

(Domenico Mamone, presidente Unsic)

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