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Carabetta (M5S): “La politica deve individuare i punti di forza dell’innovazione e lì investire”

Anticipiamo l’intervista di Giampiero Castellotti all’onorevole Luca Carabetta (M5S), che sarà pubblicata sul prossimo numero della rivista mensile “Infoimpresa” (giugno 2018).

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Luca Carabetta, 26 anni, di Buttigliera Alta (Torino), è neoparlamentare con il Movimento Cinque Stelle, eletto nel suo Piemonte. Laureato in ingegneria energetica con lunga esperienza di programmatore, è stato imprenditore informatico e assistente parlamentare di Ivan Della Valle (M5S). In questo ruolo istituzionale ha collaborato alla stesura degli emendamenti sull’Investment Compact, la legge che ha introdotto la nuova categoria delle pmi innovative. Nel dettaglio, grazie al suo apporto la vita delle startup innovative è stata estesa da quattro a cinque anni; inoltre è stata consentita la costituzione di startup attraverso la firma digitale in alternativa al ricorso al notaio (norma che ha ovviamente suscitato le proteste dei notai); infine, un suo emendamento prevede l’apertura di un mega-portale con tutti i bandi per le startup.

Nel suo curriculum politico, la frequentazione – già a 18 anni – dei comitati locali No Tav, che si oppongono alla costruzione della linea ferroviaria Torino-Lione. Ha fornito loro consulenza informatica gratuita.

Onorevole Carabetta, una prima domanda d’obbligo: com’è stato l’impatto con la Camera dei deputati?

È un grande onore rappresentare il mio territorio e tutto il Paese alla Camera dei deputati. Ero abituato agli ambienti, data la mia precedente esperienza in veste di consulente proprio a Montecitorio. Devo però ammettere una certa differenza: entrare nell’aula in cui è stata scritta la storia d’Italia, specie la prima volta, fa un certo effetto.

Lei è un ingegnere esperto di tematiche legate all’innovazione. L’Internet of Things (IoT) rappresenta il primo passo verso la piena digitalizzazione della nostra società, soprattutto come da lei indicato, abbinato alle blockchain. Ritiene che il nostro Paese, con infrastrutture datate e poco capillari, sia pronto ad affrontare le sfide tecnologiche? Se no, quali considera le strade più praticabili per colmare il gap? Non c’è, infine, il rischio, specie per zone più arretrate, che il passaggio dai ritardi cronici a IoT e blockchain “a gamba tesa” lasci persa la cosiddetta “via di mezzo”?

L’Italia ha una serie di problemi strutturali in questo ambito: dalla scarsa interoperabilità dei servizi della pubblica amministrazione alla mancanza di adeguate infrastrutture, dal diritto incerto ad una giustizia spesso inefficiente. Questi e altri sono problemi che hanno fortemente limitato gli investimenti nel mercato – specie da parte di operatori esteri – e quindi la creazione di ecosistemi. Abbiamo il dovere di sanare anzitutto questi enormi gap e qui insiste la nostra proposta di modello di “Stato innovatore” e cioè di un Paese che possa garantire tutte le condizioni per far partire un reale e diffuso progresso tecnologico. Io non credo che si debba scegliere in maniera esclusiva tra il sanare il “vecchio” e investire nel “nuovo”. Sono, invece, convinto che si possa allo stesso tempo raggiungere i risultati prefissati sulla banda larga e creare condizioni favorevoli per le startup che ruotano attorno alla blockchain come migliorare il trasporto pubblico locale e stimolare la ricerca pubblica per sfondare le barriere dell’Internet of Things e fornire al mercato soluzioni sempre più piccole, efficienti ed economiche.

Che ne pensa del piano Calenda per Industria 4.0?

Il Piano Industria 4.0 contiene una serie di norme che il M5S stesso ebbe modo di presentare già a partire dal 2014 e costituisce un buon punto di partenza per l’introduzione di tecnologie innovative nel sistema produttivo Italiano. La domanda è se questo sia sufficiente. La mia risposta è “no” e il motivo lo si individua facilmente ascoltando gli imprenditori che non chiedono tanto incentivi quanto degli stimoli per mercati che sono fermi. La quarta rivoluzione industriale diventa reale solo attraverso azioni concrete portate avanti dall’azione sinergia di reti di impresa, startup, università e centri di ricerca, operatori del mercato dei capitali e pubblica amministrazione. La visione richiesta è più olistica rispetto a quella contenuta nel Piano del MiSE e sarà mia cura orientare i lavori parlamentari e governativi della XVIII legislatura secondo questi princìpi.

Un aspetto basilare per il futuro è la formazione. Giudica adeguata la formazione offerta per le attuali tecnologie ed i relativi enti formatori? PHP, Objective-C, Java, Framework, BootStrap, sono nomi sconosciuti a molti docenti: come pensa possiamo formare i nostri giovani per immetterli in un mercato del lavoro sempre più orientato verso questi linguaggi? Infine, è sufficiente offrire il “package” pronto all’uso alle scuole superiori per ricercare studenti e creare networking con le aziende o sarebbe piuttosto il caso di partire dalla formazione del personale formativo?

Non credo che modalità di insegnamento e offerte formative – ad ogni livello – oggi siano mediamente adeguate alle richieste del mercato. Mi sono quindi personalmente attivato in passato e, assieme ad altri professionisti, ho contribuito a fondare una startup innovativa a vocazione sociale: Start2Impact, che ha come obiettivo quello di formare gli studenti delle scuole superiori sulle nuove tecnologie, mostrando loro idee sul futuro del mondo del lavoro per poi selezionare le eccellenze tra i ragazzi e creare connessioni con le imprese. Il gap va colmato partendo da qui e cioè dalle scuole superiori. E’ proprio negli istituti tecnici che le nuove tecnologie tardano ad arrivare fatto salvo per rari casi di docenti illuminati che, sviando abilmente dall’offerta formativa standard, mostrano alle nuove leve ciò che realmente potrà essergli utile nel mondo del lavoro. Oltre alla formazione chiaramente è auspicabile un riavvicinamento ulteriore tra imprese, scuole e università; la base di tutto ciò però deve risiedere nell’incontro di una domanda di ragazzi dinamici, attivi e curiosi con un’offerta di un’esperienza formativa di alto livello presso le aziende.

Ritiene che le attività formative rivolte ai giovani svolte all’interno dei coworking e dei fablab sulle nuove tecnologie possano sopperire all’istruzione scolastica e alla formazione tradizionale? Un governo Cinquestelle sarebbe favorevole ad incentivare sostegni economici finalizzati alla formazione all’interno dei nuovi spazi di lavoro condiviso?

Già nella precedente legislatura il M5S ha presentato proposte su questo punto facendo riferimento agli spazi di proprietà del demanio oggi in disuso come ex scuole o ex caserme. Attraverso interventi di riqualificazione energetica e antisismica si potrebbero avere molti coworking diffusi in maniera capillare sul territorio che porterebbero inoltre come ulteriore vantaggio una ripopolazione dei centri cittadini. La visione di questa proposta sarebbe miope non considerasse il fatto che queste esperienze funzionano laddove assistite da un tessuto produttivo a contorno e da figure professionali in grado di guidare gli utenti attraverso percorsi che li portino da un’idea a un prodotto o a un’impresa. E’ chiaro che questa condizione non possa avvenire ovunque date le risorse limitate e concentrate nei principali poli produttivi e dunque la sostenibilità o meno di simili progetti va valutata di volta in volta da professionisti competenti.

Internet delle cose, blockchain, industria 4.0: un mondo più interconnesso, secondo lei, rappresenta un’opportunità maggiore o un rischio per la concezione tradizionale di democrazia? Inoltre potrebbero ripresentarsi le emorragie di dati e di informazioni, come è accaduto su un sistema solido come Facebook?

Andiamo certamente verso un mondo più interconnesso. Proiezioni di crescita esponenziale ci mostrano decine di miliardi di dispositivi interconnessi solo nei prossimi anni. Questo elemento diviene più traumatico se si pensa che da oggi al 2020 indicativamente produrremo più “smart objects” di quanti ne abbiamo prodotti in tutta la storia. Vedo grandi opportunità oggi per i nostri imprenditori, il mercato dell’IoT è ancora in fase di start-up e anche i big players faticano ad imporsi: c’è molto da fare. Chiaro è che le conseguenze non si possano trascurare. Più dispositivi interconnessi implicano più dati generati – il che porterebbe a servizi più mirati ed efficienti ma allo stesso tempo a problemi di privacy – come implicano una maggiore automazione e cioè da una parte risparmio di risorse energetiche ma dall’altra implicazioni pesanti sul mercato del lavoro. Cosa deve fare la politica? Riconoscere i punti di forza, promuovere e investire in quelle direzioni. Allo stesso tempo individuare le criticità operando attivamente per superarle ad esempio finanziando la ricerca sulla protezione dei dati o costituendo nuove forme di welfare in grado di sostenere il mondo 4.0

Il World economic forum sostiene che tra le competenze più richieste dal mercato del lavoro ci sia la creatività. Come ritiene sia possibile inserire tale materia all’interno della formazione tradizionale?

Da ingegnere sono stato formato secondo le cosiddette competenze “STEM” (Science Technology Engineering Mathematics). Oggi ciò che vedo è che figure come la mia risultano piuttosto aride quando non sviluppano “soft skills” o non hanno avuto modo di approfondire la cultura letteraria, politica, artistica o musicale. E infatti oggi non si parla più di “STEM” ma di “STEAM”, termine modificato inserendo quella “A” di “Art” che mancava per dare energia alle professionalità. In quanto Italiani siamo famosi all’estero sia per le nostre capacità ingegneristiche che per la creatività, abbiamo un grande vantaggio competitivo.

Sono sempre più diffusi i corsi di educazione all’imprenditorialità nelle scuole, anche a fronte della riduzione del “posto fisso”. Corsi di questo tipo andrebbero incentivati specie in ambito alternanza scuola-lavoro?

L’imprenditorialità è un bellissimo termine che spesso trae in inganno perché la si collega solo alle aziende. Essere imprenditore significa anzitutto esserlo di sé stessi: imparare a relazionarsi con le persone, a studiare mercati ed ecosistemi, a gestire le risorse e a definire un piano per un progetto, a studiare strategie per trasmettere i propri messaggi. Queste sono competenze che reputo fondamentali per ogni figura professionale che si affaccia sul mondo del lavoro. Bene che nelle scuole, sin dai gradi inferiori, si introducano corsi utili ad affrontare il futuro.

Secondo Brad Field, uno dei massimi esperti di startup, sono necessari almeno vent’anni per costruire un ecosistema startup dinamico e fervido. Come pensa che l’Italia posso coprire tale gap? Non sarebbe più utile valutare soluzioni alternative per attrarre capitali e startup?

L’attuale normativa sulle startup e sulle Pmi innovative costituisce una valida base di partenza ma lo Stato deve agire nei confronti di tutto l’ecosistema attraverso provvedimenti che coinvolgano: scuole, università e ricerca, mercato dei capitali, reti di impresa e pubblica amministrazione. Per arrivare a tanto occorre anzitutto disporre di una “macchina” in grado di funzionare. Mi riferisco ai ministeri, troppo disgregati al loro interno e troppo poco spesso sinergici nel portare avanti iniziative così complesse. Si parta da qui e si coinvolgano attivamente i principali attori dell’ecosistema che hanno ben chiari i problemi e che sino ad oggi hanno saputo suggerire valide soluzioni, alcune di tra queste da subito implementabili ed estremamente attrattive come ad esempio una ristrutturazione digitale capillare dei servizi della pubblica amministrazione, l’azione pubblica esercitata attraverso un fondo dei fondi o la destinazione di quote del risparmio gestito verso settori strategici per il Paese.

Molti ecosistemi esistenti (Silicon Valley, Tel Aviv, Londra) sono vincenti grazie allo stretto rapporto tra imprese e atenei. Come costruire un ecosistema competitivo nel nostro Paese soggetto alle baronie universitarie?

L’auspicio è che le università in quanto enti indipendenti siano in grado di autoregolarsi di modo che il merito sia sempre vincente rispetto ad altre qualità che di certo non rendono gli istituti competitivi. Credo che sia invece tra i compiti di uno “Stato Innovatore” quello di finanziare la ricerca di base a servizio del tessuto produttivo e quindi quello di stimolare un’azione sinergia dei due mondi.

Una domanda molto tecnica, ma anche politica: secondo lei chi si nasconde dietro Satoshi Nakamoto, lo pseudonimo dell’inventore della criptovaluta Bitcoin?

Come tutte le grandi invenzioni, anche la blockchain ha avuto dei suoi precursori, persone ben distinte e conosciute dalla comunità più attenta. Personalmente tendo a credere che fosse uno tra questi pionieri. In ogni caso parliamo di un’entità estremamente visionaria che ha dato vita a una vera e propria rivoluzione di cui oggi abbiamo solo un piccolo assaggio.

Eccesso di burocrazia, ritardi nelle infrastrutture, presenza della criminalità organizzata. mercato frammentato: che peso rivestono questi fattori nell’incapacità di attrarre capitale internazionali da parte del nostro Paese?

Che gli investitori siano spaventati dai problemi strutturali del nostro Paese è evidente. Il divario che emerge dall’analisi del mercato dei venture capital è imbarazzante e ci dà dati sconcertanti: 133 milioni di euro in Italia contro 7.5 miliardi nel Regno Unito. Servono messaggi forti e soluzioni “disruptive” e deve essere proprio la politica a farsi carico di questo onere, rilanciando agli occhi del mondo dei piani ambiziosi. Non guardiamo solo i nostri mali, abbiamo delle risorse straordinarie: menti eccelse dall’ingegneria all’arte, turismo ed enogastronomia dal potenziale illimitato, un tessuto di aziende manifatturiere e dell’artigianato fatto di storie decennali e primati di mercato. Forse sarebbe ora di valorizzare tutto ciò.

L’attualità politica: non crede che il M5S, prestandosi ad una qualsiasi alleanza, rischi di perdere parte del suo elettorato?

La situazione politica attuale ha una genesi chiara: la legge elettorale. Essendo tornati a un sistema pressoché proporzionale, anche con risultati importanti, raggiungere la maggioranza dei seggi è diventata una sfida molto dura. Questo ci impone di provare a dare un governo a questo Paese e che sia fatto non per tirare a campare. Abbiamo proposto un metodo alle altre forze politiche: partire da un chiaro e dettagliato accordo di programma per gettare le basi di un esecutivo solido e duraturo.

Ultima domanda legata all’attualità: non crede che la schiacciante vittoria di Orbàn alle elezioni legislative in Ungheria premi un originale ibrido di difesa della sovranità e apertura ai mercati stranieri, che comunque ha portato il Paese magiaro a vantare un Pil superiore al 4 per cento? Crede sia applicabile questa ricetta in Italia?

Credo che le economie dei due Paesi siano strutturalmente differenti (debito, Pil, Pil potenziale, caratteristiche del tessuto produttivo, strutture finanziarie, costo del lavoro…) e che sicuramente Orban abbia raggiunto dei risultati di politica interna validi dal punto di vista dei suoi cittadini dato l’esito delle elezioni. Non mi sento di mettere quindi sullo stesso piano Italia e Ungheria. In Europa non è questo inoltre un trend, anzi, altri Paesi con ricette diverse hanno raggiunto stabilità e successi economici, basti pensare a Macron, Merkel e persino May.

(Giampiero Castellotti)

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