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Cosa diranno le elezioni europee

Domenico MamoneLe prossime elezioni europee potrebbero generare uno sconvolgimento di imprevedibili proporzioni per i radicati assetti del vecchio continente. Sono soprattutto i partiti di destra, i più favoriti nei sondaggi – se non per la vittoria finale, perlomeno per i trend di crescita – a riporre grandi speranze nel risultato. Mirano a diventare la seconda famiglia politica dell’Unione. Un esito che sarebbe clamoroso, soprattutto per la capacità di influenzare i nuovi assetti comunitari.

Del resto la destra “muscolare”, che polarizza adepti sempre più oltranzisti, sta affilando le armi da molto tempo. Ne sappiamo qualcosa proprio nel nostro Paese. I “sovranisti” di ogni latitudine – definizione omnicomprensiva – puntano all’appuntamento del prossimo 26 maggio sia per amplificare la propria visibilità transnazionale sia per poter attuare nuove strategie – con differenti rapporti di forza – a Bruxelles e a Strasburgo nel prossimo quinquennio.

Ciò potrebbe avvenire non solo grazie all’incremento ormai costante dei consensi in molti Paesi europei e alla conquista di diversi governi, ma principalmente per merito di un’organizzazione e di una capacità di comunicazione – basata anche sulla semplificazione – raramente riscontrabile in altre aree politiche.

A sostegno di questa “onda nera”, contigua e a tratti sovrapponibile all’altro fenomeno in crescita progressiva nel vecchio continente, cioè all’internazionale populista, c’è la concomitanza di diversi fenomeni – la recessione economica, il lassismo (e le connivenze) verso l’immigrazione, lo svilimento delle identità nazionale, la desacralizzazione delle società – per le cui responsabilità il richiamo più funzionale è al “vecchio” establishment incarnato dalle forze moderate, accusate di connivenze con i poteri sovranazionali e di sostenere una globalizzazione vista da crescenti fasce di popolazione come causa di omologazione e un po’ di tutti i mali.

A ciò si somma lo sdoganamento dei radicalismi di destra, causa una debolezza irreversibile e un’irresolutezza delle democrazie occidentali. Ideologie e pratiche vicine ad una matrice neofascista non fanno più paura ad una parte crescente di elettorato; anzi, vengono persino auspicate come modelli alternativi per governare processi sfuggiti di mano alle forze moderate di governo, che mostrano tutte le difficoltà – principalmente nell’individuare una strategia efficace – per cercare di arginare le destre più estreme: il problema è che la loro credibilità è ai minimi termini e il richiamo a valori ideologici percepiti ormai come lontani da crescenti strati di popolazione rischia addirittura di accrescerne ulteriormente i consensi in epoca di spinto pragmatismo e di decomposizione culturale.

E’ proprio il fronte europeista – popolari e socialisti – a soffrire la prova elettorale. Se sulla carta continuerà ad avere i numeri per prolungare la gestione mai venuta meno dell’Unione europea sin dalla sua nascita, casomai con il supporto dei liberali, tuttavia dovrà arroccarsi per fronteggiare euroscettici e xenofobi in crescita, capeggiati probabilmente proprio dal nostro Matteo Salvini, ma anche una sinistra antagonista dalle tinte più verdi. Dunque non è esclusa l’ennesima coalizione “centrista”, vaticinata in modo informale da Merkel e Macron.

Ma occorre ricordare che all’interno dei popolari europei ci sono forze (crescenti) spostate decisamente a destra come Fidesz, il partito dell’ungherese Viktor Orbàn, formazione che potrebbe diventare la seconda forza dentro al Ppe dopo la Cdu della Merkel, o gli austriaci di Sebastian Kurz.

Insomma, la geografia dell’Europarlamento è destinata a cambiare notevolmente.

In termini pratici, il numero dei seggi passerà da 751 a 705 (causa Brexit) e la maggioranza per governare l’aula scenderà a quota 353. Popolari, socialisti e liberali, pur non raggiungendo singolarmente la maggioranza assoluta, potrebbero dar vita ad un sodalizio da circa 400 seggi, secondo gli ultimi sondaggi. I popolari potrebbero averne 180 (dai 221 del 2014), i socialisti circa 120 (dai 191) e i liberali, in crescita, un centinaio (dai 65 attuali).

La vera novità – dalla consistenza imprevedibile – sarà rappresentata dalla destra. Certo, una crescita generalizzata dei partiti sovranisti non corrisponde per forza ad un fronte unico e compatto. Comunque i sondaggi si spingono ad assegnare fino a 140 seggi a questo fronte, che va dai “collaudati” Salvini (accreditato di una trentina di seggi) e Le Pen fino ai nazionalisti dell’Est Europa, in particolare i polacchi di “Diritto e giustizia” del leader Jaroslaw Kaczynski, che proprio Salvini ha incontrato in Polonia a inizio gennaio.

Ci sono poi le forze dalla collocazione imprevedibile. Tra queste il Movimento 5 Stelle, accreditato di una ventina di seggi. O ciò che scaturità dai gilet gialli in Francia. Ma anche tanti altri “battitori liberi”, specie dal Nord Europa, un po’ sul modello dei “pirati” della scorsa tornata elettorale.

Occorre infine ricordare che proprio per la loro natura, le elezioni europee tendono a sciogliere gli eventuali stretti vincoli che legano un elettore ad un partito tradizionale di riferimento. Ciò tenderà a favorire proprio le nuove formazioni. E in questo i sovranisti potranno trarre l’ennesimo vantaggio.

(Domenico Mamone)

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