lunedì , Maggio 20 2019
Home / Opinioni / Sulla recessione la politica è ferma

Sulla recessione la politica è ferma

L’Italia nel secondo dopoguerra ha realizzato un vero miracolo economico trasformandosi da Paese agricolo a uno industriale e realizzando un progresso inferiore solo al Giappone.
Avevamo un costo del lavoro basso e una moneta da poter svalutare all’occorrenza per migliorare la nostra bilancia commerciale.
Dopo circa un quindicennio gran parte dell’industria decise di orientarsi verso prodotti a media e bassa qualità non riuscendo tuttavia in tal modo a tenere il passo di una richiesta globalizzata verso manufatti tecnologicamente sempre più avanzati.
Oltretutto per decenni il colossale debito pubblico accumulato, lo spostamento del risparmio privato verso la rendita dei prodotti finanziari piuttosto che nei miglioramenti produttivi e la mancanza di fondi adeguati nelle leggi di stabilità per gli investimenti pubblici nelle infrastrutture hanno peggiorato la condizione strutturale delle nostre industrie.
Il cambio sfavorevole tra lira ed euro e la crisi economica del 2008 hanno visto contrarre
fortemente la produzione e di conseguenza l’occupazione lavorativa, diminuire i tassi d’interesse, aumentare la povertà e limitare molto la domanda interna di prodotti industriali.
Avendo dato poi poco spazio all’economia della conoscenza, giacché non siamo stati in grado di stimolare la ricerca scientifica e tecnologica, ci siamo ritrovati in molti settori fuori dal mercato globalizzato in quanto superati nei prodotti di bassa qualità da Paesi asiatici con ridotti costi di manodopera e in quelli di eccellenza da Stati in cui la ricerca ha fatto passi da gigante.
Da anni l’Italia, soprattutto nel settore automobilistico, in quello delle telecomunicazioni e degli elettrodomestici, vive una situazione di arretramento qualitativo nella produzione e spesso in altri è addirittura ancora assente come nella costruzione di auto ibride o elettriche.
Da noi stenta a partire anche quell’economia circolare, già affermatasi altrove, che prevede il riciclo intelligente e funzionale di materiali già utilizzati in taluni prodotti poi finiti in disuso.
Non essendo stati capaci di metter mano a tali difetti strutturali, non solo non abbiamo mai avuto una vera espansione economica, ma, secondo i dati Istat, dopo gli ultimi due trimestri negativi per il P.I.L. nel 2018, rispettivamente con lo 0,1 e lo 0,2%, siamo entrati in quella che si chiama recessione tecnica.
Secondo l’attuale governo si tratterebbe di una situazione congiunturale dovuta soprattutto alla guerra sui dazi e destinata a esaurirsi nel primo semestre di quest’anno, mentre lo stato tendenziale della nostra economia dovrebbe vedere un netto miglioramento nella seconda metà dell’anno.
In realtà, mentre il governo prevede per il corrente anno un aumento del P.I.L. di circa l’1% , società come Prometeia lo fissano tra 0 e 0,5%.
Per accertare se si tratta di una recessione conclamata e non momentanea occorre tenere l’attenzione su indicatori più adeguati quali l’andamento del livello di occupazione, il patrimonio delle imprese, il reddito delle famiglie, i consumi interni, le esportazioni e l’andamento demografico.
Noi ci auguriamo che tali dati siano sotto controllo, ma sia nella Legge di Stabilità che nei decreti attuativi di taluni suoi punti non vediamo provvedimenti in grado di far ripartire l’economia e orientarla verso un processo di espansione innovativa.
Come accennavamo sopra e come ha precisato Gianni Trovati di recente su Il Sole 24 Ore, gli investimenti delle imprese in beni strumentali scenderanno quest’anno dello 0,3% , il prossimo dell’1,2% e nel 2021 risaliranno appena dello 0,5% mentre i fondi pubblici per infrastrutture sono scesi in dieci anni dal 3% all’1,9% del P.I.L.
L’attuale governo ha messo una quantità notevole di risorse in politiche di assistenza
dimenticando che per ridistribuire giustamente ricchezza occorre anzitutto produrla e che per questo, se non si vuole continuare a gonfiare il debito pubblico, è necessario migliorare il P.I.L. con investimenti infrastrutturali e con agevolazioni alle imprese capaci di migliorare la produzione sul piano quantitativo ma soprattutto qualitativo.
Oltretutto Bankitalia prevede che il reddito di cittadinanza, ove andasse in porto nelle misure previste dal governo, non riuscirebbe a migliorare i consumi interni se non dello 0,3% del P.I.L.
Le conseguenze più gravi di tale situazione si vivono in particolar modo nel Mezzogiorno dove la disoccupazione, soprattutto giovanile, tocca percentuali in alcune regioni superiori al 40%.
Rispetto alle fallimentari soluzioni neoliberiste fin qui tenute da tutti i governi che si sono
succeduti negli ultimi decenni il sindacato ha necessità di studiare e suggerire un nuovo modello di sviluppo in grado di promuovere lavoro, equità, integrazione, condivisione e dignità di vita per tutti.
Non sarà facile con un governo che sembra rifiutare il ruolo d’intermediazione delle forze sindacali, ma queste, se vogliono avere spiragli di una reale e rinnovata funzione per la collettività, devono sforzarsi di tornare a rendere sempre più allargata e popolare la lotta per i diritti civili e sociali.
La politica poi, se non vuole rimanere ferma e intende condurre il Paese fuori dalla recessione, ha necessità di prendere provvedimenti capaci di far ripartire l’economia agganciandola alla sia pur flebile espansione europea.
Per questo occorre investire anzitutto nel miglioramento del sistema scolastico in generale e soprattutto dell’università per dare impulso alla ricerca scientifica.
È essenziale poi detassare le aziende che investono nel miglioramento dei beni strumentali e nell’innovazione tecnologica e scientifica per la nascita di un’industria creativa al passo con i tempi.
Occorre ancora rifuggire da un’agricoltura e una zootecnia industrializzate per legarle piuttosto a prodotti genuini di eccellenza rispettosi della natura e della salute dei consumatori.
Dopo tali provvedimenti non dovrebbe mancare infine un’adeguata promozione dei prodotti made in Italy, sia sul territorio nazionale che su quello internazionale, con intese commerciali utili e oculate, ma non certo precipitose come alcune già esistenti o che si stanno per sottoscrivere.
A noi sembra che al momento manchi una pianificazione del genere e che occorra lavorare seriamente per porla in essere in maniera da migliorare l’immagine della nostra produzione economica del nostro Paese.

 
(Umberto Berardo)

Check Also

La ridefinizione di un’identità della politica

Già nel 1960 il sociologo americano Daniel Bell aveva segnalato che le teorie economiche, politiche …