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Trattati di libero scambio. la quiete prima della tempesta

Dei due trattati tanto discussi dopo la loro scoperta casuale, il Ttip e il Ceta, non se ne sente più parlare. Immediatamente dopo l’approvazione da parte dell’Unione europea del Ceta, il 5 febbraio di quest’anno, è calato il sipario. Tutto tace.


Non so dire se è “la quiete dopo la tempesta” di leopardiana memoria, visto che il Ceta è stato approvato ed è – anche se in attesa delle approvazioni definitive, che devono esprimere i parlamenti dei Paesi membri dell’Ue – in vigore. Oppure è la quiete che annuncia una tempesta ancora più forte, qual è – a mio parere – quella che porta alla definitiva approvazione del Ceta e, con essa, alla discussione di un identico trattato, il Ttip, con gli Stati Uniti d’America. Un trattato, per il momento, bloccato dal neo presidente Trump, che, nel rispetto delle sue dichiarazioni fatte durante la campagna elettorale, continua la sua battaglia contro i trattati e i globalismi. Uno dei suoi primi atti è stato quello di non riconoscere il TPP (Trans Pacific Partneriato), l’accordo sottoscritto dagli Stati Uniti con altri 11 Paesi che danno sull’Oceano Pacifico.
C’è chi, per questa posizione di Trump e altre ragioni, ritiene che il Ttip, riguardante la più grande area di libero scambio esistente con la metà del Pil mondiale e un terzo del commercio globale, è morto. Personalmente penso, vista la grande importanza di quest’accordo, che ogni decisione in merito è rinviata a dopo le elezioni in Germania, se la Merkel riuscirà vittoriosa andrà a rafforzare la vittoria di un Macron, convinto globalista in Francia.
Per ora vige la regola del silenzio. Un silenzio sospetto che deve preoccupare, sapendo che per le multinazionali – europee, americane o canadesi, non importa – niente è casuale quando si tratta di affari e di fatti eclatanti, come sono questi due accordi, che vedono protagonista l’Europa e, con essa, i due Paesi del Nord America.
Due trattati fortemente voluti da queste potenti società che, come si sa, sono tanta parte del sistema economico, che ha preso il sopravvento sulla politica e, dal 2008, oggetto di una crisi strutturale che i portabandiera del neoliberismo pensano di poter risolvere con i processi di una piena liberalizzazione dei mercati e, nel contempo, di una necessaria privatizzazione dei beni, in particolare del contenitore di essi, il territorio.
Vogliono avere, con il completamento del processo in atto, quello della piena liberalizzazione e privatizzazione, e, il superamento delle sovranità nazionali, la certezza di avere in mano il mondo. Sanno che non possono sbagliare. Parlano, non a caso, di dar vita a un governo globale, con quelli nazionali posti solo a realizzare sul posto le loro decisioni.
Come si sa si servono di lobby organizzatissime e ben preparate, e, non badano a spese quando c’è da far del male al Globo, al clima e, ancor più, al vasto mondo dei produttori, che per loro sono un fastidio, un ostacolo da eliminare, e, dei consumatori, visti solo come numeri, e come tale, non hanno né cervello né anima.
Un silenzio – ripeto – sospetto, che neanche la bella notizia, di pochi giorni fa, della sentenza della Corte europea di Giustizia, è riuscito a squarciare. E’la notizia, per chi ha detto “No Ceta, No Ttip”, della speranza di farcela a sconfiggere chi ha lavorato e lavora per l’approvazione definitiva di questi trattati, nel momento in cui la sentenza afferma che simili trattati devono passare obbligatoriamente per i parlamenti nazionali ed avere la loro ratifica per essere validi definitivamente.

Torna la sovranità nazionale che vogliono eliminare e fa paura.
Ecco il silenzio, elemento decisivo di questi trattati preparati da esperti che, in tutta segretezza, da anni stavano lavorando per la messa a punto dei testi da far sottoscrivere per la loro approvazione, ai diretti interessati, l’Unione europea, il Canada e gli Stati Uniti. Il silenzio che – viene facile da pensare – deve servire alle lobby per convincere, dopo aver convinto il Consiglio europeo, i governi e i parlamenti nazionali, sapendo bene che la questione è più complicata, visto che ci sono già stati pronunciamenti contrari da parte di alcuni governi nazionali e regionali.
Ecco quel lungo silenzio di anni è tornato — ripeto – subito dopo l’approvazione del Ceta, a rivivere come allora. Meno se ne parla e meglio è per non rischiare che vada a monte un’operazione fondamentale che ritma la marcia della liberalizzazione e della privatizzazione. Un’idea fissa delle multinazionali che continuano a pensare e a credere che la terra ha risorse e beni illimitati e, come tale, operare per appropriarsene e consumarle una volta messe sul mercato e con il solo scopo di accumulare più denaro possibile.
Follia che, ogni giorno di più, sta contaminando il mondo con la terra costretta a reagire e, da un po’ di tempo a questa parte, a vendicarsi con il clima impazzito (non a caso), il cibo e l’acqua inquinati, gli esodi di massa.
La possibilità di far esprimere i Parlamenti nazionali è una straordinaria opportunità da cogliere per squarciare il silenzio in atto e gridare con più forza “No Ceta, No Ttip”, soprattutto per salvare i nostri territori che sono la nostra identità e la sola risorsa che abbiamo per programmare il domani, il nostro domani e quello dei nostri figli.
Diciamo ancora No a chi vuole questi trattati e costringiamo partiti e movimenti ad esprimersi in questa campagna elettorale per capire con chi stanno, se con i nostri piccoli preziosi territori – origine di qualità del nostro cibo, fonti di paesaggi unici, espressioni di storia, cultura, tradizioni – o contro di essi a sostenere i voleri della finanza, delle multinazionali, della globalizzazione più spietata.

(Pasquale Di Lena – pasqualedilena.blogspot.it)

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