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Il Reddito d’inclusione: un ruolo per i patronati

Reddito-di-inclusioneCon il Reddito d’inclusione (Rei) avremo anche in Italia una forma di reddito minimo. E’ una richiesta che da lungo tempo veniva dall’Unione europea: sin dal 1992 (la Ue si chiamava ancora Cee), con la Raccomandazione 441/92 aveva sottolineato “di riconoscere, nell’ambito d’un dispositivo globale e coerente di lotta all’emarginazione sociale, il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana e di adeguare di conseguenza, se e per quanto occorra, i propri sistemi di protezione sociale ai principi e agli orientamenti esposti in appresso”.

In effetti, l’assenza di un reddito minimo era fonte da lungo tempo di perplessità e di imbarazzo, considerando che si tratta di una misura considerata di assoluta normalità in tutti i principali Paesi europei. Per capire l’importanza, in effetti storica, della novità, e anche perché comunque una parte del mondo politico e della società potrebbe comunque contestare quella che pure sembra una misura assolutamente indispensabile.

Un reddito minimo non è un sussidio di disoccupazione: misure di tutela della disoccupazione le abbiamo sempre avute, ma si tratta di misure, appunto, rivolte a difendere coloro che un lavoro l’avevano e l’hanno perso, i disoccupati propriamente detti. Tradizionalmente, si trattava, e si tratta, della cosiddetta “disoccupazione agricola”, rivolta ai braccianti e agli altri lavoratori agricoli, dell’indennità di mobilità (per certe categorie), e di disoccupazione (oggi Naspi, Nuova assicurazione sociale per l’impiego), senza dimenticare la Cassa Integrazione Guadagni, che mantiene anche il legame tra il lavoratore e la sua azienda. Questi sistemi sono basati sul principio dell’assicurazione sociale, ed esattamente come per un’assicurazione privata, sussistono perché i lavoratori che, per loro sfortuna, vi hanno accesso hanno contribuito a finanziarli con i loro versamenti contributivi. Soltanto nel caso della Cassa Integrazione Straordinaria, sinora, lo Stato metteva delle risorse aggiuntive. E’ evidente quindi la differenza tra i diversi sistemi “tradizionali” di sostegno alla disoccupazione dei lavoratori, e un reddito minimo vero e proprio, com’è il Rei, che si rivolge a tutti i cittadini, anche se non avessero mai versato un euro di contributi.

Un reddito minimo non è un reddito universale. Il reddito universale, o “di base”, è un reddito offerto a tutti i cittadini; questa, sinora, è in tutto il mondo soltanto un’ipotesi teorica, pur portata avanti nel tempo da diversi, e anche molto autorevoli economisti. Un modo con cui il reddito di base si potrebbe realizzare è attraverso una “tassa sul reddito negativa”, qualora un contribuente sotto la soglia della povertà non solo non paghi tasse sul reddito (come già oggi è in Italia per chi guadagna meno di 8mila euro l’anno, la cosiddetta “no tax area”), ma riceva dal fisco un assegno. Si tratta, ripetiamo, di ipotesi teoriche , ma che forse saranno sempre più discusse in futuro, specialmente se la diffusione della robotica ridurrà i posti di lavoro, specialmente quelli dei lavoratori meno qualificati, quindi di più difficile ricollocazione. Com’è noto, nel dibattito politico italiano è da qualche tempo aperta una discussione sul “reddito di cittadinanza”: quest’espressione è sicura meno precisa di quelle, molto più tecniche, di “reddito di base” (universal o basic income nella letteratura internazionale) e di “reddito minimo” (minimum income) e ha portato e porta a diversi equivoci: Il “reddito di cittadinanza” dovrebbe essere rivolto a tutti i cittadini, cioè diventare un diritto universale, oppure dovrebbe essere sottoposto a determinate condizioni ? In pratica, anche il disegno di legge del Movimento 5 Stelle (Ddl 1148, in questa legislatura), che è oggi il partito politico italiano che parla di più di un “reddito di cittadinanza”, descrive in effetti non un reddito universale, ma un reddito minimo: è infatti “per tutti i soggetti residenti nel territorio nazionale che hanno un reddito inferiore alla soglia di rischio di povertà”, come recita all’articolo 2, ed è inoltre, anche quello pentastellato, un reddito minimo “condizionato”, perché il beneficiario deve mettersi a disposizione per attività sociali e di accompagnamento al lavoro. La proposta grillina era più “generosa” rispetto a quella del governo, perché prevedeva, come soglia di accesso, un reddito fino a 780 euro mensili, con l’intervento pubblico a coprire in tutto o in parte la parte mancante, ciò che comporterebbe costi che il governo giudica insostenibili.

Prima di descrivere come funziona il Rei, vediamo anche la situazione nei principali Paesi europei . In Francia dal 2016 si chiama Revenu de solidarité active (RSA), ed è di 545 euro per una persona sola e senza figli. Nel Regno Unito, vi è un complesso sistema che prevede trattamenti diversi in casi diversi (per esempio con sostegni specifici per l’affitto, per le persone anziane, e altre forme di aiuto personalizzate): comunque il JSA vero e proprio, cioè il sostegno per chi cerca lavoro, è di circa 60-70 sterline alla settimana. Anche in Germania vi è un sistema complesso, con sostegni differenziati per l’affitto e il riscaldamento, comunque l’”Arbeitlosengeld 2” è di circa 400 euro al mese. Maggiori sono, tradizionalmente, i versamenti nei Paesi scandinavi, anche superiori alla soglia di mille euro, e poi in aumento ancora in caso di figli e altre condizioni particolari. Per ché l’Italia ha avuto un così consistente ritardo nel darsi un sistema simile ? Non c’è una risposta sola, o meglio ce ne sono molte: forse una certa tradizione italiana, per cui da noi si è sempre contato molto sulla solidarietà familiare, preferendo pensare non al singolo in difficoltà ma al capofamiglia, in una visione della società dove, alla fine, pareva meglio, per sindacati e forze politiche, concentrarsi sulla difesa dei salari, e poi le famiglie avrebbero pensato a come ripartire la ricchezza. Certo, sono oggi più di un tempo le persone sole, ma non necessariamente anziani: le famiglie italiane, potremmo dire con una battuta, non sono più quelle di una volta. Si è anche pensato a lungo che l’obiettivo generale dovesse essere la piena occupazione, e quindi ogni risorsa dovesse essere destinata a incrementare l’occupazione e la produttività, considerando, in fondo, il reddito minimo una semplice, e troppo facile, elemosina di Stato. Sicuramente oggi i cambiamenti, anche demografici, della società impongono un reddito minimo: sono troppi i genitori soli, gli adulti senza lavoro e senza parenti.

Il Rei italiano, così come previsto dal governo Gentiloni, inizierà a gennaio 2018, e sarà destinato alle famiglie con un Isee inferiore a 6mila euro. La cifra di base per un singolo dovrebbe essere di poco inferiore ai 200 euro mensili, fino a quasi 500 per una famiglia di cinque o più componenti (485 euro, cioè l’importo della pensione sociale già esistente per gli over 65 sarà il tetto massimo). Si tratterà di un reddito condizionato, perché il ricevente dovrà seguire programmi di inserimento lavorativo. Inoltre, il Rei dovrà essere richiesto con apposita domanda, e sarà corrisposto con una sorta di carta di spesa, che soltanto per metà del suo credito potrà essere però essere usato in contanti, l’altra metà soltanto nei negozi convenzionati. La prima osservazione è che per la prima volta nel nostro Paese tutti i poveri, almeno in teoria, possono contare su un aiuto pubblico: si determina quindi il reddito minimo come un vero e proprio diritto, secondo l’esempio dominante in Europa, e non come una concessione per categorie. Veniamo alle possibili critiche: la prima, e più banale ma non sciocca, è che per riceverlo occorre presentare domanda: proprio i più poveri ed emarginati, quindi, potrebbero non farne richiesta, perché analfabeti, disinformati, scoraggiati. Qui c’è un compito molto delicato per i servizi sociali e i patronati, che dovranno informare e indirizzare le persone deboli, che non riuscirebbero da sole a compiere neppure l’apparentemente semplice compito di chiedere questo diritto. Anche l’impiego di una carta prepagata potrebbe creare qualche difficoltà, e il vincolo sulla metà dei contanti potrebbe risultare paternalistico, e rendere complicato, nei piccoli centri, trovare negozi convenzionati in numero adeguato. Naturalmente, la discussione più delicata è intorno al “quanto”: non c’è dubbio che il Rei, così com’è ora, è piuttosto basso, e coprirà un numero di persone più ridotto che in altri Paesi europei. Dopo 18 mesi poi dovrà cessare, e potrà ripartire solo dopo altri sei mesi: non è chiaro se questa misura, precauzionale per spingere i beneficiari a trovarsi un lavoro, non possa però anche risultare punitiva. Il governo lo sa, e il decreto prevede i meccanismi per un adeguamento e un’estensione lungo il tempo, man mano che si troveranno nuove risorse, che incrementino i “soli” due miliardi di euro oggi disponibili. Per avere un parametro, l’Alleanza contro la povertà, un cartello di associazioni, sindacati ed enti locali, considera necessario arrivare a raggiungere 4,6 milioni di persone: al momento, ragionevolmente, il Rei raggiungerà in una prima fase circa 600mila famiglie, forse un milione e mezzo di persone, tra cui, si calcola, mezzo milione di bambini in povertà assoluta. In ogni caso, un importante passo avanti.

(Luca Cefisi)

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