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Split payment addio: cosa cambia per i professionisti

SPLIT PAYMENT

Split payment addio per i professionisti. Questo per favorire il recupero dei crediti Iva che il meccanismo della scissione contabile produce in favore delle imprese che hanno rapporti con la Pubblica amministrazione. Non solo strette in materia di contratti lavorativi, con il Decreto dignità, varato ieri dal Consiglio dei ministri (di cui vi abbiamo parlato in queste pagine), arrivano importanti modifiche anche dal punto di vista fiscale.

Tra queste, appunto, l’abolizione del meccanismo della scissione dei pagamenti «per le prestazioni di servizi rese alle pubbliche amministrazioni dai professionisti i cui compensi sono assoggettati a ritenute alla fonte a titolo di imposta o a titolo di acconto», si legge nel comunicato di Palazzo Chigi.

STOP SPLIT PAYMENT

Con il blocco dello split payment, della scissione dei pagamenti per i liberi professionisti, il governo intende porre fine ad un meccanismo che, specie negli ultimi anni, di crisi ha causato una notevole perdita di liquidità per i lavoratori autonomi che fatturano alle pubbliche amministrazioni.

In particolare, per i professionisti che si sono visti tagliare l’incasso dell’Iva, lo split payment ha determinato nell’ultimo anno un crollo dei flussi di cassa. Soprattutto per coloro che lavorano prevalentemente con la Pa, mentre non ha comportato un notevole incremento delle entrate per lo Stato.

SPLIT PAYMENT COS’È E COME FUNZIONA

Come detto sopra, con lo split payment vengono scissi i pagamenti da parte della Pubblica amministrazione, la quale acquistando beni o servizi va a versare direttamente all’erario l’imposta sul valore aggiunto addebitata in fattura. In questo modo i fornitori, che non hanno più un pagamento diretto, ricevono quindi il compenso della propria prestazione al netto dell’Iva. Detta in soldoni, le fatture di beni o servizi, oltre a contenere tutte le indicazioni previste dalla legge, devono comprendere anche un’apposita dicitura: “Scissione dei pagamenti ovvero split payment ai sensi dell’art. 17-ter del D.P.R. n. 633/1972”. Se tale dicitura dovesse mancare, allora può scattare una sanzione amministrativa che va dai mille agli 8mila euro. Le problematiche nascono dal fatto che nonostante sia la Pa a farsi carico del versamento dell’Iva all’erario, poi, la qualifica di debitore dell’imposta in relazione al bene o servizio prestato resta in capo al fornitore. Ciò comporta l’obbligo, per quest’ultimo, di registrare le fatture nel registro Iva delle parcelle emesse.

STORIA

Questo provvedimento è stato introdotto nel 2014 con la legge 190, inserito nella Legge di Bilancio del 2015 e, successivamente, modificato dalla manovra del governo Gentiloni. La misura era stata pensata per limitare le frodi in ambito Iva e l’evasione fiscale.

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