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Libri, il mistero del calabrese Castiglia, sconosciuto “Che” del Brasile

“Nella vita bisogna fare una scelta. Lo so che questo non è il mio paese, ma c’è la libertà da difendere e se nessuno ci prova le cose non cambieranno mai”. Libero Giancarlo Castiglia, calabrese di San Lucido, piccolo paese della costa tirrenica cosentina, emigrò in Brasile giovanissimo a metà degli anni Cinquanta. Lì studiò e prese il diploma, quindi diventò tornitore meccanico.

Dopo un’esperienza come metalmeccanico a Rio De Janeiro, si avvicinò al partito comunista e cominciò a collaborare con la redazione del giornale “A Classe Operaria”. Una scelta controcorrente in quanto erano gli anni della dittatura militare che nel 1964 aveva deposto con la forza il governo del trabalhista João Goulart: il nuovo governo proibì gli scioperi e nel 1965 mise fuori legge le forze politiche avversarie. Castiglia sarebbe potuto tornare in Italia, ma decise di lottare.

La madre, Elena, tentò con tutte le sue forze di dissuadere il figlio dall’impegno politico, invitandolo a prendere la strada dell’Italia, la scelta più comoda e tranquilla. “Non abbiamo terre da difendere, ma popoli e un’idea di libertà: qualcuno deve provarci”, fu la lapidaria risposta di Libero.

Dopo una fase di addestramento in Cina, il suo nome venne cambiato in Johao Bispo Ferreira, conosciuto come “Joca”. Si mise al comando di un distaccamento della guerriglia rurale in Amazzonia: sbarcato qui nel 1967 con il capo del partito comunista brasiliano, Mauricio Gabrois, comincò a lottare per alleviare i popoli indio dalla miseria e dallo sfruttamento. Il gruppo era composto da 69 persone, per lo più giovani, in prima fila studenti, operai, medici e sportivi, tra cui campioni di calcio e di boxe. Contro di loro erano schierati migliaia di soldati dell’esercito brasiliano.

Dopo anni di epiche battaglie, “Joca” e i suoi vennero sconfitti fra il 1973 e il 1974, e sparirono nel nulla a causa di un imponente rastrellamento. Come in altri territori dell’America latina, di questi giovani oppositori non si seppe più nulla.

Finché all’inizio del nuovo millennio, in una fossa comune vicino al fiume Araguaia, venne ritrovato uno scheletro con le mani mozzate. C’è chi ritiene che quei resti possano appartenere al giovane calabrese.

Questa storia, sconosciuta ai più e che ricorda l’epopea di Che Guevara, è stata oggetto di ricerca da parte del giornalista Alfredo Sprovieri, calabrese di San Pietro in Guarano, provincia di Cosenza, classe 1982. Ha indagato per oltre quattro anni, raccogliendo preziosi materiali. Tutto è diventato un libro, “Joca, il ‘Che’ dimenticato”, introdotto da Goffredo Fofi.

Nel volume si raccontano le città e le foreste in cui il Plan Condor inghiottì la meglio gioventù sudamericana. Le due parti del saggio sono precedute e seguite da due brevi incursioni di inchiesta vera e propria che ci riportano al tempo presente e rivelano inediti retroscena sulla vicenda.

(Gia.Cas)

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