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Sul disastro della nazionale di calcio

Gli italiani sono realmente un popolo strano.

Abbiamo problemi davvero macroscopici che attanagliano il Paese come quelli della mancanza di lavoro per tanti, una povertà che morde le viscere di milioni di persone, privilegi che scandalizzano, corruzione e malaffare in ogni angolo del territorio nazionale, malavita organizzata che sembra ormai l’antistato, servizi pubblici alla deriva come quello sanitario, ma le folle in piazza a rivendicare diritti non ci sono e poche risultano le voci che si muovono anche sul piano politico e su quello della comunicazione.

Viceversa la nazionale italiana di calcio non si qualifica ai mondiali di Russia del 2018 e, dopo la seconda partita con la Svezia di lunedì 13 novembre, i social network e le prime pagine dei giornali si riempiono non di analisi sensate e razionali, ma solo di delusione per la mancata attesa di gare calcistiche che per tanti sono il più grande dei circenses di cui si accontentavano già gli antichi romani.

Se sul calcio si sa uscire dalla favola in cui molti vogliono ancora credere a tutti i costi, si capisce perfettamente che il mondo del pallone semplicemente non è più uno sport, ma un grande business organizzato in società che seguono perfettamente tutte le regole del più becero capitalismo.

La struttura della FGCI, le regole dei campionati professionistici, le modalità del mercato dei calciatori, dei tecnici e degli allenatori, gli ingaggi stratosferici di quanti operano in tale mondo dovrebbero dirci con chiarezza che nel calcio occorre davvero cambiare tutto e portare l’aria fresca dei sogni che da ragazzi si vivevano intorno ai campi sportivi in cui si praticava uno sport libero e non certo finalizzato all’arricchimento di pochi soggetti.

Tra l’altro gli stadi sono spesso luogo di violenza e di manifestazioni contrarie ai più elementari principi della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e della dignità della persona, ma, anche rispetto a tali aspetti inquietanti delle tifoserie, non si vede alcun provvedimento sensato in grado di costituire una deterrenza al riguardo.

È davvero difficile continuare a seguire un calcio che si è svilito nell’autenticità del gioco e si nutre solo di tatticismi funzionali alle classifiche nei campionati ed al guadagno sproporzionato di chi lo pratica.

La nazionale italiana di calcio vive una crisi di gioco da molti anni, mentre i tifosi sembrano accorgersi del disastro solo dopo le ultime partire con la Svezia.

Ma ci siamo accorti che con la fallita qualificazione ai mondiali si è parlato prevalentemente dei mancati introiti economici derivanti da essa?

I tifosi hanno capito che nulla si sta muovendo perché ognuno resta al suo posto nonostante quello che è successo o al più si dovrà procedere ad esoneri, in quanto non sono previste le dimissioni di alcuno?

Qualcuno ha mai messo in discussione le somme che girano intorno ai vertici della FGCI, della nazionale e delle società professionistiche?

Si potranno anche mettere le toppe della sostituzione dell’allenatore o di qualcun altro, ma questo non basterà a riportare il calcio alla sua funzione di sport piuttosto che di luogo di alienazione dalla vita di tutti i giorni nei quali spesso l’umanità sembra tornare verso il buio.

Se nel mondo l’egoismo la fa da padrone, se la violenza delle armi, delle guerre e del terrorismo si allarga ovunque, se un intero continente come l’Africa vive un esodo ormai senza confronti, se nessuno vuole o riesce a dare soluzioni adeguate, neppure provvisorie, al problema delle migrazioni di popoli, se in Libia la CNN scopre e testimonia un mercato palese e tollerato di schiavi, se rispetto alle povertà altrui si accetta che molti Stati europei si arrocchino in sacche di parafascismo, pensiamo francamente che, senza ignorare la fine di un sogno sportivo come la partecipazione dell’Italia a campionati mondiali di calcio del 2018, i sistemi d’informazione forse dovrebbero dedicare le loro prime pagine ad altro, ovverosia ai problemi fondamentali dell’esistenza che attanagliano continuamente la vita della collettività.

(Umberto Berardo)

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