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La crisi della politica

Che la politica viva oggi in Italia una crisi profonda e persistente da più di un ventennio è un assunto difficilmente contestabile.

Il debito pubblico così elevato, la grave crisi economica, finanziaria ed occupazionale, la povertà assoluta di circa cinque milioni di abitanti, lo stato delle diseguaglianze crescenti, le forme d’immigrazione irrazionali e non governate, l’insicurezza esistenziale e l’incertezza del futuro, l’incapacità palese di elaborare una legge elettorale in grado allo stesso tempo di garantire rappresentanza e governabilità sono lo specchio di una pratica dell’amministrazione dello Stato che evidentemente fa acqua da tutte le parti.

L’inadeguatezza dei partiti nell’individuare e studiare i problemi della collettività portandoli a soluzione, ma anche la corruzione dilagante dall’epoca di Mani Pulite, l’estensione di privilegi inaccettabili agli eletti, il trasformismo dilagante orientato unicamente alla gestione del potere e alla difesa d’interessi individuali e di gruppo ha generato nella popolazione atteggiamenti di repulsione verso le forze politiche tradizionali che hanno condotto fondamentalmente a forme di allontanamento dalla partecipazione e/o di astensionismo dal voto, ma anche a qualunquismo e aggregazioni di natura populistica che si definiscono post-ideologiche e che talora sono connotate tuttavia da elementi comuni quali rivendicazioni di natura neocorporativa sul piano categoriale o territoriale, critica alle attuali istituzioni sovranazionali, sovranismo, nazionalismo e rifiuto della società aperta in nome della difesa dell’identità etnica, religiosa e culturale, rigetto di ogni forma d’ideologia, di mediazione e di rappresentanza attraverso quadri intermedi e confronti diretti nelle strutture di base per dare spazio alla cosiddetta democrazia post-rappresentativa individuata nelle piattaforme digitali, adesione al vincolo di mandato.

La paradossalità sta nel fatto che c’è da una parte chi si riveste di un’immagine e di un costume di tipo prometeico convinto erroneamente che, senza altre forme di competenza, basti il possesso di qualche abilità tecnica e dialettica per avere interventi incisivi nell’analisi della realtà e nella soluzione dei suoi problemi, mentre dall’altra ci sono quelli che tirano i remi in barca chiudendosi in forme di scetticismo nichilista rappresentato da un astensionismo dal voto che sta toccando ormai percentuali che in talune realtà territoriali superano il 50% e che è alimentato da leggi elettorali che non garantiscono una reale possibilità di scelta dei delegati in parlamento.

Le difficoltà per i cittadini ad individuare forme di rappresentanza per i propri problemi, la volatilità dei voti e la problematicità nel realizzare maggioranze coese per il governo nazionale sono la rappresentazione plastica del momento arduo che viviamo.

Le problematicità di questi giorni nel costruire un programma di governo del Paese credibile negli obiettivi, coerente con la situazione del Paese e sostenibile sul piano economico dicono con estrema chiarezza che bisogna davvero voltare pagina.

Le situazioni vissute dalla popolazione sono talmente gravi che occorre con buon senso e capacità di confronto individuare le strade per ridare alla politica il ruolo fondamentale di organizzazione della vita sociale che ha avuto, pur con tanti errori e limitazioni, a partire dalla società greca.

Il primo elemento in questa direzione, di natura squisitamente culturale, è la ricostruzione di principi etici cui fare riferimento, di competenze da acquisire nella gestione della res publica e di capacità d’individuare le esigenze dei cittadini portando a soluzioni adeguate i loro problemi.

È chiaro che la farsa delle forme finte di democrazia, rappresentativa o digitale che dir si voglia, vanno davvero superate per organizzare un sistema di partecipazione sulle questioni comuni che veda finalmente una presenza decisionale reale da parte della collettività.

Noi siamo convinti al riguardo che tutte le forme di deliberazione democratica devono essere libere, trasparenti e palesemente controllabili nella loro autenticità espressiva.

La politica poi ha necessità di riacquistare la propria libertà ed autonomia rispetto ai poteri forti del mondo finanziario che ormai risultano i soli a determinare le linee del processo economico.

Partiti o movimenti che siano, le forze politiche, uscendo da forme strutturali e di gestione personale, privatistica o leaderistica, hanno urgente necessità di costituirsi in configurazioni partecipate per dare spazio al confronto nella base e nei quadri intermedi.

A tale proposito esiste ovviamente anche la questione delle modalità di selezione delle candidature per le classi dirigenti che non può essere affidata a decisioni di natura verticistica, come ormai avviene da tempo o a sistemi di scelta su piattaforme digitali difficilmente verificabili e documentabili sul piano della reale libertà espressiva di voto.

In merito ed al momento il sistema delle primarie, ben organizzate e controllate, rimane quello più affidabile.

È inaccettabile infine a nostro avviso che, magari per fini di conquista del consenso elettorale a 360° , si possa dare spazio nella soluzione dei problemi alle cosiddette proposte post-ideologiche che, spesso modificate dopo le tornate elettorali, davvero rischiano di rendere assai indefinito e limitato l’orizzonte cui guardare per costruire una società dove a ciascuno siano garantiti i diritti fondamentali.

Per passare dai proclami e dagli slogan alla gestione concreta delle questioni sociali occorre uscire dalle dialettiche populiste ed avere una cultura di governo che ovviamente non va inventata in modo superficiale ed empirico, ma costruita su preparazione culturale, competenze ed esperienza amministrativa.

Nella rifondazione di una politica capace di darsi progettualità e d’individuare i mezzi per realizzarla un ruolo essenziale possono avere le scuole di formazione politica, diffuse capillarmente sul territorio negli ultimi anni, i comitati e le associazioni di base, ma anche i partiti purché siano in grado di uscire dalle logiche di potere per ridiventare strumenti democratici di elaborazione culturale, sociale, economica e politica finalizzati all’organizzazione razionale, libera ed egalitaria della società.

È chiaro che nessun cambiamento sarà possibile se non ne saremo tutti parte attiva e responsabile.

(Umberto Berardo)

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