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Italia, il problema è anche demografico

Nel 2050 la popolazione italiana non raggiungerà i 59 milioni di unità, perdendo rispetto alla situazione attuale il 3 per cento degli abitanti. Ma il problema reale per la sostenibilità economica del Paese è che a diminuire sarà la popolazione dai 15 ai 64 anni (che subirà una contrazione di sette milioni), mentre la popolazione con almeno 65 anni aumenterà di ben sei milioni di unità.

E’ un dato preoccupante e molto attuale, specie nel periodo in cui si vorrebbe mettere mano alla riforma Fornero, quello che emerge dal Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione della Fondazione Moressa, pubblicato con il contributo della Cgia di Mestre e con il patrocinio di Oim e Maeci.

Nel 2050 la popolazione anziana in Italia crescerà del 47 per cento rispetto ad oggi, ponendo un enorme problema con la maggiore richiesta di welfare. A soddisfarlo dovrebbe essere la popolazione in età lavorativa (15-64enni), ma che sarà inferiore del 18 per cento rispetto ad oggi.

In questo contesto si inserisce la crescita degli ultimi anni della popolazione immigrata che ha in parte rallentato l’invecchiamento della popolazione: i cinque milioni di stranieri regolari contribuiscono ad aumentare il numero degli occupati, a produrre quasi il 9 per cento del Pil e ad immettere nelle casse previdenziali 11,9 miliardi di euro.

Il dato emblematico della condizione sociale del nostro Paese è che il numero dei pensionati sarà equivalente a quello degli occupati. Occorre poi tener conto del numero crescente di italiani che stanno lasciando il Paese; dal 2011 al 2017 il saldo migratorio è negativo e pari a meno 391 mila individui. Si tratta nella maggior parte di potenziali lavoratori che esportiamo all’estero; giovani ed istruiti. Nello stesso periodo nel nostro Paese la popolazione straniera è cresciuta di 1,1 milioni senza contare le oltre 800 mila naturalizzazioni. Rispetto agli italiani gli stranieri sono più giovani ed il loro saldo naturale è positivo, per questo incidono sulla spesa pubblica solo con il 2,1 per cento.

La presenza dei cittadini stranieri non ha modificato soltanto l’aspetto demografico, ma anche quello economico. Nel 2011 gli occupati stranieri erano pari al 9 per cento, nel 2017 hanno raggiunto quota 10,5 per cento. Questi 2,4 milioni di occupati producono un valore aggiunto pari a 131 miliardi (8,7 per cento del valore aggiunto nazionale). Si tratta prevalentemente di occupazione “complementare”: la maggior parte degli occupati stranieri svolge lavori poco qualificati (e quindi faticosi e poco retribuiti), mentre gli occupati italiani si collocano nelle professioni più qualificate. Non è da sottovalutare nemmeno l’apporto degli imprenditori stranieri che rappresentano il 9,2 per cento del totale imprenditori, dato in crescita negli ultimi cinque anni del 16,3 per cento in controtendenza con la diminuzione degli italiani (meno 6,4 per cento).

Importante anche l’impatto fiscale. I lavoratori stranieri dichiarano 27,2 miliardi di euro (stima) e versano 3,3 miliardi di euro di Irpef. Inoltre il loro contributo previdenziale è pari a 11,9 miliardi di euro che aiuta a finanziare il nostro sistema di protezione sociale. Redditi ed imposte sono inferiori alla media italiana in quanto provengono da lavori poco qualificati. Un aumento della mobilità sociale degli stranieri inciderebbe in modo positivo sull’impatto fiscale italiano.

Le previsioni demografiche non sono comunque positive per tutta l’Europa. Ma l’Italia la tendenza all’invecchiamento è più accentuata: la fascia più anziana peserà sempre di più e l’immigrazione tamponerà solo in parte l’invecchiamento della popolazione. Questo comporterà, appunto, un aumento del welfare legato alla popolazione più anziana difficile da supportare. Rilanciare la natalità e riuscire a sostenere la popolazione che invecchia sarà una delle sfide che l’Italia con altri Paesi europei dovrà affrontare nei prossimi anni.

(Giampiero Castellotti)

 

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