
Il direttore della Cia, John Ratcliffe, ha incontrato all’Avana funzionari locali. Il governo cubano ha dichiarato che i colloqui sono serviti “per migliorare il dialogo tra gli Usa e Cuba”. Alla delegazione statunitense è stato assicurato che il Paese caraibico “non rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.
Servirà ciò per distogliere Trump dalla sue mire sull’isola? Sembrerebbe proprio di no, dal momento che si moltiplicano le sanzioni statunitensi contro Cuba, le ultime contro le imprese straniere legate al regime di Diaz-Canel. E non è un mistero che dalla fine di gennaio gli Stati Uniti impediscono le forniture di combustibile sull’isola, sia attraverso azioni navali sia minacciando sanzioni e dazi a chi intenda rifornire Cuba.
Se gli americani, con l’obiettivo di farla capitolare, stanno, quindi, continuando a strozzare la nazione che ha rappresentato per decenni una spina politica nel loro fianco, il braccio di ferro attuato dai vertici politici lo sta pagando principalmente la popolazione cubana. Quello di Cuba, quindi, oltre ad essere un affare geopolitico è soprattutto un vulnus umanitario.
L’economia del Paese caraibico è al collasso, a causa principalmente dell’interruzione delle forniture di petrolio non solo dal Venezuela, che Trump vorrebbe trasformare nel cinquantunesimo Stato statunitense, ma anche dal Messico. Ora Cuba può contare soltanto sull’incerta produzione interna in grado di assicurare non più del 40 per cento del fabbisogno nazionale.
La chiusura dei “rubinetti energetici” sta letteralmente paralizzando il Paese. La situazione economica è grave, i poveri aumentano giorno dopo giorno, i trasporti senza benzina sono al collasso. La quotidianità è rappresentata dal vivere con difficoltà nel cucinare, nel fare le lavatrici, nel ricaricare dispositivi. Anche il turismo, prima entrata economica per il Paese, a causa delle condizioni sociali è in forte riduzione.
L’assistenza sanitaria, un tempo un’eccellenza, è sempre più a rischio: senza energia molte sale operatorie sono ferme e tanti medici hanno cambiato lavoro o fatto le valigie andando ad incrementare le file dei cubani emigrati all’estero (77mila i medici partiti tra il 2021 e il 2024, molti sono in Spagna).
Il ministero della Salute ha fatto sapere di avere 96mila pazienti in attesa di un intervento chirurgico, di cui 11mila minori. Cinque milioni sono i malati cronici, i più senza cure. Secondo The Lancet Oncology sono 16mila i malati di cancro a cui è stata interrotta la radioterapia. Altri 12mila hanno dovuto smettere la chemio.
L’embargo energetico sta generando a Cuba una vera e propria emergenza umanitaria su vasta scala. Se ne sono accorti anche i deputati democratici statunitensi Pramila Jayapal e Jonathan L. Jackson che hanno dichiarato al New York Times che ciò che hanno visto a Cuba li ha sconvolti. “Se gli americani conoscessero le dimensioni della tragedia – hanno concluso – chiederebbero l’immediata fine del blocco”.
Cuba conferma come la politica di Trump, incentrata sulla dottrina Monroe, non includa esitazioni nell’utilizzare la forza per imporre i diktat statunitensi. Cinismo che non si ferma anche davanti alle sofferenze per milioni di esseri umani.
UNSIC – Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori
